04 dicembre 2020

La voce del giullare ai tempi del Compromesso

Vita, musica e parole di Rino Gaetano, il cantautore fraterno

 

Il 1975 si conclude con la cruenta morte di uno degli intellettuali più influenti del Novecento: Pier Paolo Pasolini. Rino Gaetano è profondamente colpito dalla scomparsa di uno dei suoi modelli letterari. Pochi mesi dopo, pubblica un album che rappresenta il monologo interiore dell'uomo che vuole aiutare l'emarginato: Mio fratello è figlio unico. La ballata che dà il titolo al disco è «un lamento di solitudine, che condensa i controsensi e le assurdità dell’esistenza» (D'Ortenzi, p.56). L'autore descrive le intenzioni della sua creazione partendo da un cristallino senso di pietas nei confronti dell'altro:

«Chiamare Mio fratello è figlio unico un disco, vuol dire che intanto tutto il disco verte appunto su questo problema della solitudine, dell’estromissione, dell’emarginato e considera l’emarginato in tutte le sue parti. Poi cercare di fare la battuta “mio fratello è figlio unico”, fa parte di come scrivo io. Prendo dei problemi che mi stanno a cuore e cerco sempre di mettermi da parte, distante, al di fuori di questi problemi e di guardarli con occhio estraneo» (intervista radiofonica tratta dal profilo Soundcloud “Rino Gaetano Official”).

 

Mio fratello è figlio unico

perché è convinto che Chinaglia

non può passare al Frosinone

perché è convinto che nell’amaro benedettino

non sta il segreto della felicità

perché è convinto che anche chi non legge Freud

può vivere cent’anni.

Perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati,

malpagati e frustrati.

 

Mio fratello è figlio unico

sfruttato, represso, calpestato, odiato

e ti amo Mariù.

 

Un fiume in piena di aggettivi dolorosi, in forma di accumulazione con quaterne pregne di pathos, «deriso, frustato, picchiato, derubato», «dimagrito, declassato, sottomesso, disgregato», che determinano lo status di emarginato del fratello-effigie che l'autore vuole rievocare nella mente dell'ascoltatore, sperando d'innescarne l'empatia. 

Rino conosce la raggelante solitudine, per questo urla con coraggio il suo affetto all'emarginato, un mutuo soccorso transcodificato in coro solenne.

Il testo presenta nella prima parte una strofa di sei versi, seguita da una di due, da un'altra di sette e ancora una da due. Nella parte centrale fino alla conclusione, appaiono sei terzine, composte tutte dalla medesima formazione:

L'anafora «Mio fratello è figlio unico»; il verso centrale con accumulazione di quaterne di aggettivi variabili, «sfruttato, represso, calpestato, odiato»; l'epifora «e ti amo Mariù». Dal primo spartito edito dalla BMG nel 1976, concessoci dalla famiglia Gaetano, si evince come nel refrain si invochi una donna, "Mariù", e non "Mario", contrariamente a quanto riportato dalla maggior parte dei siti di testi delle canzoni italiane. Questa forma sintattica garantisce un dinamismo prosodico con andamento in ascesa. L'adrenalina è palpabile: il climax ascendente permette di evidenziare parole dei linguaggi settoriali della politica e dell'economia: «disgregato», già utilizzato da Antonio Gramsci per sottolineare la disgregazione sociale degli intellettuali del Sud; «declassato», veicolato dagli esperti di sociologia per descrivere la discesa di classe sociale di un individuo (e, in altro àmbito, dagli esperti di finanza per annunciare la perdita di valore dei titoli di Stato). I versi sono liberamente sillabati e privi di rima: un elemento di visionaria novità nel panorama testuale della musica leggera degli anni Settanta.        

 

Berlinguer sul rogo

 

Rino Gaetano analizza il politichese dei Moro, Craxi e Andreotti. Osserva con occhio civico e critico le trattative di un accordo epocale tra partiti: il Compromesso Storico della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. Decide di controbattere alla misteriosa lingua della politica con un linguaggio personale, allegorico, che svela satiricamente le grandi manovre del Palazzo a chi sia in grado di andare oltre il significante, che per la sua valenza metaforica, rende un rebus accattivante il significato. Il Compromesso è anticipato dalla leggenda di Betta, immersa nel brano Berta filava.

 

E Berta filava

e filava la lana

la lana e l’amianto

del vestito del Santo

che andava sul rogo

e mentre bruciava

urlava e piangeva

e la gente diceva

anvedi che santo

vestito d’amianto.

 

La vicenda popolare di Betta, trasformata in “Berta”, risale all’Impero Romano. La donna, brillante artigiana di filato, apprezzata per le sue capacità di tessitrice in tutte le province imperiali, venne chiamata al cospetto di Nerone, che le lanciò una sfida. Le promise di donarle terreni in base alla lunghezza del filato che avrebbe composto dinanzi a lui. Betta cominciò a filare senza sosta, garantendosi un futuro radioso. Diventata un’imponente proprietaria terriera, smise di filare, decidendo di tessere stoffe solo a coloro che le avrebbero fatto guadagnare laute somme di denaro o avanzamenti di carriera nella vita politica. Per il cantautore calabrese questa è l'allegoria in grado di raccontare lo scenario politico del suo tempo. Berta è l'alter ego di Aldo Moro, che fila la lana delle alleanze coi partiti d'opposizione, dimostrandosi un abile affarista. Il santo messo sul rogo è il segretario del PCI, Enrico Berlinguer, che fa i conti con la rabbia dei militanti comunisti, insoddisfatti delle condizioni dell'accordo, nei mesi che vedono addensarsi sull’Italia le nubi grigie degli Anni di piombo, citando il titolo italiano, poi entrato nella lingua della politica, del film Die bleierne Zeit (1981) della cineasta tedesca Margarethe von Trotta.

 

Tridente e rastrello

 

Un'altra «invettiva laica» verso il potere occulto – bersaglio mobile dell'autore – è costituita da una tiritera dai toni palazzeschiani, costruita sullo schema della nenia: La zappa, il tridente, il rastrello, la forca, l’aratro, il falcetto, il crivello, la vanga. Una «gigantesca pira per abbrustolire ipocriti e perbenisti» (Gregori, p. 25), che edulcora il suo j'accuse utilizzando un geniale prologo fiabesco, in grado di dissacrare i falsi miti della patria con eleganza. Il ritornello, uno scioglilingua giullaresco, rappresenta un esercizio di simbolismo, che si innesta al correlativo oggettivo di Eugenio Montale: Rino dà spazio a oggetti emblematici del lavoro agricolo, contrapponendoli ai parafernalia lussuosi della Loggia P2, dei suoi adepti rinchiusi in una mansarda di via Condotti, luogo segreto della Roma massonica. Un contrasto in mezzo alle trombe di corte: l'onesto lavoratore contro l'esponente di un'imponente élite.

 

Una mansarda in via Condotti

moquette, plafond, cassettoni

giovani artisti e vecchie tardone

si realizzano nel nobile bridge.

La zappa, il tridente, il rastrello, la forca,

l’aratro, il falcetto, il crivello, la vanga

e la terra che spesso t’infanga.

 

In Mio fratello è figlio unico si avverte la passione per la storia, leitmotiv che accompagna l'autore fino al disco della staffa. Esemplare in tal senso è il brano Sfiorivano le viole, nel quale la poetica alba di un nuovo amore sulle spiagge rarefatte dall'estate entra in rotta di collisione col ciclico corso degli eventi. Gli innamorati vivono le indelebili emozioni dell'istante in una bolla, lontano dal mondo, mentre accadono rivoluzioni, guerre e unificazioni. Il ritornello si apre con la suggestiva allitterazione «fiorivi sfiorivano le viole», preannunciando una serie di protagonisti della geopolitica internazionale: «il marchese La Fayette ritorna dall’America / importando la rivoluzione e un cappello nuovo», la Rivoluzione Americana che ispira la Rivoluzione Francese; «Otto von Bismarck-Shonhausen realizza l’unità germanica / e si annette mezza Europa», l'unificazione tedesca che ispira l'unità di differenti Stati europei, Italia compresa; «Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo / tuttora in voga», la nascita di Fratelli d'Italia, inno che preannuncia il Risorgimento tricolore. La censura non digerisce un passaggio dedicato alla Guerra in Vietnam, depennandolo prima dell'uscita: «Dopo tre giorni di prigionia viene rilasciato / nella foto con la moglie e figli / e il governo Hanoi proclama lo stato d’emergenza / nelle zone colpite dai bombardamenti americani» (D'Ortenzi, p. 65).

 

Aida e la storia contemporanea

 

Nel 1977, Rino Gaetano intende affrontare in «maniera più esplicita i temi sociali», optando per un «abbandono dell’allegoria» (Gregori, p. 63). Viene rapito dalla visione del kolossal di Bernando Bertolucci, Novecento, punto più alto del post-neorealismo cinematografico. Legge con interesse La storia di Elsa Morante, si diverte a interpretare le caricature di Giovannino Guareschi. Nasce il nuovo album: un affresco di storia contemporanea tricolore: Aida. Il brano che dà il titolo alla raccolta è un omaggio all'omonima marcia trionfale di Giuseppe Verdi e vuole personificare l'Italia nelle sinuose forme di una donna, per estensione incarnazione di tutte le donne della nazione (cfr. D'Ortenzi, p. 78). «Lei sfogliava i suoi ricordi / le sue istantanee / i suoi tabù», l'autore osserva innamorato Aida guardare un faldone trapunto di momenti vibranti, fotogrammi leggendari, contraddizioni irrisolte.

 

E dopo giugno il gran conflitto

e poi l’Egitto

un’altra età

marce, svastiche e federali

sotto i fanali

l’oscurità.

 

Aida, le tue battaglie

i compromessi

la povertà

i salari bassi, la fame bussa

il terrore russo

Cristo e Stalin.

Aida come sei bella!

 

La Prima Guerra Mondiale come frangente di vera unità, la Seconda Guerra Mondiale a sventrare i sogni di un popolo, con in mezzo il sacrificio della Folgore nelle battaglie di El Alamein, che fanno da contraltare alla vita mondana di Galeazzo Ciano ed Edda Mussolini, figlia del dittatore. E poi la ricostruzione che acuisce la fame di famiglie vessate dai salari bassi, fino ad arrivare a una morsa che stringe il popolo coi volti di Cristo e Stalin: la Guerra Fredda. Rino scrive involontariamente un nuovo inno nazionale: rende Aida una figura antonomastica, difendendola dagli sciacalli e dagli smemorati, donna alla quale sussurrare ogni giorno: «come sei bella!». 

Il mondo è sconvolto dal disastro petrolifero Lockheed, che porta al rincaro incontrollato del prezzo della benzina. La scottante vicenda è trattata dal cantautore nella canzone Spendi Spandi Effendi, che ha nel mirino i sultani delle Sette Sorelle del petrolio e tutti quelli che vivono l'automobile come un'estensione del proprio corpo. Rino scrive il testo dopo aver letto il romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini, Petrolio, e dedica il suo graffiante canto alla memoria di Enrico Mattei, irripetibile presidente dell'ENI nel Dopoguerra, che voleva condurre l'Italia verso l'indipendenza energetica, morto a seguito di un misterioso incidente aereo il 27 ottobre 1962.

Un altro pezzo dell'album Aida, che colpisce al cuore l'ascoltatore, è una loda al migliore amico dell'uomo, encomio che rimembra la descrizione omerica dell'Argo di Ulisse: Escluso il cane: «Chi mi dice ti amo / chi mi dice ti amo / ma togli il cane / escluso il cane / tutti gli altri son cattivi / pressoché poco disponibili / miscredenti e ortodossi / di aforismi perduti nel nulla».

 

Gianna a Sanremo

 

Il 1978 è l'anno che cambia la direzione del costume e della musica leggera italiana: Rino Gaetano sbarca al Festival di Sanremo con un outfit inaspettato, utilizzato per disorientare la critica televisiva: frac, cilindro e ukulele. Canta la quotidianità di una ragazza indipendente, disinibita: Gianna. Un cannocchiale sul futuro da consegnare alle frange bigotte del Paese: per la prima volta appare in un brano sanremese la parola «sesso». È il preludio di un album pirotecnico, che permette al cantautore pitagorico di mettere con più forza alla berlina i potenti: Nuntereggae più!

Tre sono le scudisciate che spiccano: Capofortuna, Fabbricando case e il pezzo che dà il titolo al disco, Nuntereggae più.

Capofortuna mette in scena l'alter ego del segretario della CGIL e parlamentare del PCI Luciano Lama. La canzone, inaugurata dall'annuncio dell'altoparlante del suo comizio cittadino, ripercorre la parabola da rockstar della politica del celebre sindacalista, descritta dall'autore con una serie di iperboli:

 

Classe di ferro ha fatto la guerra

è tanto bello che sembra Gesù [...]

Profuma di roba francese e sulla camicia ha un foulard di chiffon

regala sorrisi distesi ai suoi elettori ai bambini bon bon

non teme né estate né inverno se andrà all'inferno ci andrà col gilet.

 

Fabbricando case è il blues dei corruttori degli anni della più selvaggia speculazione edilizia, vissuti da Gaetano col taccuino del giornalista d'inchiesta. Il controcanto è di Francesco De Gregori.

 

Fabbricando case

ospedali, casermoni e monasteri

fabbricando case

ci si sente più veloci e più leggeri

fabbricando scuole

dai un tuo contributo personale all’istruzione

fabbricando scuole

sub-appalti e corruzione e bustarelle da un milione.

 

Dal dopoguerra fino agli anni Settanta, l’Italia affoga in un mare di cemento, utile per affrontare la domanda abitativa; colmare le necessità infrastrutturali; risolvere la carenza di strutture pubbliche assistenziali; accogliere le richieste del Vaticano. Il cantautore del sud evidenzia però il male antropologico di chi si ritrova a controllare enormi somme di denaro: dietro alle innumerevoli opere edili aleggia lo spettro della bustarella (parola entrata per la prima volta in una canzone), che dal costruttore passa al politico come garanzia dell'appalto, coinvolgendo talvolta soggetti terzi che tirano le file di famiglie mafiose. Rino cerca di entrare nella mente del corrotto seriale, captandone i rimorsi, le ipocrisie. Gli parla direttamente, sintetizzando il sentimento dei cittadini indignati: «Dopo vai dal confessore / e ti fai esorcizzare / spendi per opere assistenziali / e per sciagure nazionali / e ti guadagni l'aldilà / e puoi morire in odore di santità». 

 

Il turbine Nuntereggae più

 

Nuntereggae più è un turbine di nomi, acronimi, fatti storici, notizie e titoli di classe che raccontano la società italiana, processata in un'arena tra cori «che sembrano appartenere ai passanti, intervistati al mercato, in fila per la pensione o per pagare le tasse» (D'Ortenzi, p. 103). Il testo è un editoriale di perenne attualità, denso di calembour e frammenti di lingua dell'uso: l'autore diventa il megafono del popolo che non sopporta lo status quo. Il titolo – che scioglie la lingua col dittongo “ae” – incrocia la locuzione regionale laziale “nun te reggo più” e la parola “reggae” (il ritmo e il genere di cui Rino riveste la canzone): un reggae rivisitato in chiave ska. Rino confessa in un’intervista radiofonica rilasciata a Enzo Siciliano (poco dopo l'uscita del disco), come i versi siano una dichiarazione d'amore e non una missiva di guerra alle celebrità del Bel Paese:

«Credo che si rischi il qualunquismo quando uno attribuisce a una canzone l’effetto di un comizio politico. Questa è una canzone evasiva. Io non faccio commenti politici. Quando canto voglio cercare di fare l’evasivo in tutti i modi e di scrivere delle canzoni d’amore. Questa è una canzone d’amore per la nostra società» (intervista radiofonica tratta dal profilo Soundcloud “Rino Gaetano Official”).

Le trame di rime, assonanze e consonanze spogliano le caste della propria intoccabilità con enunciazioni fulminee, da rapper antesignano. Prima di elencare i partiti che si alternano al governo tra larghe intese, Rino cita «Eia alalà», grido di Gabriele D'Annunzio riservato agli aviatori che parteciparono all'operazione aerea su Pola il 9 agosto 1917, ispirato all'invocazione da parte di Ares – Dio della guerra nell'antica Grecia – della guerriera Alalà in battaglia. Un saggio dell'abilità di utilizzo dei registri comunicativi da parte dell’autore: passa dall'aulico al colloquiale senza fare ricorso al triviale, non avendo mai utilizzato il turpiloquio nel suo canzoniere.

«PCI, PSI (nun te reggae più) / DC, DC (nun te reggae più) / PCI, PSI, PLI, PRI / DC, DC, DC, DC». Un cantare per sigle mai apparso nel panorama musicale europeo, che rievoca, grazie alla marcatura prosodica nei versi, la breve durata delle legislature degli anni Settanta, contraddistinte da un continuo cambio di guardia e di ministri. Il controcanto, «nun te reggae più», rafforza il sentimento dell'italiano medio, che non sopporta lo scenario politico del quale è indiretto complice.

L'autore si diverte a enunciare nomi e cognomi dei personaggi pubblici più altisonanti in mimesi dei radiocronisti di Tutto il calcio minuto per minuto: «Avvocato Agnelli, Umberto Agnelli / Susanna Agnelli, Monti Pirelli / Dribbla Causio che passa a Tardelli / Musiello, Antognoni, Zaccarelli».

Nella parte centrale torna a fare satira sui primattori di Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama, proponendo stralci di politichese che sembrano alludere all'onorevole Francesco Cossiga, con l'aferesi nella parola «'onsentito» (consentito), in evidente riproduzione della calata sassarese dell'allora Ministro dell'Interno.

«Mi sia 'onsentito dire (nun te reggae più) / il nostro è un partito serio (certo) / disponibile al confronto (d'accordo) / nella misura in cui / alternativo / aliena ogni compromesso / ahi lo stress / Freud e il sess' / È tutto un cess' / Ci sarà la ress'».

In questo passaggio è esilarante il controcanto del cittadino-tipo, «certo», «d'accordo», che subisce la melina linguistica del “picconatore”, scaltro produttore di un lessico tra l'aulico e l'oscuro, il marchio di fabbrica della classe dirigente della Prima Repubblica. A concludere l'imitazione è un gioco di rime allitterante e cacofonico, creato con l'apocope finale nei termini “sesso”, “cesso”, “ressa”, che permette al cantautore di penetrare facilmente nelle sinapsi dell'ascoltatore.   

 

Ahi Maria con Mogol

 

Nel 1979, Rino Gaetano lascia la casa discografica IT, con la quale ha costituito un lungo sodalizio, e comincia un'avventura con una delle etichette storiche dell’universo canoro nostrano: la RCA. Nasce Resta vile maschio, album 33 giri registrato in Messico che contiene brani firmati da Giulio Rapetti, in arte Mogol.

All'interno dell'opera appare un pezzo che ripercorre le allegorie e gli effetti speciali delle origini: Ahi Maria. In un passaggio dai contorni della favola, il cantautore graffiante fa una surreale confessione a chi ascolta: «Il mio caimano nero / piangendo mi confidò / che non approvava il progetto del metrò». Anticipa le verità emerse da Tangentopoli nel 1992, che avrebbero rivelato la corruzione sui lavori della metropolitana di Milano, partiti grazie a uno scambio di bustarelle tra uomini d'affari e politici di prima fascia. La missione del giullare crotonese in cilindro è nitida.

 

Anarchici oggetti del desiderio

 

Nel 1980 arriva il canto del cigno, un ultimo anelito di rivoluzione: il disco E io ci sto. A spadroneggiare tra le tracce è la dichiarazione di matrimonio dell'autore a una donna-idolo, alla stregua di Dante con Beatrice, Petrarca con Laura e Boccaccio con Fiammetta: I miei sogni d’anarchia. Una marcia nuziale che lucida anarchici oggetti del desiderio, scatenando una corrispondenza di amorosi sensi e ideologiche ambizioni con la sua metà di mela:

 

Ma io l’amavo e lei amava me

nei suoi sogni ritrovavo anche un po’ di me.

 

Vecchi libri e dischi rock, un sudario e mille storie,

le panchine dei viali e le strane fantasie,

le bugie, le poesie e le strane cose che

stritolavano il passato, il feudalesimo e l’anarchia,

i sogni, l’anarchia, i miei sogni d’anarchia.

 

Il 4 aprile 2017, il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, insignisce della medaglia d’oro alla cultura non il menestrello del nonsense, ma il principe dell'allegoria del Novecento: Rino Gaetano. Uomo sognante, molto sognante, che ha raccontato Aida con ricami rari, di leale amore. La sorella Anna ci racconta un aneddoto che riassume la curiosità, la semplicità e l'ironia del fratello, ingredienti necessari di un cantautore che attraversa le generazioni: «Quando avevo un momento libero in estate – e con tre figli piccoli accadeva di rado –, andavamo a comprare il cocomero fresco e ci fermavamo nelle zone del Foro Italico a mangiarlo. È uno di quei tanti ricordi di semplicità, pura condivisione e complicità. Spesso, in macchina, quando mi riaccompagnava a casa di notte, passavamo vicino il ponte dell’Aniene. Vedevamo degli individui sostare sui marciapiedi: li reinventava, descrivendomeli col suo modo di fare, raccontando storie e facendomi divertire»*.

 

*Intervista ad Anna Gaetano, sorella di Rino Gaetano, 29 ottobre 2020.

 

Libri citati nel testo

Enrico Gregori, Quando il cielo era sempre più blu – Rino Gaetano raccontato da un amico, Historica Edizioni, Cesena, 2016.

D’Ortenzi = Silvia D’O., Rare tracce – Ironie e canzoni di Rino Gaetano, Arcana Edizioni Srl, Roma, 2007.

 

Bibliografia di consultazione

Accademia degli Scrausi, Versi rock – La lingua della canzone italiana negli anni ’80 e ’90, Rizzoli, Milano, 1996.

Alberto Mario Banti, L'età contemporanea dalla Grande Guerra a oggi, Laterza, Bari, 2009.

Annibale Gagliani, Impegno e disincanto in Pasolini, De André, Gaber e R. Gaetano, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2018.

Giuseppe Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone – Mezzo secolo di italiano cantato, Il Mulino, Bologna, 2010.

Gian Luigi Beccaria, Le orme della parola – Da Sbarbaro a De André, testimonianze sul Novecento, Rizzoli, Milano, 2013.

Gianni Borgna – Luca Serianni, La lingua cantata – L’italiano nella canzone dagli anni Trenta ad oggi, Garamond Editrice, Roma, 1994.

Leonardo Colombati, La canzone italiana 1861-2011 – Storie e testi, Mondadori-Ricordi, Milano, 2011.

Enrico Gregori, E io ci sto ancora. Rino Gaetano raccontato da un amico, Giubilei Regnani, Cesena, 2014.

 

Sitografia

www.soundcloud.com

 

Immagine: Rino Gaetano con uno dei suoi tipici cappelli, via Wikimedia Commons

 

 


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