02 maggio 2018

Dalla parte del linguista: quali gesti e quali fonti per studiarli

Dalla pratica alla comunicazione

 

«Mi guardo dal di fuori come fossimo due persone / osservo la mia mano che si muove la sua decisione / da fuori vedo chiaro quel gesto non è vero / e sento che in quel movimento io non c'ero» cantava circa quarantacinque anni fa Giorgio Gaber, concentrando in pochi versi la definizione di gesto. Un gesto (dal latino gestum, supino di gĕrĕre, ‘fare’, ‘operare’) è infatti un’azione, un movimento, specialmente delle mani e delle braccia, compiuto per fare qualcosa.

Un esempio di uso del termine in questa accezione comune si trova nel titolo di un articolo pubblicato da VeneziaToday (il giornale on line di Venezia) l’8 febbraio 2018: «Il bel gesto di un poliziotto: mosso a pietà da un senzatetto infreddolito, gli regala i guanti. Il bel gesto del poliziotto è un gesto pratico (Poggi, 2010) nelle intenzioni e nel risultato ottenuto.

Esistono poi gesti comunicativi: un gesto è comunicativo se la forma e il movimento delle mani (il significante del gesto) trasmettono un’informazione (significato), vogliono cioè dire qualcosa all’interlocutore del momento. I gesti comunicativi (che qui tratteremo chiamandoli semplicemente gesti) attraggono l’attenzione di studiosi di numerose discipline. Di seguito ci chiederemo: perché (anche) un linguista si interessa di gesti?

 

Perché (anche) un linguista si interessa di gesti?

 

Una prima risposta può essere formulata con le parole di De Mauro (2013, p. 142): «si intende male il linguaggio umano, l’attività verbale, senza riconoscervi ciò che lo accomuna ad altri linguaggi e ciò che lo distingue: i linguaggi di altre specie viventi […], e i linguaggi umani non verbali, dai linguaggi gestuali, alle segnaletiche, alle cifrazioni e ai calcoli […] Dare un orizzonte semiotico al linguaggio e al suo studio […] a me pare indispensabile». Dalla lezione demauriana si ricava che lo studio del linguaggio, delle lingue e degli usi delle lingue debba giovarsi di uno sguardo ampio e attento alla comunicazione nel suo complesso semiotico, gesti inclusi.

A ciò si aggiunga che «La comunicazione è multimodale. Chi parla dice parole, ma fa anche pause, fa sentire silenzi e intonazioni, produce gesti, sguardi, espressioni, posture; ed è grazie a una complessa interazione che questi segnali contribuiscono a comunicare un significato, a produrre gli accordi assonanti o dissonanti della sinfonia comunicativa» (Poggi, 2006, p. 107). E proprio alla multimodalità comunicativa è stato dedicato il XX Convegno GISCEL (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica) della SLI (Società di Linguistica Italiana), che si è svolto presso l’Università degli Studi di Salerno (12-14 aprile 2018).

Insomma, per dirla in breve, le parole non bastano (è stato questo il motto di apertura del suddetto Convegno GISCEL): limitare l’analisi linguistica alla dimensione verbale tralasciando i gesti (che, come si è visto, rappresentano soltanto uno degli “strumenti musicali” non verbali con cui il nostro corpo comunica) significherebbe perdere di vista la complessità della comunicazione.

 

Due mani, ma tanti gesti

 

I gesti sono per loro natura estremamente vari; da qui la difficoltà di stabilire tassonomie rigide e sempre valide (su questo punto, cfr. la sintesi in Campisi, 2018). Perciò sono stati proposti in letteratura dei parametri salienti di riferimento, «che incrociandosi permettono, più che di stabilire una rigida tipologia, di classificare i gesti che incontriamo caso per caso» (Poggi, 2006, p. 56).

Un parametro fondamentale è quello della relazione con il parlato: si definiscono autonomi i gesti che possono persino sostituire completamente il parlato, coverbali quelli che, al contrario, non sono prodotti in assenza di parlato. Un esempio di gesto autonomo è il battere le mani (trattato in prospettiva interculturale in Nobili, 2018), che in italiano significa “approvazione, gradimento”. Oltre ad essere un gesto autonomo, è anche un gesto codificato (parametro della costruzione cognitiva), e per questo emblematico o simbolico: tutti i parlanti nativi di italiano conoscono (o almeno dovrebbero conoscere) bene il gesto e per tutti significa sempre “approvazione, gradimento” perché ormai consolidato nell’uso. Tanto è vero che se un parlante in una certa situazione comunicativa usa questo gesto con un significato diverso deve ricorrere alle parole per spiegare il nuovo significato altrimenti incomprensibile; ed è quello che accade in una puntata di Amici, min. 0.42.38-0.43.10, in cui una studentessa, dopo aver ricevuto un giudizio di valutazione negativo dal suo insegnante, applaude. Alla domanda perché l’applauso?, giustamente interpretato in un primo momento come gesto di condivisione del pensiero dell’insegnante, la studentessa esplicita chiaramente che si tratta di un applauso nel senso particolare in quella situazione di “rispetto dell’opinione dell’insegnante da parte di uno studente a prescindere da tutto”.

È invece coverbale il gesto eseguito dall’allora Ministro dell’Interno Angelino Alfano; per riferirsi a un viaggio aereo in condizione di forte vento, Alfano (nel suo inglesorum non proprio felicissimo), in concomitanza a wind (‘vento’, pronunciato waind), fa quasi scontrare le due mani aperte con le dita tese e i palmi rivolti verso il basso. Rispetto al parametro di costruzione cognitiva, siamo di fronte questa volta a un gesto creativo, inventato da Alfano sul momento (per trasmettere lo stesso significato, il parlante avrebbe potuto in linea teorica fare un altro gesto, per es. quello di far scontrare una mano chiusa a pugno contro il palmo dell’altra mano aperta). Va precisato che non tutti i gesti coverbali sono creativi (per un primo repertorio di gesti coverbali codificati in italiano cfr. Nobili, 2017).

 

Le fonti per studiare i gesti

 

È opportuno concludere sottolineando che l’osservazione del parlato non costituisce l’unica fonte per lo studio della gestualità; come sottolineato già da Diadori (2013) nella prospettiva della variazione diamesica, altri testi di cui tener conto sono quelli pubblicitari, giornalistici, letterari e in ultimo digitali. Un esempio di raccordo tra testo letterario e testo digitale è la traduzione in emoji su Twitter del Pinocchio collodiano (cfr. Chiusaroli et al., 2017); un’analisi del testo dal punto di vista della trasposizione dei gesti in emoji è ancora tutta da fare.

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Campisi, E., Che cos’è la gestualità, Roma, Carocci, 2018.

 

Chiusaroli, F., Monti, J., Sangati, F., Pinocchio in Emojitaliano, Sesto Fiorentino (Firenze), Apice Libri, 2017.

 

De Mauro, T., Non di sola linguistica vive la conoscenza del linguaggio, in Albano Leoni, F./Gensini, S./Piemontese, M. E. (a cura di), Tra linguistica e filosofia del linguaggio. La lezione di Tullio De Mauro, Roma-Bari, Laterza, 2013, pp. 139-151.

 

Diadori, P., Gestualità e didattica della seconda lingua: questioni interculturali, in Baldi, B./Borello, E./Luise, M. C. (a cura di), Aspetti comunicativi e interculturali nell’insegnamento delle lingue. Cittadini europei dal nido all’Università, Atti del Convegno (Firenze, 14 marzo 2013), Alessandria, Edizioni dell’Orso, pp. 71-102.

 

Nobili, C., Verso il Gestibolario. Meccanismi cognitivi e comunicativi dei gesti italiani, Università Matej Bel di Banská Bystrica (Slovacchia)-Sapienza Università di Roma, Tesi di dottorato, 2017.

 

Nobili, C., De gestĭbus est disputandum: dei gusti non si può parlare, ma dei gesti sì, in “Lingua italiana”, Treccani.it, 2018.

 

Poggi, I., Le parole del corpo. Introduzione alla comunicazione multimodale, Roma, Carocci, 2006.

 

Poggi, I., Gesti, in Simone, R. (diretta da), Enciclopedia dell’Italiano, I, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani), 2010, pp. 373-377.

 

Immagine: da Il vigile (1960), regia di Luigi Zampa


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