La giudice o il giudice? Una lettrice scrive, Treccani risponde

La lettera

Si sente – e si legge – ormai sempre più spesso "la giudice" o "una giudice" in bocca a politici, gente comune, giornalisti, alcuni miei colleghi, fortunatamente pochi anche se comunicativamente più visibili della maggioranza.

 

Non devo essere di certo io a dirvi che si tratta di un errore grammaticale, essendo "giudice" un sostantivo maschile, e che conseguentemente i relativi articoli e aggettivi al maschile devono essere accordati, né a prendere le difese del genere di questa parola con argomenti etimologici partendo dal latino e dalla portata storica della stessa, perché ne sapete più di me. Mi piace fare un parallelo con "guardia", che è femminile anche se storicamente il lavoro di guardia è stato svolto da persone di sesso maschile, eppure nessuno ha mai pensato di dire "il guardia".

Vorrei in realtà evidenziare un altro aspetto. Così come quello dell'insegnante è per molti versi il ruolo più importante e plasmante in una società, così il vocabolario penso sia uno strumento di una rilevanza poco compresa.

Credo, infatti, che un vocabolario abbia la doppia indispensabile funzione - e missione - di bussola e di registratore. Bussola che dà la direzione, indica le regole, fa comprendere ciò che è corretto e quello che non lo è in caso di dubbio; registratore perché registra le nuove parole, i nuovi usi.

Un po' come nell'ordinamento giuridico, che plasma e modifica la società e da quest'ultima è plasmato e modificato. Per fare un esempio: le norme si adeguano ai cambiamenti sociali, ma contestualmente formano le persone: l'introduzione del divieto di fumo nei luoghi pubblici ha senza dubbio cambiato l'approccio dei cittadini, la maggior parte dei quali non impone più il fumo passivo al prossimo perché è cambiato il suo modo di vedere, e non solo perché rischierebbe una sanzione. Stesso esempio potrebbe farsi con la televisione e la stampa, ma sfocerei in discorsi troppo lunghi e comunque conosciuti ai più.

 

Ecco, ciò che vorrei evidenziare e che auspico vivamente per noi utenti è che un'istituzione autorevole come il vostro vocabolario non abdichi a questo ruolo di bussola, anzi lo usi per guidare i parlanti e gli scriventi nell'uso corretto della nostra lingua, che sono certa non perderebbe alcunché in termini di ricchezza, brillantezza e varietà se si evitassero certi usi errati, dettati solo da retorica politica in senso ampio e modaiola, che fa pressioni dirette e indirette in tal senso.

Quel che spero, in conclusione e dopo avervi tediato a lungo, è di non leggere sulla prossima edizione del vocabolario "giudice s. m. e f.", perché il rapporto tra vocabolario e utenti dovrebbe essere di compenetrazione, e il vocabolario può e deve indirizzare, non solo registrare.

D'altro canto "qual'è" e "un pò" restano errori anche se moltissimi scrivono così...

 

 

La risposta

La lettera sul genere grammaticale del sostantivo giudice ‘pubblico ufficiale che, in un processo, è investito dell’autorità di giudicare in base alle norme vigenti del diritto’ (definizione del Vocabolario Treccani on line) affronta un tema assai dibattuto e spesso oggetto di aspre prese di posizione: il femminile dei nomi di professione e delle cariche pubbliche.

Nella lingua italiana molti nomi di professione presentano una forma per il maschile e una per il femminile: ad esempio, i nomi uscenti in -aio, -iere e -ino hanno la desinenza -a al femminile (fornaio / fornaia, infermiere / infermiera, ballerino / ballerina); quelli in -tore mutano in -trice (ad es., attore / attrice, senatore / senatrice) o in -tora (ad es., tintore / tintora), con alcune eccezioni come dottore / dottoressa. I nomi di professione uscenti in -ista, -asta, -e, in particolare quelli in -nte, sono epiceni e permettono di indicare il referente femminile con il ricorso all’articolo femminile (la dentista, la giornalista, la ginnasta, la dirigente, la preside, la presidente). Fa eccezione studentessa, che presenta, al pari del già menzionato dottoressa, il suffisso -essa.

Il sistema è entrato in difficoltà per le professioni e per le cariche pubbliche che storicamente sono state appannaggio maschile e in cui la presenza femminile è stata prima assente, poi esigua. A questo gruppo di sostantivi appartiene giudice, insieme a sindaco, chirurgo, console, ingegnere, e per tornare nell’ambito giuridico, pretore, magistrato, prefetto, ecc. Risale, infatti, al 1965 il primo concorso per l’accesso in magistratura aperto alle donne: furono otto le donne vincitrici, fra cui Maria Gabriella Luccioli, che nel 2008 è diventata la prima donna a presiedere una sezione della Corte di Cassazione.

 

Se è senz’altro vero che i nomi femminili in -a designanti professioni tipicamente maschili, come guardia e sentinella, non sono sottoposti a pressione per la trasformazione in -o (*guardio, *sentinello), bisogna altresì riconoscere che la partecipazione nel mondo del lavoro e l’accesso a posizioni lavorative di prestigio permettono di verificare l’emancipazione femminile: ciò giustifica la richiesta della visibilità linguistica nei titoli riservati alle donne. Dal momento che giudice termina in -e, è assegnabile alla categoria dei nomi epiceni: possiamo distinguere fra il giudice e la giudice, come facciamo per preside e presidente. Mentre la preside è d’uso corrente e la presidente ha registrato un’importante ascesa in tempi recenti (pensiamo alle indicazioni di Laura Boldrini, attuale Presidente della Camera), il femminile la giudice è sicuramente meno diffuso, ma pienamente legittimo da un punto di vista grammaticale.

Nei secoli scorsi l’italiano ha conosciuto anche il femminile giudicessa (o giudichessa), caratterizzato dal tipico suffisso -essa. Questo sostantivo ha avuto principalmente il significato scherzoso di ‘donna chiamata a giudicare o che ha funzione di giudice; moglie di un giudice’ (marca d’uso e definizione del Vocabolario Treccani on line; ma cfr. già il principale dizionario storico dell’Ottocento, il Tommaseo - Bellini s.v. giudicessa, e ancor prima il Vocabolario degli Accademici della Crusca s.v. cavaleressa). Proprio l’uso ironico ne ha pregiudicato la sopravvivenza: oggi è forma desueta e può essere usata in riferimento a una donna che lavora in magistratura soltanto con accezione peggiorativa. Il sostantivo resta comunque vivo col significato di ‘governatrice di uno dei giudicati di Sardegna nel Medioevo’, soprattutto in riferimento a Eleonora d’Arborea. Ad esempio: «La prima è la giudicessa Eleonora d'Arborea, che nel 1392 inserì nella sua Carta de Logu una norma contro lo stupro che non aveva eguali in nessun altro territorio italiano di allora» (cit. dall’art. «Non solo scarpette rosse a Oristano», Ansa, 25 novembre 2017).

 

Passiamo a qualche rapido sondaggio nella scrittura giornalistica sul trattamento di giudice per indicare una donna. Dall’interrogazione dell’archivio on line del quotidiano «La Repubblica» (http://ricerca.repubblica.it/) emergono 931 occorrenze di “la giudice” nel torno di tempo fra il 1 gennaio 1984 e il 31 dicembre 2017. Tali occorrenze si distribuiscono così: 41 occorrenze (pari al 4,4% del totale) nell’intervallo fra il 1984 e il 1997, 240 occorrenze (25,78%) fra il 1998 e il 2007 e 650 (69,82%) fra il 2008 e 2017. In particolare, sono 386 le occorrenze di la giudice negli articoli dell’ultimo triennio (2015-2017). Ne possiamo dedurre il recente orientamento dei giornalisti di questo quotidiano a favore del femminile, verosimile indizio di una generale maggiore apertura all’uso del femminile professionale. Spostiamo lo sguardo sulla multiforme scrittura della rete e tentiamo un sondaggio a proposito del titolo riservato a Silvana Saguto, lanciando nel motore di ricerca Google “la giudice Saguto” e “il giudice Saguto”; registriamo la prevalenza del maschile con circa 1600 risultati a fronte dei circa 800 del femminile (sondaggio del 21 gennaio). Si tratta per l’appunto di un’apertura al femminile non ancora approdata a pieno compimento.

 

Avviandoci a concludere, la giudice è forma pienamente lecita nel sistema grammaticale dell’italiano, in coerenza con gli altri nomi di professione che escono in -e, e risulta legittimata dall’uso, come abbiamo verificato grazie ai dati appena presentati. Aggiungiamo la testimonianza di Paola Di Nicola, autrice del libro autobiografico La giudice. Una donna in magistratura (2012): il titolo ne rivela in maniera inequivocabile la posizione sulla questione del femminile di professione.

Al momento, dunque, la scelta dipende dal sentimento linguistico dei singoli parlanti e possiamo appunto evidenziare come alcune delle dirette interessate si schierino a favore del femminile e altre sostengano il maschile non marcato (o neutro o inclusivo). Ribadiamo che non si può negare la piena dignità grammaticale di la giudice e di forme come magistrata, chirurga, architetta. Insomma, l’argomento dell’errore grammaticale non è pertinente. Fino a quando l’uso oscillerà fra le due possibilità ci pare auspicabile che i dizionari ne diano testimonianza e svolgano la funzione di bussola indicando all’utente la possibilità di servirsi anche del femminile la giudice in riferimento a una donna, in attesa appunto che la lingua subisca un assestamento a favore del maschile non marcato o del femminile. La possibilità di inserire giudice nella serie dei sostantivi epiceni, come preside e presidente, potrà garantire la piena acclimazione di la giudice, ma soltanto il tempo saprà darci una risposta definitiva.

 

Giuseppe Zarra

(Opera del Vocabolario Italiano, CNR, Firenze)

 

 

Letture consigliate

Stefano Telve, Maschili e femminili nei nomi di professione, in Enciclopedia dell'italiano, a cura di Raffaele Simone, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2011, pp. 1659-1660 (anche on line).

Cecilia Robustelli - Claudio Marazzini, Forestierismi e professioni femminili: due settori degni di attenzione.

Cecilia Robustelli, Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso, 2016.

Yorick Gomez Gane (a cura di), Quasi una rivoluzione. I femminili di professioni e cariche in Italia e all'estero, Firenze, Accademia della Crusca, 2017.


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