20 ottobre 2022

Nel segno della LIS e dei diritti

 

Sono passati esattamente nove anni dallo speciale che questo m agazine ha dedicato alla sordità e alla lingua dei segni italiana (LIS).

Ciò che è successo nel frattempo è piuttosto singolare… o forse no.

 

Dal 2013 al 2019 − un tempo che si aggiunge a tutti gli anni trascorsi fra la fine del ’900 e i primi del nuovo secolo − la LIS e la questione del suo riconoscimento giuridico sono state oggetto di discussione in numerosi convegni, sit-in, appelli e dibattiti dentro e fuori le aule parlamentari.

Queste istanze, promosse in primo luogo da realtà associazionistiche nazionali e locali di persone sorde bilingui (con competenze sia nella LIS, sia in Italiano) hanno incassato un sostegno crescente da parte di tutti coloro che – sordi e udenti – ricorrono alla lingua dei segni in diversi contesti e circostanze: come “lingua di lavoro” (interpreti, assistenti alla comunicazione), per motivi di ricerca, nelle scuole e all’università, per relazionarsi con i propri familiari e così via.

 

Tuttavia, nello spaccato temporale appena ricordato, la lingua dei segni è rimasta un idioma condiviso, o comunque immediatamente identificabile, in prevalenza da quanti gravitano intorno al “mondo della sordità”, senza raggiungere una dimensione propriamente mainstream.

Pertanto, nonostante la ratifica italiana della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità (CRPD) − che tutela indiscutibilmente le lingue dei segni e la specificità delle persone sorde anche ricorrendo a espressioni come “ identità linguistica della comunità dei sordi ” e “ cultura dei sord i ” (artt. 24, comma 3, lettera “b” e 30, comma 4) − le legislature parlamentari si sono succedute ma il nostro Paese è rimasto ancorato alla posizione di fanalino di coda dell’UE per non aver provveduto al riconoscimento della propria lingua dei segni, come invece previsto dalla CRPD (art. 21, comma 1, lettera “e”).

 

Nel 2020, tuttavia, sul fronte della LIS “qualcosa è cambiato, o almeno così verrebbe da dire richiamando il titolo (e non solo quello) della nota pellicola cinematografica con Jack Nicholson.

Più precisamente, in seguito alla pandemia scatenata dal Covid − che ha inciso sulla vita di ogni individuo, al di là delle condizioni personali e sociali o delle appartenenze linguistiche, culturali e geografiche – ciascuno è stato sospinto piuttosto lontano dalla propria comfort zone e ha dovuto adattarsi repentinamente a differenti abitudini e prospettive.

In queste incredibili e drammatiche circostanze, quando il nostro paese ha disposto il primo lockdown è accaduto che milioni di italiani, seguendo i bollettini quotidiani della Protezione civile tradotti sempre anche in lingua dei segni, ne hanno messo a fuoco – magari per la prima volta – l’esistenza, intuendo verosimilmente anche le istanze comunicative dei suoi utenti.

Insomma, la pandemia e l’ingente ricorso ai media per veicolare e ricevere informazioni di estrema rilevanza, in una manciata di settimane hanno definitivamente consolidato la “dimensione pubblica” di questa lingua permettendo un passaggio cruciale ed evidentemente necessario: prima di ri-conoscere la LIS su un piano normativo abbiamo imparato a conoscerla!

Un ulteriore tassello che ha condotto a quel placet invocato così a lungo.

 

A maggio 2021, infatti, con un emendamento alla legge di conversione del “Decreto sostegni” (D.L. n. 41/2021), è stata introdotta una norma in materia di “Misure per il riconoscimento della lingua dei segni italiana e l’inclusione delle persone con disabilità uditiva”.

Il riferimento è all’ articolo 34-ter della legge n. 69/2021 ai sensi del quale, in estrema sintesi:

la Repubblica riconosce, promuove, tutela la LIS e la lingua dei segni italiana tattile (LISt) e riconosce le figure professionali dei relativi interpreti, stabilendo inoltre che un successivo decreto dovrà definirne i percorsi formativi;

le pubbliche amministrazioni e la Presidenza del Consiglio, rispettivamente, si impegnano a promuovere progetti per la diffusione dei servizi di sottotitolazione e interpretariato in LIS/LISt e campagne di comunicazione per favorire l’inclusione sociale delle persone sorde.

 

Sebbene tale riconoscimento non sia intervenuto attraverso un atto normativo più articolato – che ad esempio ne declinasse i riflessi anche in ambito scolastico, socio-educativo, assistenziale e via dicendo – e nonostante il Parlamento sia stato chiamato ad approvare il provvedimento in questione in tempi ridottissimi, si è trattato indiscutibilmente di un passo storico.

 

Le nostre Istituzioni, infatti, con una norma di legge ordinaria, hanno inviato un forte segnale per l’abbattimento delle barriere comunicative che minano la partecipazione alla vita collettiva di molte persone sorde.

È appena il caso di ricordare che «la piena ed effettiva partecipazione e inclusione nella società» e «l’accessibilità» sono inserite fra i principi fondamentali della CRPD (art. 3, lettere “c”, “f”) e che ai sensi dell’art. 21, comma 1 la Convenzione riconosce a tutte le persone con disabilità la «libertà di richiedere, ricevere e comunicare informazioni e idee […] attraverso ogni mezzo di comunicazione di propria scelta definito dall’articolo 2». Dunque anche attraverso la lingua dei segni, inclusa espressamente nella definizione di “linguaggio” (art. 2: «per linguaggio si intendono le lingue parlate e la lingua dei segni […]»).

A questa libertà fondamentale fa eco, poi, il dovere degli Stati di «garantire l’accesso all’informazione e alla comunicazione» (art. 9, comma 1) e quello di «mettere a disposizione delle persone con disabilità le informazioni destinate al grande pubblico in forme accessibili e mediante tecnologie adeguate ai differenti tipi di disabilità, tempestivamente e senza costi aggiuntivi» (art. 21, comma 1, lettera “a”).

 

Cosa ci si attende adesso?

Certamente occorre passare da un mero riconoscimento formale ad uno sostanziale, far sì che il legislatore, le politiche, le amministrazioni e tutti i soggetti istituzionali coinvolti si muovano nella direzione di una piena ed effettiva attuazione delle previsioni dell’art. 34-ter.

 

Un buon banco di prova potrebbe essere rappresentato proprio dalla questione dei percorsi formativi rivolti agli interpreti di LIS e LISt. Attraverso la previsione di un’alta formazione in questo settore, infatti, si potrebbe meglio garantire, alle persone sorde, sordocieche o con altre disabilità che utilizzano queste lingue, uno standard qualitativo del servizio richiesto su tutto il territorio.

 

Inoltre, non può essere tralasciato che il Parlamento Europeo con la Risoluzione del 2016 sulle lingue dei segni e gli interpreti di lingua dei segni ha rimarcato come per questi professionisti occorra pianificare « una formazione formale universitaria, o di livello analogo […]» (punto 1.b).

A tale indicazione si sono adeguati, da vario tempo, tutti i Paesi del Nord Europa e la maggior parte di quelli dell’Est europeo, ma non l’Italia dove, fino ad aprile 2022, non sono stati attivati percorsi di alta formazione rivolti agli interpreti di lingua dei segni. Almeno nella quasi totalità dei casi!

Ricordiamo infatti alcune eccezioni, come ad esempio quelle dell’ Università Ca’ Foscari (che ha previsto la LIS, fin dal 2002, come lingua di specializzazione nel Corso di laurea in “Lingue e Scienze del Linguaggio” e, a partire dall’anno accademico 2020-21, nel Corso di laurea magistrale in “Interpretariato e traduzione editoriale, settoriale”), o dell’ Università di Catania (che, sempre nell’a.a. 2020-21, ha attivato il Master annuale “Interprete di lingua dei segni italiana” presso la Scuola di specializzazione di lingue e letterature straniere ).

 

È innegabile tuttavia che in Italia, negli ultimi trent’anni, il grosso del “lavoro formativo” riguardante le figure professionali che ricorrono alla LIS sia stato svolto da associazioni ed enti, prevalentemente privati, la cui offerta formativa si è presentata talvolta marcatamente eterogenea (anche da un punto di vista qualitativo) a seconda delle diverse zone del paese.

A queste realtà va però riconosciuto anche un indiscutibile merito, spesso dimenticato: quello di aver colmato un grave e protratto vuoto normativo, rispondendo prontamente alle specifiche istanze della comunità sorda che negli anni ha sempre richiesto servizi di interpretariato e traduzione in questa lingua.

 

Nel complesso panorama delineato sono poi intervenuti il Ministero per le disabilità e il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) che, con un decreto pubblicato il 6 aprile scorso, hanno definitivamente stabilito per gli interpreti di lingua dei segni una formazione universitaria, istituendo uno specifico corso di laurea triennale ad orientamento professionale.

Tale provvedimento, ridenominato “Decreto interpreti”, ha operato come un vero e proprio spartiacque rispetto al passato, aprendo di fatto a tutte le università italiane la possibilità di proporre al MUR l’accreditamento di questo specifico curriculum, a partire dall’anno accademico 2022-23.

Ad oggi l’ Università di Roma Sapienza è l’unico ateneo in Italia ad aver avviato fin da subito un corso di laurea in linea con le nuove disposizioni ministeriali ma, già dal prossimo anno accademico, ci si aspetta che ulteriori atenei ne riescano ad attivare altrettanti in diverse realtà territoriali, per garantire a tutti gli studenti interessati la possibilità di formarsi come interpreti LIS/LISt.

L’interprete di lingua dei segni, infatti – raggiungendo competenze elevate in questa lingua, approfondendo specifiche tecniche di traduzione/interpretazione, così come la dimensione culturale connessa alla comunità di riferimento – costituisce indubbiamente una figura fondamentale per le persone sorde che ricorrono alla LIS, garantendo l’accesso all’informazione e una piena libertà di espressione in molteplici contesti e registri comunicativi.

 

Questo primo, importantissimo passo potrebbe inoltre dare l’impulso per regolamentare ulteriori professionalità altrettanto rilevanti, a cui invece la legge 69/2021 non fa alcun cenno.

Facendo seguito al riconoscimento della LIS, infatti, sarebbe opportuno che il legislatore, oltre ad occuparsi della formazione degli interpreti di LIS e LISt, disciplinasse (sia nel ruolo, sia nella formazione) altre specifiche figure che operano nel campo della sordità e usano la LIS nella loro pratica professionale.

 

Si pensi ad esempio ai docenti di lingua dei segni che indubbiamente sono cruciali per l’insegnamento della LIS (anche) a beneficio dei nuovi studenti universitari in formazione.

Ancora più rilevante e dannosa, è la mancanza di una definizione del profilo dell’assistente alla comunicazione. Questo professionista – che affianca gli insegnanti curriculari e di sostegno nel percorso educativo e formativo dello studente sordo all’interno della scuola di ogni ordine e grado – è previsto nel nostro ordinamento fin dalla legge 104/1992 la quale, tuttavia, non ne delinea il ruolo, le specifiche funzioni o l’iter formativo. Gli esiti di questo vuoto normativo e la mancanza di una formazione universitaria generano inevitabilmente confusione e disomogeneità che si riversano, a volte in modo disastroso, sui beneficiari del servizio, in termini di abbandono scolastico precoce degli alunni sordi e bassissimi tassi di studenti sordi laureati.

 

Accendere un riflettore sulle figure professionali che operano a fianco delle persone sorde e investire sulla loro formazione non solo contribuirebbe ad una migliore attuazione del riconoscimento della lingua dei segni, ma in ultima analisi garantirebbe a tutte le persone sorde, o con altre difficoltà, che usano la LIS, l’effettivo esercizio dei diritti fondamentali prima richiamati, ancora troppo spesso confinati nelle pagine di un codice.

 

 

Bibliografia

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Volterra, V. La lingua dei segni arriva all’Università? Come, quando, perché . Pubblicato il 3 maggio 2022 < https://www.linguisticamente.org/la-lingua-dei-segni-arriva-alluniversita-come-quando-perche/ >

Immagine: C onnect

Crediti immagine: istolethetv from NYC, USA, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, attraverso Wikimedia Commons


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