10 agosto 2020

Francia. Nato il primo bambino senza la erre moscia

La satira metalinguistica nelle notizie di Lercio

 

Continuiamo la nostra panoramica sulle notizie del giornale satirico Lercio che hanno per oggetto le lingue e il linguaggio. Dopo aver esaminato nell’articolo precedente le notizie che si occupano delle funzioni dell’Accademia della Crusca e di specifiche varietà dell’italiano, ci soffermeremo qui su altri due filoni tematici: il primo comprende notizie incentrate sulle caratteristiche linguistiche di alcuni personaggi pubblici, il secondo ruota invece attorno alle lingue straniere e al loro apprendimento.

 

Da Umberto Eco a Luigi Di Maio

 

Se alcuni personaggi vengono presi di mira per il loro linguaggio eccessivamente forbito, altri sono invece bersaglio della satira lerciana proprio per il motivo opposto. Non mancano, d’altra parte, neppure casi di personalità della politica che sono oggetto di attenzione per la loro scarsa dimestichezza (reale o presunta) con le lingue straniere. Del primo gruppo fanno sicuramente parte Umberto Eco e Diego Fusaro, protagonisti entrambi di diverse notizie che trattano soprattutto di questioni lessicali o, nel solo caso di Eco, anche di aspetti legati alla cortesia linguistica. Mentre il semiologo autore del Nome della Rosa precipita in un universo parallelo dopo aver scoperto il sinonimo della parola “sinonimo”, il filosofo star dei talk show televisivi, noto per il suo lessico ostentatamente ricercato e spesso oscuro, finisce sul giornale per aver riscritto una semplicissima ricetta di cucina con «parole sconosciute» e anche per essere riuscito una volta a concludere una frase senza pronunciare la parola “globalismo”.

I due personaggi sono inoltre protagonisti di due notizie quasi identiche: in una si rivela che la prima parola pronunciata da bambino da Umberto Eco sarebbe stata “genitrice” anziché “mamma”; nell’altra si dà conto della prima parola pronunciata dal figlio di Fusaro, che sarebbe invece “turbo-matriarca”.

Di Umberto Eco si parla anche in altre due notizie che non traggono spunto da (reali o immaginari) comportamenti linguistici del semiologo, bensì da una presa di posizione dello stesso Eco, risalente a fine 2015, contro la crescente diffusione dell’uso del “tu” in contesti non informali. In una delle due notizie, Eco prende a martellate il suo navigatore satellitare perché, nonostante precise istruzioni, gli si è rivolto con il “tu”; in un’altra, lo scrittore, proprio per la sua presa di posizione in favore della forma “lei”, viene attaccato da Giorgia Meloni, secondo la quale «dare del lei a un uomo è ideologia gender».

Passando ad altri personaggi, non ci si può non soffermare su una notizia – interamente giocata sul filo del rovesciamento – che ha come protagonisti i politici Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, eletti insieme in parlamento nelle liste dell’Italia dei Valori e insieme trasmigrati nel 2010 nelle file dell’allora Popolo della Libertà.

La discussione tra i due colleghi, che quasi degenera in una rissa, è rappresentata – grazie all’impiego massiccio di termini filosofici (si va da “categorizzazione aprioristica” a “impianto criticistico di stampo presocratico”) – come una disputa tra dotti:

ROMA – Rissa sfiorata in Parlamento tra i deputati del Pdl Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, fermati dai colleghi poco prima di venire alle mani. A fare partire il tutto pare sia stata una frase di Scilipoti, che durante un intervento ha affermato “La categorizzazione aprioristica delle branche della ragione non ha concretamente portato a un superamento effettivo della metafisica dogmatica”. La frase ha suscitato l’immediata reazione di Razzi, noto sostenitore delle teorie kantiane, che ha ripetutamente interrotto il collega urlando “Il tuo ragionamento non poggia su fondamenta gnoseologiche solide ed è lapalissianamente lacunoso da un punto di vista teoretico”. Infastidito dalle continue interruzioni Scilipoti ha urlato al collega “Il tuo atteggiamento dimostra la composizione non antinomica della ragione sfociando in un nichilismo incompleto e non completabile a causa della non corrispondenza tra piano logico e ontologico”. A quel punto Razzi, esasperato, è saltato dal suo banco con fare minaccioso, e urlando “Viva la Fichte” ha provato a raggiungere lo scranno del collega, fermato dagli altri onorevoli del Pdl a pochi metri di distanza.

Dopo l’alterco Scilipoti ha minimizzato: “Voglio bene ad Antonio, ma purtroppo lui è fatto così. Fin dai tempi dei gruppi di studio sul (sic) Weltanschauung tenuti da Gadamer, non si è mai reso conto delle pesanti implicazioni che potrebbe avere sul concetto di morale naturale l’impianto criticistico di stampo presocratico delle sue argomentazioni”. Poco dopo i due si sono stretti la mano sotto gli occhi compiaciuti del noto filosofo Maurizio Gasparri, che ha provato a trovare un trait d’union delle loro posizioni con l’aforisma “Bella regà, famose du spaghi”.

 

Alla tecnica del rovesciamento non si fa invece ricorso nella notizia che riguarda Antonino Cannavacciuolo. A causa del suo italiano regionale fortemente marcato il popolare cuoco viene messo sullo stesso piano di un apprendente straniero che raggiunge, dopo molto impegno, il livello B1 in italiano (noto en passant che la sua condizione di parlante non nativo della lingua nazionale, presentata nella notizia come un paradosso, non è poi così lontana dalla condizione che ancora fino a pochi decenni fa era propria di buona parte della popolazione italiana).

Fra i tanti tratti sui quali si potrebbe giocare per imitare l’italiano di un parlante napoletano, nell’articolo si sceglie di concentrarsi soltanto su uno: l’assimilazione regressiva (ossia il fenomeno per cui, dati due suoni in successione nella catena fonica, il primo suono assume i tratti fonetici del secondo). Ecco allora Cannavacciuolo esclamare entusiasta: «Noccredevo di faccela, nossapevo cosa potevano chiedemmi, ma alla fine tutto è andato perimmeglio». E poi più avanti: «Ho passato ittest, sono contento debbiuno, ora punto abbidue».

Tra i bersagli di questo gruppo di notizie non poteva mancare il giornalista e presentatore Luca Giurato, da anni oggetto di imitazioni per la sua tendenza a invertire l’ordine di suoni e sillabe all’interno delle parole e addirittura intere parole all’interno delle frasi. Autore di un’autobiografia dal titolo “Sutto tu di me” il Giurato lerciano viene candidato al premio Nobel per la letteratura in quanto inventore di neologismi come “epimediologo” e di espressioni come “Buon inizio di fine settimana”, che avrebbero dato – e qui mi sia consentito, per una volta, di prendere le distanze da una battuta che considero di pessimo gusto – «un altissimo contributo al progresso della letteratura dislessica». Il commento del giornalista alla candidatura – «Sono veranente contanto di questa novizia!» – è perfettamente coerente con la caratterizzazione linguistica del personaggio.

Completamente diverso è il caso che vede protagonista Michele Santoro. Dopo anni di tentativi vani, il popolare giornalista riesce finalmente, nel corso di una trasmissione da lui condotta, a pronunciare correttamente il verbo “interpretare”, scatenando l’entusiasmo del suo staff e dei suoi ospiti. Dopo questa piccola vittoria, Santoro decide di ritirarsi definitivamente perché «è sempre meglio andarsene da vincenti, e poi non credo che riuscirò di nuovo nel miracolo».

Una vicenda simile è quella che riguarda Lapo Elkann, rampollo di casa Agnelli. Ospite di una trasmissione televisiva, il nipote dell’avvocato riesce infatti per puro caso a coniugare correttamente un verbo al congiuntivo – dice cioè «“faccia” al posto del solito “facci”» – con grande stupore dei presenti. Nell’esprimere però la propria soddisfazione Elkann ricade subito nell’errore: «Sono orgoglioso di questo ennesimo traguardo raggiunto» – dichiara infatti – «e spero solo che ora la gente non ci facci l’abitudine».

Un posto di rilievo in questo filone tematico della satira metalinguistica di Lercio spetta anche a Matteo Renzi e Luigi Di Maio, dei quali viene evocato il rapporto – tutt’altro che facile – con le lingue straniere e, in particolar modo, con l’inglese. Da presidente del consiglio in carica, Renzi, pronunciando un discorso in inglese a Strasburgo, dichiara per errore guerra all’Ucraina; due anni dopo, lo stesso esponente politico esprime la sua soddisfazione per la Brexit perché così non sarà più costretto a parlare la lingua di Shakespeare.

Quanto a Di Maio, apprendiamo che, studiando la stessa lingua, si è trovato a inventare il congiuntivo sassone

Lingue straniere e accenti stranieri in italiano

 

Di apprendimento di lingue straniere – ivi comprese le lingue morte – ci si occupa anche in altre notizie che non riguardano personaggi pubblici: si veda per esempio quella del mancino che impara l’arabo per non sporcarsi la mano quando scrive o quella del docente universitario che si suicida per poter finalmente parlare le lingue morte di cui è studioso. A proposito di quest’ultimo caso, è interessante notare che tali lingue non sono il latino e il greco, come si aspetterebbe il grande pubblico, bensì il sanscrito, l’urdu (che in realtà non è una lingua morta) e il salviniano, «lingua gutturale che consiste in poche espressioni base come “ruspa” e “tutti a casa loro” da ripetere ogni cinque minuti ma principalmente davanti alle telecamere)». Causa del suicidio non è comunque solo il desiderio dello studioso di parlare queste lingue, ma anche la sua difficoltà a «capire termini come “apericena”, “attimino” e “quarto d’orina”, [a cui] cercava di dar[e] un senso magari in sumero o in austrolopiteco (sic) antico».

Nel mondo di Lercio non mancano neanche casi di italofoni che tentano di riprodurre per motivi diversi l’italiano parlato da stranieri. In una notizia del 2019 il ministro dell’economia Tria, per impedire l’accesso al ministero a un postino che deve consegnargli una lettera dell’Unione Europea, si spaccia per un domestico filippino imitandone il modo di parlare. Come si può vedere, la breve frase riportata nel titolo (“Padrone non essere in casa!”) presenta sul piano grammaticale alcuni dei tratti che caratterizzano nell’immaginario collettivo le interlingue straniere: nello specifico, l’assenza dell’articolo e l’uso del verbo all’infinito. 

Accanto a questi tratti, che ricorrono anche nel testo dell’articolo (v. «mio padrone», «dovere» per “devo”), se ne trovano altri che, nelle intenzioni dell’autore, dovrebbero essere più direttamente riconducibili a interferenza dalla madrelingua. L’italiano che però ne viene fuori, più che ricordare quello di un filippino, è piuttosto, sia sul piano lessicale (v. «limpiar» per “pulire”, «zapatos» per “scarpe”, etc.) che su quello morfofonologico («es» per “è”, «escusi» per “scusi”, «como» per “come”, etc.), l’italiano di un ispanofono:

 

Me dispiace, mio padrone non es in casa”.

Ma lei chi è?

Sono Imeldo, suo filippino di Tria”.

E non può dargli la lettera lei?

Non soy autorizzato, nemmeno si sa che io lavoro qui!

Come sarebbe?

Sono pagato a nero”.

A nero?

Soy filippino. Como me dovere pagar?!

Incredibile”.

Ora me escusi ma devo limpiar 5000 paia di zapatos”. SBAM!

 

 

All’imitazione di accenti stranieri si fa riferimento anche in un’altra notizia che ha per protagonista l’operatrice di un call-center: la telefonista perde infatti il suo lavoro proprio per non essere stata in grado di riprodurre un generico accento dell’Est-Europa (sic!), evidentemente considerato tratto tipico delle operatrici dei centralini.

Altre notizie ruotano invece attorno a precisi tratti linguistici che nell’immaginario collettivo italiano e italofono – o almeno in quello che gli autori e le autrici di Lercio presumono essere l’immaginario collettivo italiano e italofono – caratterizzano prototipicamente specifiche lingue. La satira sul tedesco prende di mira per esempio la presunta abbondanza, nel lessico di questa lingua, di parole che esprimono «stat[i] d’animo contort[i]».

Per il francese il pretesto per la notizia è offerto da un tratto fonetico, ossia la realizzazione uvulare della vibrante (il suono comunemente chiamato “erre francese” o “erre moscia”). La nascita di un bambino nel cui parlato questo tratto è assente viene salutata come la nascita di un messia.

A dire del padre del bambino, la vibrante uvulare rappresenterebbe un «difetto congenito della nostra popolazione», tollerato dallo Stato «per motivi di orgoglio nazionale» con inevitabili ripercussioni sul fatturato dei logopedisti. In Francia – continua l’articolo – «hanno la erre moscia pure i giochi per i bambini» tanto che il ruggito dei leoni giocattolo «sembra Malgioglio che si stira». Il caso del bambino senza “erre moscia” viene poi paragonato a quelli di una «bimba francese che non riesce a parlare con l’accento» [presumibilmente sull’ultima sillaba], di un «bambino arabo che non riesce a pronunciare la L» e di un «dodicenne finlandese che gesticola mentre parla, che per anni si è pensato essere affetto da una forma invalidante di disturbo da black metal mentre invece era solo una caratteristica fonetica».

Nel mondo di Lercio, c’è però anche un altro popolo che considera i suoni della propria lingua un motivo di orgoglio nazionale: quello cinese. In una notizia, si può infatti leggere il caso di un sinofono che, avendo pronunciato – presumibilmente in maniera conforme alla pronuncia standard italiana – il sintagma “ramarro marrone”, si vede revocare la cittadinanza cinese.

Luoghi comuni e stereotipi sulle lingue

 

A conclusione di questa panoramica, necessariamente incompleta, sui principali filoni tematici in cui si articola la satira metalinguistica di Lercio, vorrei riportare qui – a mo’ di bilancio – alcuni dei luoghi comuni e degli stereotipi sulle lingue presenti nelle notizie prese in esame:

- l’idea della lingua come blocco monolitico, l’identificazione della lingua italiana con la sua varietà standard e la conseguente stigmatizzazione di tutte le altre varietà. Si pensi per esempio alle notizie in cui si prendono di mira le abbreviazioni che caratterizzano l’italiano digitato e l’utilizzo da parte di alcuni parlanti, in testi di bassa formalità, del grafema <k> per esprimere l’occlusiva velare sorda. O si pensi anche alle notizie che ironizzano su espressioni proprie del linguaggio giovanile o al titolo su “uscire” che diventa transitivo (in realtà transitivo lo è già in molte varietà substandard, che fanno parte a pieno titolo, sia pure collocate in una posizione periferica, dell’architettura dell’italiano).

- L’idea della lingua come organismo immutabile nel tempo e la conseguente stigmatizzazione di qualsiasi innovazione linguistica – sia essa realizzata attraverso materiale indigeno sia attraverso prestiti da altre lingue. Si veda, a tal proposito, la satira sull’uso degli anglicismi o su neoformazioni come “apericena”.  

- L’idea secondo la quale le regole grammaticali sarebbero preesistenti agli usi linguistici e imposte d’ufficio dall’Accademia della Crusca o da altre autorità.

- L’idea secondo la quale una delle funzioni principali dell’Accademia della Crusca consisterebbe nell’approvazione – se non addirittura nella coniazione – di nuove parole da inserire in un fantomatico vocabolario (la pubblicazione dell’ultima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, come già ricordato, fu interrotta bruscamente quasi un secolo fa).

- L’idea secondo cui il metro per valutare le competenze di un apprendente in una lingua seconda sarebbe soprattutto la vicinanza o lontananza rispetto alla competenza e all’uso di un nativo. È questa per esempio la visione che sta alla base dei titoli su Matteo Renzi, il cui inglese viene valutato soltanto in relazione a quello di un parlante nativo e non per esempio in termini di efficacia pragmatica.

Mi sembra interessante notare, tra l’altro, come nella maggior parte dei casi non sia affatto facile distinguere con precisione tra i luoghi comuni utilizzati consapevolmente dagli autori e quelli invece utilizzati inconsapevolmente.

 

Immagine: Alcuni redattori di Lercio insieme a Giobbe Covatta al Festival internazionale del giornalismo di Perugia

 

Crediti immagine: Guttolo / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

 


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