08 gennaio 2021

Il linguaggio dei populisti al tempo del Coronavirus: Orbán e Johnson

 

Dopo aver osservato come si sono espressi Trump e Bolsonaro, prendiamo in esame Viktor Orbán e Boris Johnson, due leader che hanno tenuto una condotta molto diversa nella gestione della pandemia.

 

Il Coronavirus in Ungheria: leggi (molto) speciali

 

Le misure adottate per fermare l’impennata dei contagi e la diffusione del Coronavirus in Ungheria rischiano di divenire permanenti. L’11 marzo fu proclamato lo stato di emergenza ma il premier ungherese Viktor Orbán tentò di estenderlo a tempo indeterminato. Il 23 marzo del 2020 in Ungheria si contavano 131 contagi, con soli 4 morti, ma il presidente puntava ad ottenere i pieni poteri per più di 90 giorni. Il governo, presieduto dal presidente, richiese al Parlamento di poter governare come se il paese fosse in perenne stato di emergenza, con decreti utili a modificare leggi in vigore e sospendere i poteri del Parlamento. La legge speciale permise al premier magiaro di governare per decreto e senza l’approvazione del Parlamento fino a che lui lo avesse ritenuto necessario. L’aspetto più controverso della legge era la possibilità di introdurre pene detentive fino ad otto anni per coloro i quali ostacolassero gli sforzi governativi nel contenimento della pandemia e fino a cinque anni per chi diffondesse false notizie. Inoltre, nella legge venne introdotto il “sesso di nascita” che rappresenta l’unica caratteristica in grado di determinare il genere delle persone. Con queste misure, sono negate le terapie ormonali e l’individuo transessuale non potrà registrare all’anagrafe il nuovo nome, alla fine del percorso di transizione.

I timori delle opposizioni erano quindi più che giustificati, in considerazione del fatto che solo la Corte costituzionale aveva il potere di controllare l’azione dell’esecutivo e i quindici giudici che la compongono avevano dimostrato di non essere sempre imparziali. Orbán, parlando alle opposizioni in Parlamento si è espresso in questi termini: “Dovete uscire dalla vostra confortevole nicchia, per qualche tempo dobbiamo organizzare le nostre vite in modo diverso. Il potere di controllo del Parlamento è quello della sua maggioranza e risolveremo questa crisi con o senza di voi”. Parole forti per un leader che governa uno Stato facente parte dell’Unione Europea. Il 30 marzo il Parlamento ha approvato la nuova legge, con 137 voti favorevoli e 53 contrari: di fatto, una nuova forma di dittatura (una democratura molto spinta) era sorta in Europa, ma i leader dell’UE non hanno preso posizione contro il leader ungherese. Solo il 17 aprile il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione contro l’Ungheria, poiché quanto fatto da Orbán era incompatibile con i valori fondanti dell’Unione Europea.

 

Il regime in azione contro il Coronavirus e le successive rinunce

 

Dopo l’approvazione della legge sono stati firmati oltre cento decreti, molti dei quali non rispettosi della tutela della privacy, dei diritti dei dipendenti e della trasparenza degli atti dell’amministrazione. Sono stati effettuati anche molti arresti, soprattutto di membri dell’opposizione e di critici della gestione governativa dell’emergenza. La pandemia ha messo a nudo tutti i limiti del sistema sanitario ungherese, costringendo a dimettere 36.000 malati per far posto ai pazienti affetti da Covid. Il premier ungherese alla metà di maggio ha dichiarato: “Abbiamo difeso con successo la nostra patria e le nostre prestazioni sono paragonabili a quelle di qualsiasi altro Paese. Daremo a tutti l’opportunità di scusarsi con l’Ungheria per le false accuse che sono state mosse contro di noi negli ultimi mesi”. Si è perciò detto disponibile a rinunciare ai pieni poteri entro poche settimane. Il 17 giugno è stato revocato lo stato di pericolo, che è entrato in vigore il giorno successivo. Dopo un’estate relativamente tranquilla, il primo settembre è stata presa la decisione di chiudere le frontiere: unico Paese europeo, l’Ungheria, ad adottare una linea tanto dura in un momento in cui la pressione sul sistema sanitario era al minimo. L’opposizione ha ritenuto che questa misura fosse dettata dallo scarso numero di tamponi effettuati e soprattutto dalla decisione governativa di non impedire i viaggi all’estero. Nei mesi estivi il governo ha difatti deciso di non redigere alcuna lista dei Paesi a rischio, caso unico in Europa. L’ingresso nel Paese è consentito soltanto ai turisti provenienti da Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia, solo se il tampone è negativo e il turista abbia già prenotato un alloggio. Il presidente ha però rassicurato i suoi concittadini e in un discorso alla radio pubblica ha dichiarato: “Durante la prima ondata quello che potevamo dire a tutti era di restare a casa mentre preparavamo il sistema sanitario. Adesso il compito di restare a casa non riguarda tutti, ma al contrario, ciascuno potrà continuare a vivere la propria vita. Il Paese deve funzionare e nello stesso tempo si deve proteggere dal virus in modo ordinato e seguendo le regole”. Ma alla metà di settembre l’Ungheria ha registrato il record di contagi settimanali, un dato allarmante. Con l’aggravarsi della situazione nei due mesi successivi, Orbán ha riottenuto i pieni poteri per novanta giorni e ha deciso di varare un coprifuoco notturno, lasciando aperte tutte le attività (scuole, locali, supermercati, aziende e industrie). A differenza di altri leader populisti, Orbán si inserisce nel contesto di uno Stato ex sovietico, in cui la presenza di un leader forte è tollerata – o accettata –, rispetto a quanto succede nelle democrazie occidentali. Il leader magiaro ha avuto un atteggiamento molto prudente nei confronti del virus; ben diverso invece è stato, perlomeno all’inizio, il comportamento tenuto dal premier rritannico Boris Johnson.

 

Boris Johnson: sopravvivere o morire?

 

All’inizio dell’emergenza di Coronavirus Johnson è stato categorico: “Moriranno molte persone”. Parole dure, che implicavano la debolezza del sistema sanitario britannico. Il premier ha dichiarato, in un discorso alla nazione, il 12 marzo: «We have all got to be clear, this is the worst public health crisis for a generation. Some people compare it to seasonal flu. Alas, that is not right. Due to the lack of immunity this disease is more dangerous and it is going to spread further and I must level with you, I must level with the British public: many more families are going to lose loved ones before their time» (“Voglio essere chiaro, questa è la peggiore crisi sanitaria di una generazione. Alcune persone la paragonano all’influenza stagionale. Ma non è corretto. A causa della mancanza di immunità, questa malattia è più grave e continuerà a propagarsi e io devo essere onesto con voi, devo essere onesto con i britannici: molte famiglie perderanno i propri cari prima del tempo”). Inoltre, il primo ministro britannico si è dichiarato un convinto assertore dell’immunità di gregge, auspicando che molto suoi concittadini si ammalassero in forma lieve per poter sviluppare gli anticorpi, come avviene con la vaccinazione. Secondo alcune stime del governo inglese, almeno il 60% della popolazione dovrebbe contrarre il virus e il governo dovrebbe limitarsi a tenere sotto controllo il tasso d’infezione, garantendo una quantità sufficiente di posti in terapia intensiva, cercando inoltre di far ammalare i soggetti più giovani e sani, che avrebbero meno possibilità di sviluppare complicazioni. È stata quindi criticata la linea seguita dall’Italia, che ha adottato un lockdown generalizzato.

Il premier ha però ordinato la chiusura di alcune attività, dando il via ad un “lockdown morbido”, spaventato dalle previsioni di alcuni virologi britannici, che stimavano fino a 250.000 morti in attesa dell’immunità di gregge tanto cara a Johnson e solo il 23 marzo è stato decretato il lockdown generalizzato.

 

La positività al virus

 

Il 27 marzo il Primo ministro è risultato positivo al Covid-19, primo leader politico a contrarre il virus; lo ha annunciato in un video pubblicato su Twitter, in cui ha affermato che avrebbe continuato a guidare gli sforzi del governo britannico, seppur in quarantena in un appartamento a Downing Street. «I want to bring you up to speed something that’s happening today, which is that I’ve developed a mild symptoms of the coronavirus, that’s to say a temperature and a persistent cough and on the advice of the chief medical officer, I’ve taken a test that has come out positive. So, I am working from home. I’m self-isolating and that’s entirely the right thing to do, but be in no doubt that I can continue, thanks to the wizardry of modern technology, to communicate with all my top team, to lead the national fightback against coronavirus» (“Voglio aggiornarvi su qualcosa che sta accadendo oggi, ovvero che ho sviluppato lievi sintomi da coronavirus, vale a dire una febbre e una tosse persistente e, su consiglio del medico, ho fatto un test che è risultato positivo. Quindi, lavoro da casa. Mi sto autoisolando ed è assolutamente la cosa giusta da fare, ma non ho dubbi che potrò continuare, grazie alla magia della tecnologia moderna, a comunicare con tutta la mia squadra, e a guidare la lotta nazionale contro il coronavirus”). Il 5 aprile Johnson si è recato in ospedale per una visita di controllo, poiché aveva ancora la febbre e la tosse. Il giorno seguente è stato ricoverato in terapia intensiva, dove è rimasto per tre giorni, venendo dimesso il 9 aprile, quando nel Paese si contarono 887 morti causate dal virus. Solo il 27 aprile il primo ministro è tornato a mostrarsi in pubblico, con un discorso da Downing Street, nel quale ha sostenuto che non fosse ancora possibile allentare le misure di contenimento del virus, esortando i cittadini a tenere duro, per poter resistere a «the biggest single challenge this country has faced since the war» (“La più grande sfida singola che questo paese ha dovuto affrontare dalla guerra”). Dopo aver subito sulla propria pelle gli effetti del Covid, il primo ministro britannico ha radicalmente cambiato opinione, come è stato anche notato dai commentatori. Un mese più tardi, il 25 maggio 2020 hanno cominciato ad affievolirsi le misure prese per fronteggiare la pandemia, in particolare sono stati riaperti i negozi di beni non essenziali e una settimana più tardi le scuole, nelle quali però gli studenti non avevano l’obbligo di frequenza. La misura ha riguardato solo i bambini dell'asilo e del primo e dell’ultimo anno della scuola primaria. Il primo ministro britannico anche nel corso dell’estate ha mostrato un deciso cambio di rotta, promettendo un massiccio programma di vaccinazioni antinfluenzali, definendo i no vax “pazzi”: «There's all these anti-vaxxers now. They are nuts, they are nuts» (“Ci sono tutti questi no vax. Sono pazzi, sono pazzi”). L’uso delle mascherine è stato imposto anche all’interno delle attività commerciali, prevedendo sanzioni fino a cento sterline in caso di infrazione. Inoltre, è stata imposta la quarantena ai cittadini britannici che rientravano da luoghi a rischio, come la Spagna, in quanto a parere del premier «in Europe, amongst some of our European friends, I'm afraid you are starting to see in some places the signs of a second wave of the pandemic» (“in Europa, tra alcuni dei nostri amici europei, temo che stiate iniziando a vedere in alcuni luoghi i segni di una seconda ondata di pandemia”). Per ordine del presidente è inoltre stata varata una campagna contro l’obesità: Johnson ha dichiarato che il peso in eccesso rende più complessa la guarigione non soltanto dal Covid, ma da tante altre patologie, con l’effetto di aumentare la pressione sul sistema sanitario britannico, già fortemente provato dalla pandemia. Nonostante le misure adottate, la Gran Bretagna resta il paese maggiormente colpito d’Europa e la gestione della pandemia viene considerata fallimentare dalla maggior parte dell’opinione pubblica e dai membri dell’opposizione, che hanno criticato l’operato del governo. Il 23 settembre Ben Bradshaw, membro del partito laburista, durante un’interrogazione parlamentare chiese al primo ministro se il fatto che la Germania e l'Italia avessero tassi di mortalità molto più bassi e restrizioni sullo stile di vita meno severe potesse essere dovuto al fatto che i sistemi di tracciamento dei contagi avevano funzionato meglio. Ma la risposta del primo ministro ha lasciato tutti di stucco: «There is an important difference between our country and many other countries around the world: our country is a freedom-loving country. If we look at the history of this country over the past 300 years, virtually every advance, from free speech to democracy, has come from this country. It is very difficult to ask the British population uniformly to obey guidelines in the way that is necessary» (“C'è un’importante differenza tra il nostro Paese e molti altri Paesi del mondo: il nostro Paese è un Paese che ama la libertà. Se guardiamo alla storia di questo paese negli ultimi 300 anni, praticamente ogni progresso, dalla libertà di parola alla democrazia, è arrivato da questo Paese. È molto difficile chiedere alla popolazione britannica in modo uniforme di obbedire alle linee guida nel modo in cui è necessario”) (). Infine, ha dichiarato che il virus sarà sconfitto come ogni altro invasore della Gran Bretagna, utilizzando nuovamente un linguaggio fortemente patriottico, per spronare il popolo inglese.

 

I tratti del linguaggio di Orbán

 

Victor Orbán e Boris Johnson sono due eccezioni nel panorama mondiale dei leader populisti per il modo peculiare in cui hanno gestito la situazione. Come abbiamo visto, il presidente ungherese ha richiesto e ottenuto i pieni poteri, grazie ai quali ha potuto varare una serie di decreti per contenere il diffondersi dell’epidemia. Conformemente ai suoi modi, per così dire, spicci, Orbán si è servito di un linguaggio semplice, articolando le proprie argomentazione sempre in direzione di ripetuti attacchi contro l’opposizione: “Il potere di controllo del Parlamento è quello della sua maggioranza e risolveremo questa crisi con o senza di voi”. In questo modo, ha mostrato la deriva autoritaria dell’esecutivo da lui guidato, in quanto i decreti prescrittivi sono stati, in alcuni casi, rivolti contro gli oppositori politici. Con Orbán, è emerso un altro carattere distintivo dei populismi: l’accanimento contro le minoranze: nel caso ungherese, quella degli omosessuali. Ci sono aspetti simili nel linguaggio orbaniano e in quello di Trump, specialmente nella scelta dei temi e nella profilazione dell’agenda concettuale: strategie referenziali (in ambito economico), strategie predicative (problemi con il sistema sanitario), strategie argomentative (per es.: “Abbiamo difeso con successo la nostra patria e le nostre prestazioni sono paragonabili a quelle di qualsiasi altro Paese”, in cui si appropria dei meriti), rappresentazioni dei discorsi (per es., il suo punto di vista personale sulla questione: “Durante la prima ondata quello che potevamo dire a tutti era di restare a casa mentre preparavamo il sistema sanitario”).

 

I tratti del linguaggio di Johnson

 

A differenza di Orbán, ma come il resto dei suoi omologhi populisti, Boris Johnson ha sottovalutato la gravità dell’infezione, auspicando che i cittadini britannici sarebbero riusciti a raggiungere l’immunità di gregge e soprattutto dichiarandosi contrario alle misure di confinamento imposte alla popolazione da altri leader europei. Nei suoi discorsi ha anche usato un tono catastrofico e belligerante: “La più grande sfida singola che questo Paese ha dovuto affrontare dalla guerra”. Un linguaggio semplice e immediato, ricco di metafore che sembrano ricordare i discorsi di Winston Churchill: “Voglio essere chiaro, questa è la peggiore crisi sanitaria di una generazione” (Johnson), da confrontare con “Siamo nella fase preliminare di una delle più grandi battaglie della storia” (Churchill in Sangue, fatica, lacrime e sudore).

Il momento di svolta nella politica del leader inglese si è avuta dopo la sua positività al virus, che lo ha portato anche al ricovero in terapia intensiva. Da quel momento Johnson ha cominciato ad usare toni più pacati riferendosi al virus, per mezzo di un lessico comune e diretto: “Ci sono tutti questi no vax. Sono pazzi, sono pazzi”. Spinto anche dall’aumento incontrollato del numero delle vittime, ha varato un lockdown nazionale e soprattutto aspramente criticato i negazionisti. Il suo lessico è quindi evidentemente divenuto maggiormente accorto e critico, molto meno ad effetto e con un uso meno insistito di slogan. Johnson ha però conservato il suo tratto patriottico, come Churchill, che se da un lato mira a sostenere il popolo britannico nel difficile periodo, rischia di essere eccessivamente retorico e semplicista: “C'è un’importante differenza tra il nostro Paese e molti altri Paesi del mondo: il nostro Paese è un Paese che ama la libertà. […] È molto difficile chiedere alla popolazione britannica in modo uniforme di obbedire alle linee guida nel modo in cui è necessario”. Anche il suo omologo ungherese ha mantenuto una forte impronta nazionalista, ma non ha mai sottovalutato gli effetti del Covid-19, caso unico nel gruppo dei leader populisti europei. Inoltre, almeno per il momento, Orbán ha dimostrato di non voler portare alle estreme conseguenze il suo attacco alla democrazia, in quanto, come promesso, ha rinunciato ai pieni poteri quando la situazione epidemica ungherese si è stabilizzata, moderando i toni nei suoi discorsi.

 

Bibliografia

Cedroni Lorella, Il linguaggio politico della transizione: tra populismo e anticultura, Armando, Roma, 2010.

Cervelli Pierluigi, La comunicazione politica populista: corpo, linguaggio e pratiche di interazione, «Actes Sémiotiques» 121, 2018, pp. 1-12.

Dell’Anna Maria Vittoria, Lingua italiana e politica, Carocci, Roma, 2010.

 

 

Il linguaggio dei leader populisti al tempo del Coronavirus, di Anna Raimo

 

Trump e Bolsonaro

 

Immagine: Victor Orbán durante un dialogo per il referendum ungherese sulla quota di migranti nel 2016

 

Crediti immagine: Elekes Andor, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

 

 

 

 

 

 


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