21 gennaio 2021

Uno spettro si aggira per l’Italia. Lo stile manifesto del PCI delle origini

 

Durante il congresso di Livorno del gennaio 1921, il XVII del Partito Socialista Italiano, l’autodenominatosi portavoce della «frazione comunista» Amadeo Bordiga dichiarava la piena adesione del proprio gruppo ai dettami della recente Terza Internazionale: a neanche trent’anni dalla sua nascita, nel PSI si consumò la scissione forse storicamente più rilevante della sinistra italiana. Attraverso una lettura linguistica e comunicativa di quel discorso e dello Statuto del Partito Comunista d’Italia, fondato esattamente un secolo fa in conseguenza di quella frattura, si possono approfondire le linee stilistico-comunicative che hanno caratterizzato la lingua di uno dei più importanti partiti di massa della nostra storia nazionale: da un lato la componente rigorosa e “scientifica”, dall’altro quella propagandistica e dialettica.

 

«È costituito il Partito Comunista d’Italia»

 

Lo Statuto del Partito Comunista d’Italia è scandito in 67 articoli, alcuni dei quali suddivisi in commi e sottocommi, più le «Disposizioni transitorie»; prevalgono così le strutture sintattiche e le formule dei testi giuridici e burocratici quali rimandi interni, sigle e alcuni fenomeni come la deagentivizzazione e la ridondanza: «Il C. E. [scil. Comitato Esecutivo] della Federazione Provinciale risolve: a) in prima istanza le questioni politiche sorte fra le diverse sezioni della Federazione; b) in seconda istanza sopra ricorso contro decisioni delle sezioni; le questioni di indole personale e locale. È ammesso ricorso al C. E. del Partito per le questioni di cui al comma a) e per le questioni di cui al comma b) secondo l’art. 32» (articolo 38).

Obblighi e divieti, espressi in modo perentorio, costituiscono l’architrave non solo e forse non tanto dello Statuto, quanto piuttosto della «disciplina» più volte in esso richiamata a garanzia di una struttura ideologica e partitica il più possibile ferrea e granitica, come si legge ad esempio nell’articolo 8: «La iscrizione al Partito Comunista è fatta mediante un modulo uniforme distribuito alle Sezioni dal Comitato Esecutivo; essa implica l’adesione incondizionata al programma, nonché la osservanza del presente Statuto e la più rigorosa disciplina verso i deliberati del Partito e della Internazionale Comunista».

 

Lessico ortodosso

 

Il livello linguistico più caratteristico e caratterizzato è quello lessicale, che – com’è naturale nel caso di ideologie accuratamente teorizzate – si serve delle parole tipiche della dottrina di riferimento. Da un lato stupisce che lo Statuto non impieghi mai i vocaboli «marxismo» (o «marxista») e «comunismo», che invece erano più volte ricorsi sulle labbra di Bordiga; dall’altro sono invece presenti, e magari diffuse, voci o espressioni come «lotta di classe», «proletariato», «borghesia», «classe capitalistica», «partito politico di classe», «dittatura proletaria», «consigli dei lavoratori» e «gestione collettiva della produzione e della distribuzione».

Il fulcro, e il punto di disaccordo sostanziale con la visione del Partito Socialista Italiano guidato da Turati, è tutto nella «lotta rivoluzionaria», naturalmente sul modello sovietico; un approccio determinato dal fatto che la «democrazia» era giudicata dalla componente comunista un disvalore e un ostacolo, in quanto «organo per la difesa degli interessi della classe capitalistica» (articolo 1, comma 2): per raggiungere il proprio obiettivo il nuovo partito non poteva dunque che propugnare «l’abbattimento violento del potere borghese» (articolo 1, comma 3).

 

«Compagni!»

 

Il discorso di Bordiga è invece un’argomentazione appassionata in cui si susseguono tesi, antitesi e confutazioni di queste ultime: «Si dice ancora: le 21 condizioni corrispondono alle condizioni della Russia. Non è vero. Fanno tesoro dell’esperienza russa e non credo che vi sia qui qualcuno così cieco da voler negare il valore della esperienza russa nel giudizio internazionale della lotta proletaria, salvo ad accettarlo o non accettarlo. Ma le 21 condizioni non servono per la Russia. La Russia è l’unico Paese cui non servono perché là il pericolo dell’opportunismo è superato».

Coerente con il settimo punto delle condizioni che la Terza Internazionale aveva stilato per poter aderire al movimento comunista, Bordiga affermava infatti, con un’interessante notazione metalinguistica a proposito dell’ultimo sostantivo della citazione precedente (attestato nella nostra lingua dopo l’Unità d’Italia): «ecco anche perché quando parliamo del fenomeno che sono qui a trattarvi, seppure lo vogliamo dire – in mancanza di termine migliore che forse si troverà in qualunque lingua – fenomeno di opportunismo, non intendiamo fare una definizione di ordine etico e individuale: intendiamo parlare di un fenomeno superiore ad ogni volontà di coloro che erano alla testa del movimento proletario alla vigilia della guerra». In altre parole, chi – come Turati – riteneva che si potesse ottenere il riconoscimento dei diritti della classe proletaria servendosi degli strumenti già forniti dalle istituzioni liberal-democratiche era etichettato come «opportunista».

 

Significanti e significati di un’ideologia

 

Da tali premesse, e sempre guardando alla recente esperienza russa, era naturale che l’approccio «riformista» fosse considerato negativamente e venisse accomunato ad altri vocaboli storico-politici quali «menscevico» e «socialdemocratico», interpretati come suoi sostanziali sinonimi. Similmente, considerati l’argomento prettamente politico e l’impostazione ideologica del suo discorso, Bordiga non poteva che servirsi di numerosi “-ismi/-isti”, anch’essi talvolta ridefiniti o problematizzati: «Ed è curiosissimo, compagni, come su un altro problema si equivochi fondamentalmente, quando cioè si chiama noi volontaristi. Ma volontaristi siete stati voi che avete accusato di eccessivo determinismo, che degenerava nel fatalismo, quella affermazione che l’azione di allora non era nulla e tutto doveva riporsi nel fine lontano che doveva condurci alla aspettativa negativa del massimalismo storico […]. Se vi furono due revisioni volontaristiche del determinismo marxista che davano per il riformismo la interesistenza della legge storica e della volontà umana, queste due revisioni furono tutte e due contro di noi. Così la revisione dei riformisti come quella dei sindacalisti».

Anche in altri passaggi del suo intervento il leader comunista si soffermava a precisare il significato di alcune parole e a mostrarne un’evoluzione semantica: «Bisognava intendere che se era marxista e se era rivoluzionario, nella vigilia della guerra, dire “intransigenza, niente blocco elettorale politico, niente blocco elettorale amministrativo, niente collaborazione, niente massoneria”, oggi intransigenza vuol dire qualche cosa di più. Se ieri collaborazione di classe voleva dire ministri socialisti in un regio Ministero, oggi collaborazione di classe vuol dire invece un Ministero socialista sovrapposto alla struttura statale dell’oppressione borghese. Se ieri intransigenza voleva dire buttar fuori chi voleva andare al Governo, il mettersi la feluca del regio servitore, oggi intransigenza vuol dire liberarsi da chiunque non comprende che la lotta deve essere contro le istituzioni politiche borghesi, che la lotta deve essere per la conquista integrale, rivoluzionaria del potere, da parte del proletariato, secondo le previsioni e la dottrina di Marx».

 

Uno scontro tra «pronomi» e «parole da comizio»

 

Da una dinamica politica così conflittuale scaturiva dunque una forte contrapposizione tra la prima e la seconda persona plurali: «Ristabiliamo i pronomi al loro posto e vi calmerete. Voi dite a noi “secessionisti”, voi ci dite: “Ve ne andrete e finirete dove altri hanno finito perché la bandiera della lotta di classe è rimasta a questo vecchio tradizionale Partito Socialista che attraverso ai suoi urti di tendenza è rimasto finora all’avanguardia dell’azione del proletariato italiano, voi siete piccoli gruppi di gente, di illusi, di arrabbiati o maniaci della violenza che andate e che subirete la stessa sorte degli altri…”. Se questo avverrà, ebbene, noi, o compagni, vi diciamo che vi sono due ragioni che ci differenziano da tutte le scissioni che sono fino ad oggi avvenute. Vi è la ragione che noi rivendichiamo, e voi avete ancora la possibilità di venire a confutare questi argomenti di dottrina e di metodo, noi rivendichiamo la nostra linea di principio, la nostra linea storica con quella sinistra marxista che nel Partito socialista italiano con onore, prima che altrove, seppe combattere i riformisti. Noi ci sentiamo eredi di quell’insegnamento che venne da uomini al cui fianco abbiamo compiuto i primi passi e che oggi non sono più con noi. Noi, se dovremo andarcene, vi porteremo via l’onore del vostro passato, o compagni!».

A tale riguardo è però utile ricordare anche uno stralcio di quanto in quel congresso affermò Turati, a sua volta prodigo di riferimenti dottrinari e di cenni di natura metalinguistica: «noi abbiamo qualche ragione di ritenerci gli eredi più fedeli del marxismo più puro e più completo. Il culto di qualche frase, la famosa violenza che fa tutto nella storia, e via via, parole da comizio, che per accidia intellettuale si affacciano al cervello dei meno colti, che per loro sono come le chiavi che aprono tutti i chiavistelli della storia, e velano il vero fondo della dottrina. Quel culto delle frasi isolate, dei periodi isolati, per cui Marx dichiarava volentieri e spesso lui di non essere marxista, come io – uomo di cento cubiti più sotto, si capisce – ho avuto tante volte, di fronte a certi pettegoli, da dichiarare che non sono punto turatiano. Perché nessuna formula, fossero anche i 21 punti di Mosca, nessuna formula scritta ci dispensa dall’avere un cervello pensante, sostituendosi all’azione del cervello che, al cimento dei fatti che mutano, si serve bensì di certe leggi intellettuali, di certi punti di orientamento acquisiti, ma modifica continuamente le proprie vedute a seconda delle necessità della storia e dell’ora». Strada che in effetti lo stesso PCI percorse poi per decenni con la sua attività democratica all’interno delle istituzioni repubblicane, e forse sintomo del progressivo avverarsi della «profezia» che proprio Turati preconizzò cent’anni or sono.

 

 

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Immagine: Prima pagina de l'Ordine Nuovo del 22-01-1921

 

 

 

 

 

 

 

 


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