14 maggio 2021

Marco Pannella, parole e silenzi radicali

Le quattro vite di Marco Pannella

 

Poche esperienze politiche come quelle del politico abruzzese Marco Pannella hanno segnato i decenni e la storia politica contemporanea, partendo dal dopoguerra fino ad arrivare al 19 maggio 2016, data della morte.

Pronipote di un ottimo storico locale, Giacinto Pannella (autore di vari titoli di interesse storico, ma anche linguistico: Gonella 1993), un sacerdote liberale da cui prende il nome all’anagrafe, deve però molta parte della formazione alla madre, svizzero-francese. Da lei eredita, oltre ad aspetti insieme calvinisti e libertari del carattere, anche la lingua francese che costituisce un coté importantissimo nelle letture e anche nelle frequentazioni giovanili di Marco; a volte in francese erano anche i suoi discorsi al parlamento europeo. Tuttavia la riflessione politica, più che verso il sistema politico-istituzionale transalpino (da alcune delle cui fasi discende il nostro per antico influsso), vira verso quelli anglosassoni, preferiti sia per il sistema istituzionale che prevede l’elezione del parlamento con il sistema maggioritario a turno unico, sia per quello giudiziario che vede una rigorosa separazione tra parte inquirente e parte giudicante nel sistema penale.

Giovanissimo lettore e fervente ammiratore di Benedetto Croce, con il quale dialogò di persona (ma già il prozio Giacinto ne era corrispondente attivo), le letture dei classici liberali (anche dei cattolici liberali come Romolo Murri) sono l’altro pilastro di una formazione meno irregolare di quanto comunemente si pensi: Pannella è uno dei tanti figli illustri del liceo classico Giulio Cesare di Roma che hanno poi completato gli studi giuridici senza esercitare direttamente professioni forensi (fece l’avvocato solo per qualche mese), ma mettendo il diritto (in senso oggettivo) e i diritti (in senso soggettivo) al centro della riflessione politica.

La ricca bibliografia di carattere biografico (delle non poche ricostruzioni della vita ricorderemo solo le più recenti, Vecellio 2010, Caffo-Taddio 2014, Galli 2016, Negri 2017 e Angioli 2016, che vanno lette assieme al documentario Uno scandalo inintegrabile curato nel 2017 da Radio Radicale) ci esenta dal ripercorrere nei dettagli aspetti minimi, lasciando le mani libere per sintetizzare gli aspetti linguistici delle quattro vite pubbliche e private di Marco Pannella, a cominciare da quella dell’apprendistato attivo, che comincia nel 1945 e che ha come culmine il 1955, data in cui fonda il Partito radicale con altri giovani della sinistra liberale e con un gruppo di intellettuali tra i più brillanti dell’Italia repubblicana, tra cui Ernesto Rossi e Mario Pannunzio, per sempre suoi rivendicati padri ideali. La seconda fase è quella in cui comincia a plasmare il Partito radicale secondo due linee di comportamento, il coordinamento con le forze parlamentari (socialisti e liberali), che porta a risultati giganteschi come la legge sul divorzio presentata da Loris Fortuna e Antonio Baslini, e la creazione di associazioni tematiche sul divorzio (LID), i diritti degli omosessuali (FUORI), l’abolizione del Concordato tra Stato e Chiesa, l’obiezione di coscienza e l’antimilitarismo: il momento più importante è senza dubbio la vittoria del No al referendum sull’abolizione del divorzio del 12 maggio 1974. Tra le conseguenze dell’onda, c’è la presentazione delle liste radicali alle elezioni politiche del 1976, con cui Pannella entra per la prima volta alla Camera in una pattuglia di quattro deputati: questa lunga fase politica, la terza, è caratterizzata dalla presentazione di numerose proposte referendarie, alcune vinte, molte altre perse. L’ultima fase, a sua volta, si può suddividere in varie sottoarticolazioni che non possiamo ripercorrere neanche per sommi capi, ed è quella della trasformazione del Partito radicale in un partito politico non elettorale, ma gandhiano (il nuovo simbolo del partito è un’immagine stilizzata del Mahatma), transnazionale e transpartito, tre aggettivi molto amati da Pannella. Il primo e il secondo si capiscono; il terzo, invariabile e usato al posto del più comune transpartitico, implica la possibilità di adesione di persone di idee anche opposte, fatto che puntualmente si verifica all’inizio timidamente, soprattutto tra i partiti più rigidi (il primo comunista a iscriversi alla nuova creatura è Willer Bordon, seguito però presto da molti altri), poi in forma massiccia: oggi hanno la tessera del Prt centinaia di esponenti del centro, della destra e della sinistra, attirati da temi comuni, di volta in volta l’abolizione della pena di morte, i diritti politici e civili, le garanzie nel processo, ecc.

Nelle vite politiche di Pannella e nei loro settant’anni c’è però molta più continuità di quanta non si possa aspettare in una vicenda in cui tutto, letteralmente, cambia intorno a lui e a noi: comincia con le rovine di un’Italia uscita dalla guerra e finisce con Internet e la battaglia sul diritto alla conoscenza senza che nell’essenziale sia cambiato il metro di analisi, quello liberale e libertario.

 

Parole e silenzi

 

Questa longevità nei temi si esprime in una lingua dai caratteri sostanzialmente continui dall’inizio alla fine; era “un disco rotto”, come ripeteva spesso. Se vogliamo trovare dei cambiamenti, l’aggettivazione diventa un po’ meno ricca e ricercata di quella immaginifica degli inizi, che è influenzata da notevoli letture poetiche (Rimbaud su tutti); nella sintassi, all’interno di una notevole ricchezza di moduli espressivi, a un sostanziale equilibrio tra coordinate e subordinate dei primi decenni subentra sempre di più, in controtendenza rispetto alla lingua della politica, una preferenza per queste ultime, segno evidente di un crescente fastidio intellettuale verso la banalizzazione del pensiero. Detto diversamente, la sintassi di Marco Pannella è più complessa nella seconda parte della sua vita che nella prima. Se la forma è una conseguenza delle cose, ciò corrisponde a una sempre maggiore articolazione delle sfumature, delle eccezioni, degli approfondimenti del pensiero principale.

Questa grande attenzione alle sfumature è clamorosamente fuori tempo rispetto alla secchezza da slogan dei tweet con cui oggi si annuncia di tutto, non solo in Italia. Nel quadro di una memorabile intervista a Giovanni Minoli (1980), il giornalista gli intima “l[a] preghiamo di darci delle risposte secche e brevi”. Normalmente il tentativo sarebbe fallito, ma in quest’intervista effettivamente Pannella è davvero secco senza cedere neanche una volta al fascino della divagazione, segno che quando voleva era perfettamente in grado di dominare il mezzo linguistico piegandolo alla semplicità più efficace nei tempi televisivi.

Se la parola (o l’alluvione di parole) per Pannella è una cifra stilistica fondamentale, è stato il silenzio di 28 minuti nel corso di una Tribuna referendaria del 18 maggio 1978 il suo rumore più grande nel mondo della comunicazione politica. Marco Pannella, con Mauro Mellini, Gianfranco Spadaccia ed Emma Bonino si presentò negli studi della Rai e si imbavagliò, affidando i contenuti ai soli cartelli come “La Commissione parlamentare sulla Rai-Tv abroga la verità e l’informazione” (con un gioco di parole tra l’azione di abrogare la legge Reale, su cui si sarebbe votato dopo pochi giorni, e l’azione della Rai, che aveva abrogato lo stesso referendum confinandolo nella non discussione). Si doveva capire quel giorno che le regole dei partiti-dinosauro della prima Repubblica, enormi e lenti, legati ancora ai vecchi schemi della cosiddetta propaganda, potevano essere messi in pericolo, più che da complicati giochi politici, da un piccolo gruppo di corsari fantasiosi e determinati che ne mettevano frontalmente in discussione l’autorità e i metodi. Non c’è manuale di comunicazione politica, oggi, che si possa permettere di ignorare questo dato.

L’altro santuario non verbale della politica pannelliana è il digiuno come strumento di lotta nonviolenta. E così i media raccontavano dei digiuni del leader radicale (non si sapeva come chiamarlo diversamente da così, dato che non è quasi mai stato segretario di un partito che in lui si è incarnato) come forme di protesta, facendolo arrabbiare peraltro moltissimo perché quello della protesta non era né un fine né un mezzo, né nella concezione di Gandhi, né in quella cristiana, né in quella di Marco Pannella. Il digiuno era uno strumento di dialogo attivo, all’inizio rivolto verso tutti, ma con il passare del tempo rivolto quasi esclusivamente alle istituzioni e ai loro rappresentanti e teso a ottenere il rispetto più rigoroso dell’autocoscienza sacrale dei templi della democrazia, dal Parlamento alla Corte Costituzionale. Centinaia di scioperi della fame e, in casi estremi, anche della sete che ebbero un impatto notevole anche sulla fisicità e sul corpo, un’altra parola chiave della comunicazione pannelliana (dare corpo è una delle sue locuzioni verbali più frequenti e, tra i suoi allievi, “Dal corpo del malato al cuore della politica” è il motto dell’Associazione Luca Coscioni). Nel 2002 arriva a bere, davanti alle telecamere della tv di Stato (che naturalmente censura la registrazione: la Repubblica, 19 aprile), la propria urina, gesto che ripete poi al congresso di Radicali Italiani per chiedere al Parlamento di risolvere una volta per tutte un muro contro muro tutto partitico che impedisce la nomina di due giudici costituzionali e non consente alla Suprema Corte di funzionare secondo la legge. Un ascoltatore di Radio Radicale noto per i suoi brillanti microeditoriali di 40 secondi, Alberto da Pescara, ribattezza subito l’appuntamento radicale come “il congresso pisciocentrico”. Se c’è una cosa che la radio ignorava e ignora per principio era la censura, persino nelle critiche verso il Capo.

Alla componente non verbale della comunicazione politica di Pannella aggiungiamo poi il fattore visuale: ne sono parte integrante i marchi acquistati da lui per conto del Partito radicale, a cominciare dalla Rosa nel pugno, storico simbolo del socialismo democratico europeo, e concessi gratuitamente anche ai concorrenti; tra questi il Sole che ride, prestato a uno dei partiti ecologisti, e il titolo della testata Liberazione, registrato e usato negli anni Settanta e poi ceduto a Rifondazione comunista per il suo organo ufficiale.

Ancora un’osservazione. Per quanto oggi disponiamo, in gran parte attraverso il lavoro del giornalista Lanfranco Palazzolo (2006; 2007; 2016), di una serie di scritti, che però sono di solito trascrizioni di interviste e interventi parlamentari, la parte senza confronti maggioritaria del corpus pannelliano è dato da una massa oceanica di interventi a voce. Progressivamente, anzi, nel corso dei decenni, la parola scritta lascia sempre più spazio a quella parlata, in particolare pronunciata nella struttura in cui decide di investire gran parte delle proprie energie, Radio Radicale, oggi un’istituzione culturale di indiscusso prestigio (e anche l’unico archivio storico dell’Italia contemporanea in grado di competere con quello della Rai e delle Camere). Una sorta di fondazione politica e di palestra capace di sopravvivere alla morte del suo ideatore come avveniva nelle vecchie istituzioni, non legate alle sorti di un leader ma che trovavano in sé, naturalmente, la forza per andare avanti. Quasi un paradosso per chi, già nel 1975, usava la parola ideologie con una forte connotazione negativa, sia pure temperata da vari aggettivi (codificate, chiuse) facendola esplodere in un sistema che proprio sui sistemi ideologici era ancora basato (“Io non credo nelle ideologie, non credevo nelle ideologie codificate e affidate ai volumi rilegati e alle biblioteche e agli archivi. Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell’ufficio postale”, 1° gennaio 1975, intervista a Playboy Italia). Assieme alle ideologie, la polemica va verso i ruoli: “non amo i ruoli, né nella politica né nella vita privata, né il Parlamento né a letto” (intervista a Mixer, 1980).

 

Complessità, paradossi, accumulazioni

 

Se dovessimo scegliere tre caratteristiche della lingua di Marco Pannella da indicare come costitutive e fondative, le individueremmo rispettivamente nella capacità funambolica di dominare frasi complesse nel parlato senza perdere il filo, nella figura retorica del paradosso e nell’accumulazione lessicale di parti tese a rappresentare, nel loro complesso, l’insieme.

Della prima abbiamo detto ripetutamente. Quanto ai paradossi linguistici coniati da Pannella dobbiamo ne dobbiamo ricordare almeno due, ripetuti tanto spesso che non ha senso oggi neanche ricostruirne la fonte (il periodo è lo stesso, gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo secolo). Il primo è essere impopolari per non essere antipopolari (lo diceva a proposito di battaglie antipopuliste come quella per l’allungamento dell’età pensionabile come antidoto al collasso dei conti pubblici, ma anche a proposito di altro), giocando sulla semantica dei prefissi in- e anti- e implicitamente sul compito ingrato dei riformatori nella società contemporanea (Pannella usava riformatori, perché trovava le parole riformismo e riformista ideologiche, come tutti gli ismi della politica). Il secondo paradosso insistito è all’opposizione della maggioranza e all’opposizione dell’opposizione, che colloca l’azione politica radicale non semplicemente in una dimensione non governativa, ma di contrapposizione frontale verso il sistema dei partiti pensato come una sorta di partito unico, di “monopartitismo imperfetto”, di “Gran Consiglio dei partiti uniti” (intervento alla Camera del 1992 sulla fiducia al governo Amato). Ed è un paradosso linguistico anche il claim di autopresentazione della stessa radio, che è “Radio radicale, dentro, ma fuori dal palazzo”.

Quanto all’accumulazione di aggettivi e dei sostantivi, un altro tratto caratterizzante della lingua di Pannella, basterà citare un passo dell’intervista con Stefano Rolando, che cita questo “elenco di appartenenze compresenti” nella percezione di sé e del suo movimento politico: socialista, liberale, federalista europeo, anticlericale, antiproibizionista, nonviolento, gandhiano. “Vabbè… – risponde Pannella – la parola di sintesi è radicale. Magari letta con la R maiuscola” (Rolando 2009: 153). Non un elenco di sinonimi parziali, quindi, ma le parti di un insieme. Come d’altra parte è la triade di aggettivi liberale, libertario, liberista (con riferimento, rispettivamente, al liberalismo politico, alle libertà civili e alle libertà economiche), che serve anch’essa a cumulare identità parziali per arrivare a costruirne una intera, questa volta con l’effetto dell’allitterazione.

 

L’eredità

 

Non è materialmente possibile contare gli esponenti delle arti, della canzone, del teatro, del cinema che si sono avvicinati di volta in volta a Pannella e ai radicali, anche senza arrivare alla professione esplicita di Vasco Rossi (“Pannella è il mio alter ego politico”). Due dei più grandi intellettuali dell’Italia del Novecento, Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia, a Pannella non sono stati semplicemente vicini, ma ne hanno innervato l’azione politica. Il primo scrisse il suo ultimo intervento pubblico, intitolato “Lo scandalo Radicale”, in vista della sua partecipazione al congresso del PR nel 1975: glielo impedì la morte, sopraggiunta in modo violento il 2 novembre, qualche giorno prima dell’evento. Lo scrittore siciliano del partito radicale fu addirittura presidente, oltre che parlamentare. Entrambi rappresentano un aspetto dei rapporti nella sinistra di allora: le tensioni con i comunisti, per esempio, sono memorabili. Pannella raccontava di come Giancarlo Pajetta, con il quale peraltro il mulo abruzzese competeva ad armi pari per il finissimo quanto graffiante senso dell’umorismo, provò a sputargli addosso come un qualunque tifoso della curva di uno stadio o Totti su Poulsen in una partita della nazionale; Pannella rideva sempre moltissimo sia per l’episodio in sé, sia perché l’operazione al dirigente comunista era venuta malissimo e la saliva gli era tornata in faccia. Le tirate di Fortebraccio su l’Unità erano una sequela continua di insulti: il giornalista comunista si sarebbe meravigliato probabilmente moltissimo per il fatto che il giornale fondato da Antonio Gramsci avrebbe dedicato a Pannella, il 20 maggio 2016, uno speciale intenso e commosso, intitolato “Ciao Marco / Libero e rivoluzionario”. L’omofobia, che non si chiamava ancora così ed era un sentimento diffuso e considerato normale in Italia fino a qualche anno fa, e che quindi allora era moneta corrente anche nel PCI, veniva fuori in tutti i modi quando si parlava dei radicali, che avevano “scoperto” i diritti degli omosessuali quando il solo fatto di parlarne era un tabù insormontabile. Con il senno di poi, a mente fredda, viene da chiedersi oggi se i durissimi scontri di allora in fondo non fossero altro che litigi tra innamorati, dato che quasi tutte le idee di Pannella sui diritti civili, allora osteggiate, sono poi transitate pari pari nei partiti che hanno preso forma dalle ceneri del PCI, dalla riflessione sulla legalizzazione delle droghe leggere (un altro tabù nella sinistra di allora) fino alla legge Cirinnà.

Non è possibile, parimenti, ricordare quanti politici si sono formati e hanno mosso i primi passi in via di Torre Argentina. Essi sono (o sono stati) sparsi letteralmente su mille fronti delle transitorie collocazioni politiche italiane della seconda Repubblica, da sinistra a destra, siano stati essi aspiranti Presidenti del Consiglio come Francesco Rutelli o commissarie europee e ministre come Emma Bonino, che sono in compagnia di decine di politici molto meno famosi. Dopo le scuole politiche dei grandi partiti storici (democristiani, comunisti, socialisti), il maestro più prolifico di ragazzi di bottega che poi hanno trovato strade diverse è proprio Marco Pannella, a cui è stato sempre accostato polemicamente il nome mitologico di Crono, che divorava i suoi figli (il paragone è stato sempre, altrettanto polemicamente, rimandato al mittente di turno).

Infine, la religione. Se gli aggettivi laico e anticlericale sono parti fondanti ed esibite dell’identità radicale (il primo usato in senso ampio, il secondo in senso proprio e diretto), l’ambiguità sui rapporti tra Pannella e la religione è mantenuta fino all’ultimo momento, persino sul dubbio se non si sia convertito in punto di morte. I rapporti personali con Giovanni Paolo II erano ottimi, ma verso Francesco aveva un trasporto che renderebbe difficile immaginare Pannella come un mangiapreti: “Ti scrivo dalla mia stanza all’ultimo piano – vicino al cielo – per dirti che in realtà ti stavo vicino a Lesbo quando abbracciavi la carne martoriata di quelle donne, di quei bambini e di quegli uomini che nessuno vuole accogliere in Europa”, gli scriveva a pochi giorni dalla morte, ricevendone in cambio un libro e una telefonata affettuosa. Saranno stati il prozio sacerdote, le letture o una predisposizione innata, ma le citazioni bibliche (più i Vangeli che l’Antico Testamento), quasi mistiche, sono frequenti; qualcuna più scontata, ma altre certamente no, come i ragionamenti sulla semantica del latino spes (speranza) in un passo di Paolo di Tarso, spes contra spem, cioè essere speranza contro avere speranza (applicato in particolare alle carceri, ma non solo). È una delle sue ultime battaglie che però trova un’eco antica persino in una poesia, l’unica che si conosca di Marco Pannella, che risale almeno ai primi anni Novanta: “Speranza / non è che tu venga. / Verresti, / e saresti speranza”.

Se e quanta parte della politica attuale sopravvivrà, volatile e affidata com’è ai tweet e ai post di Facebook con cui si aprono e si chiudono crisi politiche e di governo, non rientra nei limiti di questo intervento; ma certamente appaiono maturi i tempi per una riflessione storica sine ira ac studio su uno dei Padri dell’Italia repubblicana. A patto di sapere che probabilmente Marco Pannella a questa discussione si sarebbe sottratto.

 

Riferimenti bibliografici

Angioli, Matteo, Marco Pannella. Una libertà felice, Milano, Mondadori, 2016.

Caffo, Leonardo / Taddio, Luca, Radicalmente liberi: a partire da Marco Pannella, Milano, Mimesis, 2014. 

Galli, Diego, Pannella. La vita e l’eredità, Roma, Castelvecchi, 2016. 

Gonella, Lida Maria, “Edizioni di testi meridionali antichi dall’Unità al 1914”, in Lingue e culture dell’Italia meridionale (1200-1600), a cura di Paolo Trovato, Roma, Bonacci, 1993, 375-552.

Negri, Giovanni, L’illuminato. Vita e morte di Marco Pannella e dei radicali, Milano, Feltrinelli, 2017.

Palazzolo, Lanfranco (a cura di), Marco Pannella. A sinistra del Pci, Milano, Kaos edizioni, 2006.

Palazzolo, Lanfranco (a cura di), Marco Pannella. Contro i Crimini di regime, Milano, Kaos edizioni, 2007.

Palazzolo, Lanfranco (a cura di), Marco Pannella. La rosa nel pugno. Scritti e interviste 1959-2015, Milano, Kaos Edizioni, 2016.

Rolando, Stefano, Marco Pannella. Le nostre storie sono i nostri orti, Milano, Bompiani, 2009.

Vecellio, Valter, Marco Pannella. Biografia di un irregolare, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010.

 

 

Immagine: Pannella con Wei Jingsheng nel 2006

 

Crediti immagine: dumplife (Mihai Romanciuc), CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons


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