09 novembre 2020

Parlare dei sentimenti

Dentro la Generazione Z

 

Il virus del crush

 

Da quando ho iniziato a leggere la scorsa estate il saggio Iperconnessi di Jean M. Twenge (Einaudi, 2018), sono diventata molto più ricettiva ai fenomeni comunicativi dei teenager sui social, in particolar modo quelli che erano focalizzati sul racconto di un sentimento. Prima di allora non pensavo che dietro al cosiddetto «crush», l’espressione con cui le nuove generazioni (la GenZ in primis) indicano ‘la propria cotta’, si nascondesse un atteggiamento cinico e disincantato nei confronti dell’amore. Le sfumature linguistiche del termine mi hanno permesso di capire meglio l’oscillazione entro cui si muove il rapporto dei teen Z con il proprio cuore e la sfera dell’intimità. Se da un lato, possiamo ricondurre «crush», negli esempi di «crush mi ha invitato a uscire» (persona reale) oppure «ho un crush per il mio vicino di casa» (sentimento di attrazione, infatuazione) alla semantica positiva dell’‘essere innamorati di qualcuno’, dall’altro, se ci atteniamo alla traduzione letterale del verbo inglese to crush, ‘schiacciare’, ‘frantumare’, emerge che l’altra faccia della medaglia – un amore intenso vissuto completamente oppure non corrisposto, o ancora un’azione da parte dell’amato/dell’amata che delude – sia rappresentata nell’immagine di un macigno presto si scaglierà su di noi, con il quale, a detta dei GenZ, si esclude ogni possibilità di dialogo. Ecco perché Jean M. Twenge parla di «catching feelings», ‘contrarre i sentimenti’, quando i giovani definiscono la nascita di un attaccamento emotivo a una persona: «un’espressione evocativa, il cui sottointeso è che l’amore sia una malattia a cui sarebbe meglio sfuggire». Il verbo to catch del resto è lo stesso usato per le malattie, soprattutto infettive. Esplicativo in questo senso è un audio comparso su TikTok dopo il lockdown che metteva in guardia le persone da un nuovo virus: i sentimenti.

 

Hook-up culture e tanta strategia

 

La parola «crush», tra l’altro, viene sempre utilizzata al neutro (non si dice infatti «il mio crush o la mia crush»), come se fosse un nome proprio, una personificazione di qualcosa difficile da gestire, ma che diventa oggetto di una ossessione costante. Come il virus, anche l’innamoramento si manifesta all’improvviso e senza possibilità di prevenzione e azione. Questa condizione sembra essere claustrofobica. Per i giovanissimi della GenZ, mi spiega Irene Francalanci, ricercatrice e autrice presso il portale Be Unsocial e content creator di Submarker, un osservatorio sulle sottoculture prevalentemente digitali, «le parole d’ordine per il corteggiamento e le relazioni sono infatti precauzione e estrema consapevolezza. I video su TikTok sull’argomento spesso si traducono in un decalogo delle cose da non fare per non mostrare eccessivo interesse quando si inizia a frequentare qualcuno. Una serie di consigli dati agli altri utenti dove in realtà si cerca di autoconvincere sé stessi». Questa paura dell’intimità, di mostrarsi per quello che si è veramente fa parte della hook-up culture, letteralmente “cultura dell’aggancio”, costruita sulla base di rapporti veloci e casuali in cui l’impegno e le emozioni non sono contemplati». La tecnologia ha incoraggiato relazioni non esclusive, veloci e soprattutto, come mi spiega Irene, caratterizzate da una gratificazione immediata e dove non si può scendere a compromessi. A confermarmi questo scenario è una giovane scrittrice, autrice di Amiche, lacrime & popcorn al caramello (Mondadori, 2020): Cristina Chiperi, classe 1998, mi racconta che il corteggiamento oggi è molto cambiato, e le ragioni sono prima di tutto generazionali. «Oggi basta una reazione a una stories su Instagram, un tweet o dei like scambiati reciprocamente per avviare una comunicazione amorosa. È quasi diventato più difficile non conoscersi. Da un semplice messaggio si capisce subito l’interesse dell’altro, diciamo che “si rischia meno”. La nostra generazione si basa molto sul tenersi in costante contatto e lo fa tramite tutti i social che ha a disposizione: praticamente il “buongiorno” via messaggio la mattina diventa parte integrante della relazione, diventa dunque fondamentale». Eppure, anche se l’impressione è quella di una comunità (digitale) che comunica costantemente, in realtà affrontare le tappe di una comunicazione amorosa e/o di una possibile relazione sentimentale per i GenZ necessita di molti accorgimenti. Il corteggiamento, mi spiega Irene Francalanci, è oggi dichiaratamente strategico: «sono due le armi che la Generazione Z ha in mano: le stories su Instagram mirate, per esempio selfie per attirare l’attenzione della persona che ci interessa e sperare che risponda, e la pratica dello “slow texting” già usato dai Millennial, che comporta l'attesa deliberata di una quantità di tempo non necessaria (secondo Urban Dictionary varia da 6 ore a più giorni) prima di rispondere a un messaggio. È un atto calcolato e consapevole che tutela la persona che lo sta compiendo dal mostrarsi troppo interessata e lascia quella dall’altra parte dello schermo in preda a dubbi e ancora più desiderosa di ricevere una risposta. Alla fine, cambiano i mezzi, ma il concetto è sempre quello del detto che “in amore vince chi fugge”, forse l’unico problema è che oggi fuggono tutti».

 

I tutorial sull’amore e l’allarme della «red flag»

 

Vincenzo Marino, content manager di Red Bull e creatore di Zio, una newsletter dedicata alle tendenze e alle curiosità del mondo GenZ, mi ricorda che sul web, in particolare sui social, «spesso si trovano richieste d'aiuto – o plateali parodie – su come comportarsi quando si incontra, su come si deve scrivere un messaggio, o su come reagire quando ci rivolge la parola (es: "Quando vedo crush", "Cosa fare quando ti accorgi che crush è vicino a tre", ecc). Questa propensione alla richiesta d'aiuto – o al "tutorial" amoroso – è a modo suo surrogata da alcune ricerche uscite nello scorso anno», come quella pubblicata sul The Washington Examiner, Gen Z is swiping left on romance, in cui viene analizzata l’ansia “pre-dating" (prima del primo appuntamento) quando si tratta di vedersi di persona e, più nello specifico, l’incapacità di non riuscire a superare la paura del fallimento e la condizione di vulnerabilità di fronte a un sentimento per qualcuno. L’incapacità di non riuscire a “contrarre un sentimento” sfocia immediatamente nella vergogna. La viralità del meme contenente il neologismo «simp» in questo senso è emblematica. Anche se la trafila etimologica del termine è incerta (potrebbe essere l’abbreviazione dell’aggettivo «simpleton», ‘sempliciotto’, ‘tonto’), «simp» viene utilizzato con tono ironico e nel contesto legato ai consigli di corteggiamento per ridicolizzare i ragazzi che hanno una cotta non ricambiata e che fanno di tutto per riuscire a conquistare la ragazza di cui sono innamorati. Quando su TikTok ci si imbatte nell’espressione «Benvenuto nella Simp Nation» significa che sei entrato a far parte della grande famiglia di “sottomessi” a Cupido. E non è un fatto positivo. Sempre Irene Francalanci, mi spiega un’altra espressione utilizzata per indicare il cosiddetto “allarme rosso”: «esistono moltissimi video sui social cinesi in cui le ragazze e i ragazzi si autodenunciano, non senza momenti di panico, o vengono rimproverati dagli amici, per aver contratto sentimenti. Il primo segnale dell’inizio della malattia è chiamato “red flag” e si riferisce al sorriso che spunta per una notifica della persona per cui in fondo, nonostante tutti i meccanismi di difesa, si ha una cotta». Alla luce di queste riflessioni, che sono in costante movimento come questa generazione, mi sembra che il linguaggio dei sentimenti della GenZ non abbia annullato la comunicazione dei propri sentimenti. Credo abbia tradotto la sua forza comunicativa (di dialogo, di relazione) in una gestione caratterizzata da regole, etichette e controllo. I social, in quest’ottica, giocano un ruolo chiave nella creazione di questo ideale. Ma anche se questa gestione del sentimento intenzionalmente esprime una distanza dall’altro e dalla sfera intima con cui si può entrare in contatto, nella pratica, come i consigli sui social e i tutorial, si serve costantemente della coralità.

 

 

Il ciclo dedicato a modi, lingua e linguaggi della Generazione Z è ideato, curato e scritto da Beatrice Cristalli.

 

1 Parlare sui social

 

Immagine: Screenshot dal film Lilli e il vagabondo del 1955


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