03 dicembre 2020

Parlare del corpo e del sesso

Dentro la Generazione Z

 

La Terza rivoluzione sessuale della GenZ

 

Negli ultimi anni una delle risposte alla progressiva diminuzione dell’attività sessuale dei giovanissimi Z, secondo i dati riportati e analizzati da Jean M. Twenge nel saggio Iperconnessi (Einaudi, 2018), è stata la serie adolescenziale forse più famosa di Netflix, “Sex Education”, che racconta, non senza ironia, le difficoltà e le paure che oggi i teen incontrano nei loro rapporti interpersonali e soprattutto nella sfera intima e sessuale. Verrebbe da pensare che la maggiore accessibilità a materiale pornografico o in generale relativo all’educazione sessuale accresca l’interesse e la maturità per il sesso reale, eppure le cose non sembrano così. Così semplici, intendo. Il recente teen-drama Euphoria ha poi messo in scena le ombre conseguenti al primo incontro sul web in merito al tema sessuale, con la pornografia appunto, che può sintetizzarsi in una delle frasi pronunciata da uno dei protagonisti in un atto sessuale che aveva ben poco di intimo: «Nei porno fanno così, credevo fosse normale». Da un lato sembra esserci una certa destabilizzazione nell’approccio all’intimità, dall’altro un’esasperazione non del tutto controllata, che risente di un continuo confronto con i contenuti veicolati dal web. «Il vocabolario della sessualità è in continua evoluzione grazie a chi, tra i nativi digitali, non pensa che parlare di sesso sia scandaloso, ma urgente e necessario». Ora come non mai. Chi ha deciso di parlarne in modo diretto e senza filtri è il gruppo di giovani ventenni che ha partecipato al progetto “Making of love” – nato  da un’idea di Lucio Basadonne e Anna Pollio – accettando di essere i protagonisti di un documentario sull’argomento, poi girando un film, Edoné. La sindrome di Eva, e scrivendo un libro. Making of love. Parliamo di sesso (Fabbri Editori, 2020) è un vero e proprio manuale di «nuova educazione sessuale», dove si insiste molto, sin dalle prime pagine, sulle questioni culturali e dunque linguistiche con le quali quotidianamente interagiamo per parlare del tema. La diffusione della pornografia prima e l’arrivo dei social network poi hanno mutato per sempre «il linguaggio della e nella sessualità»: «grazie alla commercializzazione estrema della pornografia per mezzo della rete (la Seconda rivoluzione sessuale), l’imprenditoria di settore è stata costretta a diversificare i contenuti offerti fino all’estremo delle necessità degli utenti, [...] definendo e inventando categorie e quindi pratiche sessuali per renderle individuabili e riconoscibili. Il ménage à trois diventa la threesome, altre parole vengono inventate da zero e scompare ogni accezione negativa: non può esserci un linguaggio dispregiativo nel momento in cui tutti sono potenziali clienti. [...] Ma la pornografia ha anche modificato i termini utilizzati nel corso del rapporto sessuale, ovvero ha creato un immaginario collettivo di parole impiegate durante il sesso». Non dimentichiamoci poi che Internet ha introdotto pratiche prima inesistenti, oggi molto popolari tra gli adolescenti, come il sexting, un neologismo creato dal tamponamento delle parole inglesi sex (‘sesso’) e texting (‘invio di SMS’), utilizzato per indicare l’invio di messaggi, immagini o video a sfondo sessuale o sessualmente espliciti tramite dispositivi informatici portatili o fissi. Per i MOLesti il vocabolario sessuale della Generazione Z non è cambiato molto rispetto a quello dei loro genitori. Una caratteristica che riscontrano è la libertà di chiamare le parti sessuali o le pratiche sessuali con i loro nomi “reali”, senza giri di parole o maschere semantiche. Lo riscontriamo anche nei testi di alcuni trapper, molti delle quali donne. Penso soprattutto al brano Sciccherie di Madame, che ha creato il neologismo ficcatine («Ciao amore bibbi, quanto bello, però succhia lì, eh / Un poco ancora perché ficcatine»), voce dialettale del verbo ficcare, che significa ‘sveltine’.

 

Instagram e #bodypositivity: alla ricerca del corpo

 

Al centro di questo panorama ancora in divenire, il grande dimenticato è il corpo. La prima cosa che la Terza rivoluzione sessuale (promossa dalla GenZ) si propone di fare è, quindi, separare pornografia e sessualità ripartendo un po’ da zero, là dove la Prima rivoluzione ha fallito. «Se pensiamo da quanta sovraesposizione estetica, sessuale e fisica veniamo bombardati ogni giorno attraverso i social, possiamo darci delle risposte», mi racconta Annalisa Cereghino, «i contatti virtuali sono facili, veloci e senza filtri. Su un social possiamo essere chi vogliamo. Possiamo mostrarci come vogliamo; e come sappiamo la realtà attuale è costituita per la maggior parte dalla socialità virtuale. Ma quando poi i contatti diventano reali e bisogna toccarsi e mostrarsi? Ecco che nasce il problema. Quello che abbiamo visto nei porno, l'unica fonte di educazione intima che abbiamo ricevuto, ci ha insegnato un tipo di esperienza dove l'intimità non esiste. Quello che vediamo nei social, unica fonte di educazione del corpo, ci racconta di come mostrarsi sia facile e di come tutti lo facciano con estrema libertà e semplicità». Secondo i ragazzi di “Making of love” siamo immersi nell’era della schizofrenia del corpo, in quanto veniamo costantemente bombardati da modelli e canoni di bellezza e di sensualità standardizzati. Ecco perché quando si parla delle ultime generazioni (ma questo vale anche per i Millennials) si usa l’aggettivo postsessuale: i giovani si danno all’astinenza nei confronti di un prodotto, cioè il sesso, che è largamente disponibile. A differenza di quanto si possa pensare, “sdoganare” questo argomento su tutti i canali disponibili del web – prima dei social, i teenager Millenials potevano trovare già materiale pornografico sui portali dei teen come Tumblr – non ha eliminato il tabù. Anzi. Claudio Pauri mi conferma che «la maggior parte dei giovani sono intimoriti dalla scoperta della propria sessualità e scelgono di non nominarla e basta, come nel caso di “quei due hanno fatto cose” o “l’avete fatto?”. C’è un contrasto interessante dal punto di vista del linguaggio: chi nega la sessualità come atto fisico, sceglie di non nominarlo, di non parlarne». Per la nuova generazione digitale, i social sono diventati uno strumento di confronto costante con un'immagine idealizzata e non raggiungibile. Instagram, il social più estetico per eccellenza, ne è un esempio lampante: «lo utilizziamo per mostrare come vogliamo apparire. Per questo a volte ci esponiamo troppo, quasi inconsapevoli che ci sono molti utenti pronti a sfogare la loro rabbia attraverso uno smartphone: “fai schifo”, “sei una merda”, “non ti scoperebbe nessuno”. Siamo nati insieme all’universo digitale, in una società che non poteva prevedere come si sarebbe evoluto e nessuno ci ha insegnato a comprendere le dinamiche dei social network, non abbiamo frequentato lezioni dove viene spiegato come funziona la privacy sul web, o cosa succede quando carichiamo un contenuto su Internet». Eppure, negli ultimi tempi, proprio da Instagram sono nati dei veri e propri movimenti, sottoforma di hashtag virali, come #bodyshaming, #bodypositivity, #loveyourself o #selfconfidence, attraverso i quali è stato possibile “ribaltare la situazione”, ovvero raccontare una storia diversa del corpo e della nostra immagine. Molti dei video virali su questo tema circolati su TikTok, per esempio, riportavano in sottofondo le parole della hit “Te lo prometto” di Il tre, nello specifico i versi «Non sai quanto è bello un amico / Che ti dà la spalla soltanto per piangere / Ma guardami, volevano cambiarmi ma / Non è cosa possibile». Un altro fenomeno va collegato alla nuova ricerca di linguaggio della sessualità e del corpo è il cosiddetto “attivismo 2.0”, riferito alle pagine create da sessuologi, psicologi e formatori che affrontano i temi con intento divulgativo e informativo, parlando senza censure di sessualità, mestruazioni, malattie, affettività, educazione sentimentale e salute psicofisica.

 

No Nut November, emoji e doppi sensi

 

Se sui social, in particolare su TikTok, vi siete imbattuti in un video con l’hashtag #NNN in cui un ragazzo scuote la testa disperato, molto probabilmente siete entrati in contatto con l’ultima moda degli adolescenti, una sfida virtuale denominata “No Nut November”, ovvero tentare di non eiaculare per l’intero mese di novembre. I simboli che veicolano la challenge sono un’arachide (nut, in inglese appunto) con un divieto sopra (no). I ragazzi di “Making of love” mi confessano che il fenomeno è ampio e coinvolge gruppi, regole e gare, e soprattutto si inserisce in una dinamica che caratterizza il nostro tempo e uno degli atteggiamenti della GenZ: «poiché tutto è (sembra) esplorabile e controllabile si prova il contrario di ogni cosa». Michele Razzetti, giornalista e creatore di Linguinsta, progetto online dedicato a notizie e curiosità sul linguaggio, mi riporta un altro esempio virale collegato alla #NNN e di segno esattamente opposto, la #DDD (Destroy Dick December): ogni giorno bisogna avere tanti orgasmi quanto il numero della data, in sostanza il 15 dicembre lo sfidante dovrebbe raggiungere 15 orgasmi. «Da un punto di vista linguistico trovo curioso che anche queste sfide ripropongano una sorta di “machismo” o eroismo sessuale, portato agli estremi (opposti) in entrambe le direzioni (niente sesso oppure sesso esagerato), sempre con scelte lessicali prettamente maschili (nut e dick). Non è la prima volta che per diffondere un messaggio sessuale sui social e in generale sul web si faccia uso delle emoji: pensiamo alla pesca (per indicare i glutei femminili), alla melanzana o alle goccine di sudore. Inoltre, prosegue Razzetti, «molti utilizzano sempre di più emoji “situazionali” per comunicare in modo conciso cosa si aspettano dall’incontro con l’altra persona, soprattutto nelle app di incontri. Fra queste ricorrono fra i più giovani quella del joystick in riferimento all’amore per il gaming e, anche se meno frequentemente, quelle riferite all’uso di stupefacenti. Con una gamma così ampia a disposizione per mettere alla prova il linguaggio, definire oggi “fare l’amore” è molto più complicato di quanto si pensi.

 

Il ciclo dedicato a modi, lingua e linguaggi della Generazione Z è ideato, curato e scritto da Beatrice Cristalli.

 

1 Parlare sui social

2 Parlare dei sentimenti

 

Immagine: Screenshot tratto dalla serie televisiva Euphoria creata da S. Levinson


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