13 giugno 2021

Ripartire: da Cosmo a Caparezza, le canzoni del futuro che è tornato

 

Ripartenza: breve storia del prefisso ri-

 

Negli ultimi due mesi il termine “ripartenza” è riuscito, in parte, a sovrapporsi ad alcuni vocaboli che abbiamo utilizzato per descrivere la realtà che ci circondava, in primis “quarantena”. Ci sembrava così lontano, per gli eventi storici associati, eppure, nelle nostre comunicazioni, è diventato familiare in poco tempo, puntuale e di riferimento. “Ripartenza” è una parola che, invece, ci ha abitato sempre, anche se la pronunciavamo poco o solo nella nostra mente, e per questo è più familiare di altre. La sua natura, poi, morfologicamente parlando, è spiccatamente dinamica e creativa, e ha a che fare con il movimento, con l’azione, con la creazione del “futuro”, un altro vocabolo su cui ci siamo soffermati a lungo, non riuscendo però a intravederne la forma. Il prefisso ri- (continuazione del latino re- o red-) è uno dei più produttivi in italiano e tra le sue funzioni frequente è quella che indica non solo il ritorno a una fase anteriore, dopo il compiersi di un’azione opposta a quella indicata, ma anche il movimento in senso contrario che distrugge ciò che è stato fatto in precedenza. Nel nostro caso, quello della realtà post-pandemica che prende vita nel suo ri-cominciare, il senso di “ripartenza” viene detto restitutivo e non semplicemente iterativo (per cui l’azione si compie due volte): nella creazione di un nuovo ritmo ci stiamo dunque “riallenando” (nel senso di un moto interiore spento in precedenza da fatti esterni) a una più personale normalità, che viene riproposta in molti dei brani musicali usciti nell’ultimo periodo. La mappa della realtà che rinasce testimonia tre aree o tendenze: la prima, relativa alla libertà ritrovata, alla possibilità di usare – finalmente – il corpo; la seconda, che disegna la difficoltà di uscire dall’attimo sospeso che precede il ritorno alla normalità; la terza, che racconta la rinascita dal punto di vista della natura, il rito di passaggio, cambiare pelle per continuare a vivere.

 

«Sudarsi addosso»: l’euforia e il corpo ritrovato

 

Nell’album di Cosmo La terza estate dell’amore sono i verbi a diventare le bussole della geografia della ripartenza, fotografata nella sua esplosione di ballo, libertà ed evasione. Troviamo infatti il prefisso ri- nel verbo risalire, in riferimento alla fuoriuscita di un amore per troppo tempo soffocato, che nasce dalle radici – «Dum dum / E l'amore risale da sottoterra» –, radici dalle quali anche «piante rampicanti riprendono la città» (“Dum Dum”). Nel futuro di Cosmo non è decisamente la casa lo spazio dedicato a tutte le rinascite, bensì la strada: «Giù le mutande / via le tende, via le stanze / tutto in strada, la strada / la strada si riempie» (Puccy Bom), dove il prefisso ri- di riempire intensifica l’azione del semplice empire. «Crollano barriere, toccarsi, sudarsi addosso / sconosciute e sconosciuti, esperimenti viventi / io ballo, le nostre radici strette fra i denti, in mezzo alle cosce (“Io ballo”). L’ultima festa, come recitava l’omonimo singolo di qualche anno fa, si è trasformata in una nuova discoteca all’aperto, dove i corpi tornano a muoversi, a toccarsi, a «sudarsi»: a differenza dell’uso transitivo tradizionale, nel significato di “ottenere qualcosa con grande fatica” (es. “sudarsi il pane”), Cosmo non accompagna il verbo con nessun complemento oggetto, ma associa al riflessivo l’idea di contaminare il proprio sudore con quello degli altri, in una rinnovata percezione del proprio corpo. Con ironia viene trattata anche una delle parole più abusate dell’ultimo anno, “abbraccio”: nei versi di Dum dum diventa quasi un’aggressione – «Ho degli amici che è meglio se stai attento / se ti prendono ti abbracciano (wow)» –, mentre in quelli di Io ballo Cosmo lo parafrasa, raccontando che cosa accade quando due corpi si avvicinano («Cancello la distanza nello spazio, tra i corpi»). E se non tutti provassimo questa «voglia che non va via?».

 

«Siamo tutti diversi non per molto»: leggerezza e paranoia

 

Il tempo scorre, il weekend esiste. Ad annunciare questi passaggi temporali è la nota cromatica, che Frah Quintale associa a una palette calda, come tra l’altro è intitolata la seconda parte del progetto iniziato nel 2020 Banzai (Lato Arancio). «Un anno da dimenticare / un fine settimana colorato / leggero come queste droghe» (Sì può darsi) e ancora «oggi ho ripreso a respirare, a scoprire i colori / e a vederne di nuovi quando ti muovi (Pianeta 6): il prefisso ri- in ripreso e anche in respirare, sempre con valore restitutivo, viene associato al riconoscimento della spensieratezza, che per Frah significa anche lasciar «scaricare il cellulare» senza provare la fomo (sigla dell’inglese fear of missing out), la paura di essere tagliati fuori dai social network, l’ansia di non avere sotto controllo la propria presenza nel web, forse una delle malattie del nostro secolo ossessionato dalle comunicazioni, che la pandemia ha amplificato. «A volte forse è giusto anche distrarsi / sì, può darsi»: la seconda strofa di Sì può darsi è un inno alla conquista del “lasciar andare” le cose, un traguardo difficile per noi che viviamo in una società (anche digitalmente parlando) performante e autoreferenziale. Anche per Maggio, che esordisce con l’album Nel mentre, la distrazione è uno dei temi su cui ruota la sua riflessione post-pandemica. Come si fa a rimanere concentrati se la nostra memoria fa fatica ad allontanarsi dal passato recente? «Camminerò distratto, ci sarà chiasso». Se in Non parlarmi d’altro emerge l’idea di ripartenza, legata proprio all’atto di muoversi e alla consapevolezza di quello che è stato, cioè, in senso (più o meno) figurato, di una «batosta» (Aprire un occhio)  – «Camminerò sopra il passato, senza spostarlo», «Se fare questo o se fare quello / un po' di tutto e non stare fermo» –, in E pensarci Maggio si sofferma sulla crisi della nostra identità, ancora influenzata dagli eventi passati – «Siamo tutti diversi non per molto» – e dall’incapacità di essere poco inclini all’agire. «Prima ti rialzi, poi lo capisci» è un verso-chiave dell’album, dove il prefisso è associato ancora a un verbo di movimento dal basso verso l’alto. E poi ci sono loro, che non se ne vanno mai, neanche fuori da casa, neanche nella zona bianca. Sto parlando della noia e della paranoia, le bussole che ci guidano nel cinismo di Vipra e del suo album Simpatico, solare, in cerca di amicizie, titolo che fa il verso alle biografie dettagliate che dominano la app più famosa di dating, Tinder, letteralmente esplosa durante la pandemia. L’occhio di Vipra osserva dalla serratura il bilico tra il desiderio di non stare più solo – «Che noia stare da soli / che noi la paranoia» (Che noia) e la fatica di godersi i momenti in compagnia, sognando casa: «Mentre vado alle feste con i miei amici rapper / Ma hai visto quelle facce? Nessuno si diverte / e io vorrei solo andare a casa» (Ragazzino). La casa, «dove vivono i sensi di colpa» (Coma_Cose, Zombie al Carrefour) e la sua attrazione fatale attraversano anche alcuni versi di Svegliaginevra, che fotografa bene l’incoerenza di quella “voglia” di cui parlava Cosmo. «Ed esco dal locale per riprendermi la voglia di ballare / e voglio andare a casa, voglio andare via / ma forse non voglio andare» (La moda di fare cazzate): il prefisso ri- rimarca il gioco della paranoia: prima vogliamo divertirci e subito dopo rintanarci, e allo stesso tempo ottenere per magia l’adrenalina alla quale non siamo più abituati.

 

«Visti dai satelliti siamo insetti»: rinascita e mutazione

 

La ripartenza vista dall’interno, o meglio, quasi al microscopio, è raccontata invece da Vasco Brondi e Caparezza, i cui album sembrano dialogare su un argomento in comune: siamo insetti sopravvissuti alla tempesta, siamo animali che ricreano la vita. O forse vorremmo essere come loro. Perché se è vero che Vasco ci ricorda che «visti dai satelliti siamo insetti» e che nonostante abbiamo perso tutto «siamo come quegli animali / che nei posti più impervi ci fanno i nidi», siamo anche «estranei ai ritmi naturali» e soprattutto «siamo diventati adulti per tentativi» (26000 giorni). Sembra che questi versi vogliano smascherare la nostra imperfezione persino nella rinascita, nella personale ripresa della vita dopo il caos. Vasco non usa il prefisso ri- ma il riferimento ai «tentativi» lo sostituisce, anche se qui con valore iterativo. E sempre sul valore iterativo è costruita la riflessione di Caparezza. Nel suo Exuvia, termine del lessico zoologico che indica ciò che rimane del corpo di alcuni insetti dopo un cambiamento formale – una sorta di calco –, la ripartenza assume i tratti di un rito di passaggio («Sto scavando dentro di me / così tanto che schizzo petrolio»), della ciclicità della vita che si rinnova (E sarà tutto nuovo), del tempo che deve fare il suo corso, anche per quanto riguarda la sua natura di artista («Mi sono preso i miei spazi / ma ho lasciato che il tempo fuggisse»). Di qualunque colore sia il nostro futuro, sono due i verbi che perfezioneranno le sue sfumature, due verbi semplici e brevi: “amare” e “fare”, come ci ricorda Vasco Brondi, in un mantra che possiamo ripetere all’unisono: «Amate e fate quello che volete».

 

Crediti immagine: Delpixel / Shutterstock.com

 

 

 

 

 

 

 


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