21 giugno 2021

Ordito, trama, fili e “testura” della tela-testo

A proposito di Storia dell’italiano scritto. V. Testualità (Roma, Carocci, 2021)

 

Il volume Testualità (Roma, Carocci, 2021, 377 pp.) costituisce il quinto e penultimo capitolo di una grande opera dedicata alla storia dell’italiano scritto (Storia dell’italiano scritto, a cura di Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin), riletta alla luce delle più aggiornate metodologie di analisi linguistica, col supporto di strumenti lessicografici e ampie basi di dati spogliabili elettronicamente. I curatori hanno affidato, come di consueto, a studiose e studiosi di rilievo la trattazione dei diversi aspetti del tema indagato: in questo volume, la dimensione testuale in ottica diacronica.

 

Attraversamenti

 

Al centro viene posto dunque il testo nella sua dimensione (etimologicamente) tessile, talora rigida talora elastica (per riprendere la nota opposizione sabatiniana), con trame più e meno fitte, motivi predisposti dal gusto del tempo e dalle tecnologie disponibili, richiami che sempre si stabiliscono con modelli anche lontani, ricami sovrapposti dall’ingegno individuale.  

Come sottolineano i curatori nell’Introduzione al volume, alcuni concetti chiave della linguistica del testo attraversavano già altri volumi della collana, data la rilevanza che questa dimensione di analisi ha acquistato negli studi degli ultimi cinquant’anni: non solo nella considerazione dei tipi di testo e delle strategie generali di composizione, ma nello studio fine della funzione che singole parole (anche “semplici” articoli) possono assumere nell’architettura complessiva di un testo.

 

Le coordinate contestuali del discorso

 

L’articolo di Massimo Palermo ordisce la tela del volume, ripercorrendo lo sviluppo della linguistica testuale, a partire dal cambiamento di prospettiva suggerito a metà del secolo scorso dai fortunati studi di Eugenio Coseriu e di Harald Weinrich: un percorso che innesta su una solida componente ermeneutica (rappresentata in Italia dai lavori della pioniera Maria Elisabeth-Conte) un deciso orientamento funzionale (secondo la via indicata in Europa da Michael Halliday e intrapresa tra gli altri da Michele Prandi, con la sua valorizzazione delle «risorse a disposizione del parlante», p. 19) e una rinnovata attenzione alle coordinate contestuali del discorso, eluse dalla tradizione formalista, incentrata sulle strutture di frase e affezionata a «metafore che sottolineano il carattere discreto e la stabilità, fornendo un’immagine della lingua come oggetto fisso e altamente strutturato (come un edificio o un albero)» (la citazione, di Langacker, si trova a p. 23). In questo libro, invece, prevale l’immagine dei fili intessuti in una tela a maglie più e meno fitte, più adatta a descrivere «un contesto complesso, a molte voci o a molti capi», come scrive la filosofa Francesca Rigotti in un libro dedicato alla pervasività delle metafore della tessitura nella costruzione del discorso filosofico occidentale (Il filo del pensiero. Tessere, scrivere, pensare, il Mulino, Bologna, 2002, p. 81).

Ai cenni sulla storia della disciplina si accompagna la (ri)definizione di alcuni concetti chiave, come la distinzione tra testo e discorso, o tra regole grammaticali e regole testuali, e l’introduzione di altri concetti emergenti come quello di «grado di codifica di una relazione» (sviluppato da Prandi) o quello di texture con cui il gruppo basilese che ha per capofila Angela Ferrari) indica l’insieme dei legami linguistici e concettuali che tengono insieme un testo (del termine inglese – mutuato da Hallyday che opponeva texture e structure – Emilio Manzotti e Luciano Zampese hanno proposto l’adattamento italiano testura). Trovano spazio in questa panoramica anche forme nuove del testo come gli ipertesti e iperdiscorsi, legate alla specifica modalità comunicativa realizzata dallo scritto in interazione dialogica caratteristico dei nuovi media (un saggio a parte all’interno del volume, firmato da Gianluca Lauta, è dedicato proprio al discorso digitale). Il tema delle tipologie testuali, qui solo accennato, è ripreso nel volume da Anna Maria De Cesare, che approfondisce le classificazioni di testi in tipi e generi anche in chiave storica, con un’attenzione particolare per la scrittura scientifica.

 

«Esiste una linguistica testuale diacronica?»

 

Il cuore dell’articolo di Palermo è rappresentato dalla risposta alla domanda “Esiste una linguistica testuale diacronica?”, che occupa l’intero paragrafo secondo e, riprendendo alcuni temi già sviluppati nel suo volume del 2013 (Linguistica testuale dell’italiano, il Mulino, Bologna), approfondisce il tema della variabilità delle risorse e delle strategie testuali distinguendo tra aspetti relativamente stabili (come la coesione determinata dal collegamento interfrasale e dalle catene anaforiche) e aspetti soggetti a forte mutamento (come la gestione della progressione tematica). In generale, a differenza dei cambiamenti che hanno interessato gli aspetti grafici, fonologici e morfo-sintattici della lingua, quelli testuali sono meno visibili sia perché coinvolgono unità più ampie sia perché investono più spesso la funzione che non la forma. Palermo si sofferma su alcuni aspetti già indagati in suoi lavori precedenti, come la presenza e la selezione del pronome personale soggetto, riconducibile a ragioni pragmatico-testuali e non meramente sintattiche. Una gamma interessante di fenomeni testuali analizzabili in chiave storica è offerta da quelli che Palermo raggruppa sotto le etichette di «ipocoesione e ipercoesione» (p. 47 s.), con una terminologia ricalcata sui concetti prandiani di ipocofica e ipercodifica (di «iperconnessione e ipoconnessione» parla invece Davide Mastrantonio nel contributo dedicato ai connettivi). L’ipercoesione è rappresentata per esempio, all’interno dello stile periodico latineggiante tipico dei prosatori trecenteschi, dalla coniunctio relativa o dall’uso di connettivi come il conciossiacosaché stigmatizzato da Alfieri lettore del Galateo di Giovanni della Casa: fenomeni sui quali ritorna all’interno del volume il saggio di Letizia Lala dedicato ai coesivi.

 

Il cambio di sensibilità inaugurato dall’Illuminismo

 

A tal proposito, possiamo osservare che tutta la famiglia delle locuzioni esprimenti la causa o il motivo presenta nei primi secoli una grande ricchezza di forme che inglobano spesso un elemento anaforico (è il caso di ciò nel nesso causale conciossiacosaché) o cataforico (come ciò nella finale acciocché), solo in alcuni casi cristallizzatesi in congiunzioni univerbate, con tendenza a eliminare il coesivo integrato (acché) o a sostituirlo con un nome incapsulatore (affinché, locuzione costruita intorno al sostantivo maschile fine, soppianta progressivamente acciocché: cfr. De Santis in Prandi, Gross e De Santis [2005]). Dell’evoluzione storico-linguistica che porta a sentire questi elementi di collegamento come macchinosi e pesanti, almeno a partire dal Settecento, Palermo dà una chiave di lettura persuasiva, che chiama in causa non solo il modello razionale della prosa francese, ma un cambio di sensibilità inaugurato dall’Illuminismo, che riorienta il patto comunicativo tra autore e lettore all’insegna della fiducia e della cooperazione interpretativa (p. 49).

 

Tipologie testuali

 

Gli ultimi due paragrafi danno conto di due filoni di ricerca recenti nell’ambito della linguistica testuale: da un lato, quello che indaga le «tradizioni discorsive» che si formano a seguito della ripetizione e convenzionalizzazione di certi tratti tipici di un genere testuale, dall’altro la pragmatica storica, che negli ultimi anni ha studiato l’evoluzione semantica di molti connettivi italiani.

Difficile dar conto della ricchezza di stimoli che vengono dalla lettura dei tanti saggi documentatissimi che compongono il volume, ricco di esempi attinti a testi di poesia e prosa (non solo letteraria) dal Duecento al Duemila. Nel saggio di Anna Maria De Cesare, oltre che dell’evoluzione storica delle tipologie testuali, si dà conto degli strumenti di indagine comuni utilizzati come fonti del volume: archivi e banche dati a carattere diacronico filologicamente affidabili create negli ultimi decenni in seguito allo sviluppo della linguistica informatica (al tema è dedicato il volume di uno dei curatori, Lorenzo Tomasin, Impronta digitale. Cultura umanistica e tecnologia, Carocci, Roma 2017).

 

L’intertestualità

 

Il saggio di Chiara de Caprio indaga un tema che intreccia linguistica testuale, teoria letteraria e studi retorici, l’intertestualità, partendo da procedimenti locali come la citazione e l’allusione che realizzano «sottili modulazioni dialogiche tra voci» (p. 93), attraverso forme sempre più esplicite e convergenti con il procedere dei secoli, in un gioco di contaminazioni che raggiunge l’acme nella prosa di scrittori novecenteschi come Italo Calvino o Cesare Garboli (mi piacerebbe aggiungere Giuseppe Pontiggia, abilissimo sperimentatore di forme saggistiche polifoniche e risuonanti). Potrebbe stupire constatare che una modernità costruitasi sulla base del rifiuto del principio di autorità continui ad affidarsi ad argomenti di autorità come la citazione: in realtà, come ha ben scritto Myriam Revault d’Allonnes (Le pouvoir des commencements. Essai sur l’autorité, le Seuil, Paris 2006), il dispositivo viene riutilizzato dai Moderni per inserirsi in una dimensione temporale che è parte ineludibile del meccanismo che porta ad autorizzarsi e a riconoscere al proprio dire un’autorità di tipo nuovo, a carattere generativo, che si dispiega nel farsi del testo. Una seconda parte dell’articolo di De Caprio affronta poi le forme esplicite e implicite, dirette e indirette di riproduzione dei discorsi, sulla scia degli studi di Mortara Garavelli e Calaresu.

 

La dialogicità

 

Emilia Caleresu torna in prima persona, all’interno del volume, sul tema della dialogicità, indagando l’insieme dei segnali testuali che segnalano l’apertura di un dialogo tra autore e lettore, ricostruiscono o citano discorsi altrui, oppure portano a espressioni riflessioni autoriali. Viene qui affrontato il tema della stilizzazione dell’oralità all’interno del testo scritto, in particolare nei dialoghi, e della diversa incidenza della dialogicità in tipi di testi diversi, alcuni dei quali mostrano a livello storico una chiara tendenza a ridurre i segni di dialogicità in direzione di una maggiore impersonalità (è il caso del testo scientifico).  

 

Una terna di saggi sulla coesione

 

Il volume si chiude con una terna di saggi dedicati alla descrizione delle risorse al servizio della coesione: oltre a quello già citato di Letizia Lala sui coesivi, quello di Davide Mastrantonio su un tipo di coesivi che ampliano lo sguardo verso i “movimenti testuali”, i connettivi (con un’opportuna sezione dedicata alla definizione della categoria, sulla cui utilità oggi ci si interroga, data la sua natura composita e multifocale), e uno di Luca Cignetti sulla deissi, un fenomeno solitamente indagato in ambito pragmatico e qui inserito in ragione della sua funzione di cerniera tra testo e contesto.

Al lettore o alla lettrice specialista gioverà un confronto tra le tante prospettive (e linee di fuga) di questo volume e quelle delineate in un altro volume uscito quest’anno per lo stesso editore: Orizzonti della linguistica. Grammatica, tipologia, mutamento di M. Prandi, P. Cuzzolin, N. Grandi, M. Napoli, che intreccia la prospettiva della linguistica funzionale con i contributi della tipologia linguistica e della linguistica storica, offrendo un decentramento utile a chi si appresti a guardare al passato con le lenti del presente.

 

Andare a scuola di testura

 

All’insegnante o alla persona di cultura sarà utile riflettere su quanta enfasi si dedichi, fin dai libri di testo per la scuola primaria, alla classificazione dei testi in tipi e sottotipi, e su quanto poco si sappia a scuola della “testura”, della grana del testo indagata in questo e in altri strumenti pubblicati dallo stesso editore (tra cui, da ultimo, Le strutture del testo. Teoria ed esercizi, di Angela Ferrari, Letizia Lala e Luciano Zampese), fatta di fili visibili e invisibili che dobbiamo imparare a saggiare per cogliere la ricchezza mobile e cangiante del testo, cominciando da quello letterario.

 


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