28 gennaio 2022

Essere Francesco Totti

Sulla musica di Bello Figo Gu

 Non pago affitto

 

Prima di tutto controllo Wikipedia quando comincio a scrivere un pezzo, anche solo per la sobria organizzazione delle informazioni (e per pigrizia). Ma con Bello Figo Gu non mi è stato possibile (c’è la pagina in inglese, però). Il primo risultato su Google invece è un articolo di Panorama che racconta la misura cautelativa che Wikipedia, ecco, ha dovuto prendere per evitare le segnalazioni dopo l’uscita del singolo Non pago affitto, il 23 ottobre 2016.

Paul Yeboah, aka Bello Figo, con Gu o meno, che sta per Gucci (il marchio gli ha proibito di utilizzare il nome per farsi pubblicità: originariamente era Gucci Boy), nasce in Ghana nel 1992. Si trasferisce a Parma nel 2004, all’età di dodici anni, e comincia a caricare video musicali nel 2010. La sua carriera ha un turning point con Pasta con tonno, del 2014, una canzone che viene recepita come un’apologia della routine e delle abitudini, non importa quanto banali siano. Il successo definitivo (e ora che ci penso, forse, ha sfruttato la scia del genio Lil Angel$ – l’autore di Estate – che ricorda per la voce nasale e le incertezze metrico-sintattico-linguistiche) viene con Non pago affitto, un testo in cui Bello Figo e The GynoZz sembrano scimmiottare il discorso politico sul tema dell’immigrazione.

Nonostante sotto il video YouTube della hit – che ha superato le 30 milioni di visualizzazioni – “un certo” Christian Ice avesse fornito una chiave di lettura abbastanza intuitiva (con più di tremila mi piace):

 

«Autoironia level: 999999999999999999999999999999.

Hai vinto troppo»

 

non tutti sembra l’abbiano presa non sul serio. Sui social e sui media, in un meccanismo che conosciamo tutti, la polemica si è presto estremizzata, ponendo da un lato la strumentalizzazione di certa propaganda di destra, dall’altra la strumentalizzazione di certa non-propaganda, o propaganda derivativa o oppositiva, di sinistra. Una strofa del testo:

 

È stato Mattarella

a dirci che noi possiamo

venire in Italia

quindi io ho portato tutti i miei,

i miei amici con la barcao

anche Matte, Matteo Renziò

ha detto che è casa nostrao

quindi tutti i miei amì

tutti i miei amici votiamo tutti PD-o, PD-o

dai cao, votiaml

noi vogliamo le fighe bianche, scoparle in bocca

poi vogliamo WiFi, WiFi

anche stipendio

Io dormo in albergo a quattro stelle

èerché sono bello, ricco, famoso, nero

 

[Ritornello] Io non pago affito

Non pago affito […]

 

 

Alla fine, come acme della popolarità, l’invito a “Dalla vostra parte”, su Rete4: con almeno cinque ospiti, individuali e collettivi, in collegamento, Bello Figo cerca di “spiegare” il senso di questa operazione. Alessandra Mussolini lo interrompe, spinta come una surfista dalle onde di buu provenienti da “Rosarno” (un concetto, più che un luogo, in questo caso), perché ritiene irricevibile il testo. I bias li conosciamo bene: dimenticare, o voler dimenticare, che l’autore di un testo non coincida né col narratore o il personaggio né, in fondo, col suo testo. E che, punto secondo, il testo non deve per forza dire le cose sul serio. È interessante come Bello Figo risponde, praticamente incurante (finendo, poi, con la celebre mossa della dab alla fine diventata meme): il senso della canzone è, in qualche modo, a sostegno dei suoi “fratelli”, che, spiega, hanno bisogno come tutti di cibo buono, di una casa e del Wi-Fi. L’ovvietà delle sue intenzioni e l’incapacità (o involontarietà) da parte delle persone in studio di comprenderle correttamente lo imbarazzano ironicamente (sorride). Si comporta quasi con snobismo, sembra dire: io non ho responsabilità, sto raccontando qualcosa che accade all’esterno: «Poi se la loro vita è una provocazione nei confronti degli altri…». La condotta negativa dei soggetti lirici – poiché nella canzone si “istiga”, più o meno, al furto nei confronti dello stato e dell’individuo (delle sue Bicicl) – non è qui messa in musica come effetto di un ribaltamento parodico.

 

Accendere il dibattito

 

Se non è parodia allora che cos’è? In calabrese si dice, quando qualcuno la fa più complicata di come è, ma parra comu mangi, o anche parra potabbile (esortativo: parla come mangi e parla comprensibile). Ecco, Bello Figo, da un punto di vista di dizione soprattutto, la prende alla lettera. Anche Christian Ice non ha ragione: in lui non c’è autoironia e nemmeno ironia (che ricordiamo vuol dire “dissimulazione”). Tutto significa ciò che sembra significare. Il compito del trapper è quello di denotare il mondo che lo circonda, in una forma di spontaneità:

 

Il mio modo di creare è personale, libero, spontaneo, io faccio quadri con la mia musica, e allora? Non posso prendere o dire roba che non è mia.

(dal libro uscito per Rizzoli, Swag Negro, del 2018)

 

I vestiti del trapper – per natura ricco, spensierato e dongiovanni, quindi l’opposto del bisognoso – stanno benissimo indosso a questo racconto ombelicale. Non c’è ironia, né parodia, né satira né, dio ce ne scampi, politica. C’è qualcos’altro (perché, anche a un grado zero di comunicazione, deve pur significare).

Se il misunderstanding di Bello Figo è così reale è perché, uno dice, si è voluto misurare con testi politici (tutti del 2016). No: i suoi testi non sono politici, sono l’imitazione di un testo politico e non fanno “accendere il dibattito” (come scriveva The Rolling Stone), non mettono in discussione, fanno litigare. Menzionano Matteo Renzi (citato anche in Referendum costituzionale) come si potrebbe menzionare Babbo Natale o il Papa. Non fa neanche il verso, in Non pago affitto Bello Figo ripete fedelmente le tante cose che la populistica fa circolare, con la differenza che lo fa in prima persona. «Il fine reale», come scrive nel libro, «è attirare l’attenzione».

Sì. Il primo e più chiaro significato è voler attirare l’attenzione. Mi spiego meglio, su tutto: in Pasta col tonno uno ci può cercare quello che vuole, ma alla fine raggiunge una sola “verità”, che la pasta con tonno è buona, e che a Bello Figo piace tantissimo (ecco l’autobiografia al limite del solipsismo, che in qualche modo ci fa voyeur). Quando si esprime un giudizio in modo netto, sul web, si fa automaticamente un contenuto divisivo. Bello Figo non sa e non arriva a nessuna rivoluzione artistica, sa però che questo suo “modo” di dire le cose come stanno (come stanno per lui, in un totale e aproblematico soggettivismo) genera detrattori, infastidisce: la svolta narrativa del testo è, infatti, che alcuni lo «stanno cercando per rompergli il collo». Mi manca ancora qualcosa, cioè “perché” cerchi attenzione, messo in conto che la popolarità, raggiunta, diventi immediatamente (lo notiamo dalla pratica dell’ostentazione) un contenuto della sua musica, come a dire: il bisogno rimane, persino soddisfatto.

 

La colazione dei campioni

 

Torno a Non pago affitto, per avvicinarmi:

 

Portano sempre el latteo,

latte con ce, con cerealio

ma a me, a me, non piace

perché io preferisco la pasta con tonno, tonno

dai cao, peschiaml

 

 

Vi chiedo: lui che mangia latte e cereali che in qualche modo gli sono stati preparati, il rifiuto, la predilezione irragionevole per un piatto da pranzo o cena che subito diventa desiderio da soddisfare, per cui si rivolge all’amico dicendo, biascicando, mangiandosi le parole, di andare a pescarlo questo tonno, se proprio nessuno glielo vuole dare, è o non è il ritratto di un bambino che fa i capricci?

Guardiamo un’altra canzone “politica”: Swag Berlusconi, del 2013 (notate la coerenza temporale: Bello Figo Gu fa sempre riferimento ai personaggi pubblici in quel momento più discussi). Qui, a parte elogiare – ma è facile – le capacità da cupido del Cavaliere, a un punto minaccia di fare sesso con la donna di un altro, di comportarsi come un marito durante, come un fratello dopo, e, più in là, si vanta che questa donna si metta a preparargli un sandwich, come farebbe una madre. È una sorta di richiesta di incesto dove c’è tutto ma manca una cosa sola, la reale individuazione dell’atto sessuale. È più l’espressione di un desiderio familiare dal punto di vista del figlio preadolescente, e infatti il testo regredisce immediatamente arrivando a parlare di scoregge. Verso la fine, canta:

 

La figa rasata come la Barbie

c’ho il cazzo peloso come Bob Marley

 

 

Dove da un lato fa il giusto riferimento all’unico nudo femminile che un bambino potrebbe conoscere, con queste bambole senza genitali e capezzoli, e poi a un termine di paragone “facile” per la peluria, i rasta. Il richiamo rimico, che sfrutta la volubilità dell’inglese, è solo un attivatore.

 

La presunta lingua

 

Cerca attenzione e sembra comportarsi come un bambino, con pure le sue incertezze linguistiche. D’altro canto l’italiano è una seconda lingua, e le numerose forzature, che già abbiamo visto in Non pago affitto, per far quadrare i conti metrici e fonici ci dànno conferma: i fenomeni più frequenti sono di sincope o troncamento da un lato (anche insieme: votiaml o peschiaml), dall’altro epitesi (latteo-cerealio – l’epitesi per analogia non è così rara nemmeno nel cantautorato italiano); per l’ovvia necessità di rimare. Se penso anche alle metatesi varie (scambio di sillabe, cambio di vocali e consonanti), sommate alla indifferenza per una costruzione sintattica continua, i testi, mi rendo conto, sono spesso poco comprensibili. Questa incomprensibilità, oltre a una mancata interpretazione comune delle ragioni – messo in conto che non sia ribaltare l’ordine sociale –, fa chiedersi: scrive così apposta o no? La risposta è: ma che te lo chiedi a fare?!

Bello Figo è difficile senza che questa difficoltà intacchi davvero la lingua. Per capirci: in modo diametralmente opposto, per esempio, alla maniera in cui i Pop-X sono difficili, dove la sperimentazione vuole una regressione fino alla ricostruzione di «una torre di Babele tutta nuova», «una zona di indistinzione linguistica dove le parole possono perdere il loro senso e assorbirne di nuovi» (Alberto Parisi su La Balena Bianca).

Sono convinto che Bello Figo non cerchi in nessun modo di parlare bene quando canta, né di parlare male: nelle diverse comparse televisive che ha fatto, per esempio da Barbara D’Urso, dimostra una certa pacatezza ed educazione, insieme a una lingua tutto sommato propria. Semplicemente non ci dà peso, sembra scrivere le prime cose che gli passano per la testa. E allora dove sta il senso?

 

Dalla pasta col tonno a quella con lo scoglio

 

Il senso è che tutto è contenuto, niente è forma. Gli argomenti delle canzoni di Bello Figo sembrano essere il sesso e il cibo, quasi in ossequio alla linea retta che, a livello evoluzionistico, li collega. O probabilmente per quella diffusa consapevolezza, propria di Michael Scott (The Office, stagione 7, ep. 9), che per attirare l’attenzione sia sufficiente urlare SEX o MONEY.

Ben oltre la pasta col tonno: sesso e cibo forse sono simboli. L’album intitolato Spaghetti allo scoglio (2021) racchiude, soprattutto, in un camuffamento nonsense, testi sul lockdown, che ci mettono sulla giusta strada: il tema profondo è la rappresentazione di sé nella quotidianità, che oscilla tra desiderio (la vita da trapper) e la realtà (in questo caso la reclusione). Ancora dal libro (che, dimenticavo, è un diario):

 

Poi ho capito che potevo parlare della mia vita. Delle cose vere che faccio. Allora ho cominciato con Mi faccio una sega (e all’epoca me ne facevo veramente tante, swaG), poi con quello che mangio. Cosa mangio? Pasta con tonno, Pizza kebbab. Niente verdure.

 

Una delle canzoni più belle è Sono TRISTE: «Io sono triste / ma non ci credo che lo sono. […] Tu mi dici che mi ami / ma non è vero». Il ritorno al sesso è chiaramente un mostro, un simbolo, così come in Vogliamo il vaccino, dove si giustifica, perché altrimenti non sarebbe un “duro”, che vuole il vaccino solo per «tornare a scopare».

L’oscillazione continua tra rappresentazione reale e desiderata si riflette nella figura retorica in assoluto più utilizzata, anche perché la più facile, la più immediata (non parlo qui della facilità delle basi musicali, spesso letteralmente rubate ad altre canzoni, senza neanche troppe modifiche): la similitudine. Una sorta, ecco, di similitudine ottativa. Da Swag Berlusconi (2013), per Mussolini (2015), Barbara D’Urso (2015), John Cena (2015) e Sembro Donald Trump (2017), a Sembro Maradona (2021) è un attimo. Gli idoli passano, il volitivo resta lo stesso:

 

Io sembro mussolini

perché sono troppo lini

tutte le mie fighe sono troppo lini

 

(Mussolini)

 

 

Oppure, con queerizzazione del soggetto:

 

Io sono una figa

come Barbara D’Ursè

 

(Barbara D’Urso)

 

 

per un ritorno al populismo, un po’ confuso:

 

Sto mandando a casa gli stranieri come Trump

 

quindi

 

La mia figa bianca prima faceva i porno

quindi la scopo come un attore porno

 

(Sembro Donald Trump)

 

 

oppure

 

Tutti sanno che sembro Maradona,

tutti sanno che sembro napoletano,

perché tutte le mie fighe sono napoletane.

 

 

e ancora

 

Gioco tutte quelle fighe

come gioco a pallone

 

(Sembro Maradona)

 

 

Politica, politica. Ma come potrebbe? I modelli non hanno nulla in comune se non la popolarità, a livelli molto diversi. Qui c’è altro. Dicevo che tutto è contenuto e niente è forma. Vi ho tratto in inganno, è l’esatto contrario: i temi infatti, in altre parole, sotterrano ciò che vorrebbero significare, cioè un meccanismo. La similitudine si mescola pericolosamente al sillogismo e alla proprietà transitiva (un groviglio indistricabile), operando in qualche modo uno slittamento: somigliare significa, per Bello Figo, essere uguale. Il perché è una sorta di divertimento, etimologicamente, cioè un allontanamento dalla realtà.

Nella canzone che dà il titolo all’album un periodo, senza la sentenza di mezzo del sillogismo, esemplifica bene:

 

Io mangio sempre spaghetti allo scoglio

perché io sono troppo scoglio

 

e ci porta velocemente a quella che mi piacerebbe chiamare, per riassumere, la “funzione Totti”.

 

Essere Francesco Totti

 

A un bambino che ti dice “sono un pirata” non gli dici “no, guarda, sei un bambino che sta fingendo di fare il pirata, ma hai dodici anni ed abiti a Busto Arsizio”, perché prima di tutto lui lo sa perfettamente di non essere ma immaginare di essere, poi perché non gli importa.

La canzone Francesco Totti è la mia preferita. Di una liricità che ogni volta mi porta al pianto. L’incredibile forza che serve a un uomo per dire, contro l’opinione di tutti, di essere esattamente ciò che desidera essere, per sperare che le due cose a un punto si sovrappongano (e rendersi conto non fosse quello il punto: il pensiero ha una funzione):

 

Bello figo

io sembro Francesco

tutti sanno

che mi chiamo

bello Figo Totti

 

tutti sanno

oh Bello Figo

che sono Totti

sono troppo Francesco

e le fighe lo sanno

 

la mia figa

è bionda come Francesco

è troppo figa

quando mi dà testa

 

se la figa

dice che non sembro Francesco

io le dirò

guarda che ti sbagli

 

 

Da far venire la pelle d’oca a Piaget, Huizinga e compagnia, Bello Figo parla senza distinguere, apparentemente, tra realtà e finzione giocata. Bello Figo vuole essere più che diventare Totti (cioè: un’icona. Cosa significhi ce lo dice Gianni Montieri su L’Ultimo Uomo) assomigliando a lui e comportandosi come lui, o almeno: dicendo di assomigliargli (no) e dicendo di comportarsi come lui (non possiamo fidarci):

 

Ho speso un sacco

un sacco di soldieeeeh

perché io sembro

sembro Totti

 

Come Francesco

c'ho gli occhi azzurri

sono tosto

tosto che spacco i muriiii

 

tiro solo bombe

quando tiro

e scopo solo fighe

quando sco

 

 

«E avrai capito cosa vuol dire Itaca»

 

Per finire – e finisco anche io, giuro – con una frase che farebbe piangere ogni filosofo del linguaggio:

Quando tiro

tiro solo bombe

e quando parlo

dico sempre cose

 

Le regole del gioco. Bello Figo Gu ci dice che per capire le sue ragioni, le sue motivazioni, dobbiamo accettare che ogni sua parola dica esattamente ciò che sta dicendo e che l’importante è cosa voglia agire. Visto che sostanzialmente mente ma dice di dire la verità, le sue parole sono espressione di un eccesso, di un desiderio intrinseco, di una direzione. Parlare dicendo sempre cose piacerebbe a chiunque, ed è parafrasare il concetto, o i concetti, di gioco: un evento inseparabile dalla sua rappresentazione.

Voglio dire che Bello Figo è un autore che, nella costruzione del suo io-lirico, volontariamente o involontariamente (che importa?) imita i meccanismi infantili e adolescenziali perché è a quell’altezza anagrafica che si può ancora giocare e fingere seriamente di essere qualcos’altro. A livello linguistico e retorico si comporta come un bambino, prende per buono qualsiasi cosa scriva, plagia le basi, forza la metrica e le rime, è estremamente spontaneo. Fa quadrare i conti. Anche l’estrema ripetitività dei versi, a tal punto da far sembrare le canzoni dei giganti ritornelli (e, per certe “serie” – come quella del “sembro + vip” – la formularità a catena) è una forma tarda di lallazione. A livello tematico si comporta come un adolescente in piena esplosione ormonale, con tutta la tristezza vitale che gli è propria. L’insistenza, poi, sui motivi del nutrimento e del bisogno di una relazione (la «figa bianka» non è nient’altro che una Beatrice aggiornata empiricamente) la dicono lunga, forse, su un’assenza.

Per convincersi basterebbe ascoltare una canzone, datata 2012 – salutata da Andrea Diprè come «l’opera d’arte, il capolavoro tuo totale», parafrasando evidentemente Weber – dal titolo Mi faccio una seGha. Dando per scontato che la ripetizione di «Mi faccio una seGha» sia, ancora, una lallazione, a un punto Bello Figo dice:

 

Mi sento così bene

non sono un uomo

sono un porno bebè

 

Praticamente riconosce, inconsciamente, questa sua rimanenza paradossale, come è tipica del gioco, nell’infanzia. O forse c’è di più, perché nel video viene ripreso il tentato e travagliato nostos, cioè ritorno a casa, dell’eroe, con scene in cui si sfrega le mani perché non c’è Penelope ad accoglierlo ma il tepore della masturbazione. A un punto, la sua isola di Circe è un parco giochi allucinato (sarà il filtro giallognolo?), che introduce un pianto rituale:

 

Io ti ringrazio

io ti ringrazio

io ti ringrazio

 

Il ritorno al Leitmotiv della masturbazione è, adesso, con variatio («mi faccio le seghe»), non insensata. La sostituzione di “Gha”, scritto con la maiuscola, è perché la sua Itaca, il Ghana, è ancora lontana. Il montaggio del video musicale a questo punto rimette in circolo materiali già usati, indicatori di un loop temporale.

Penso alle pagine in cui Daniel Mendelsohn in Un’Odissea racconta della crociera fatta col padre a tema Odissea che, per uno sciopero di portuali, non può ironicamente raggiungere Itaca. È  così che il cliché del “viaggio più importante della meta” si vivifica, ma l’abbiamo sempre saputo tutti.

 

Crediti immagine: Warrenfish, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, attraverso Wikimedia Commons

 


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