28 dicembre 2020

Il linguaggio dei leader populisti al tempo del Coronavirus: Trump e Bolsonaro

 

Il populismo è un movimento politico-culturale, le cui origini risalgono al XIX secolo. Si sviluppò in particolare nella Russia zarista, dove i suoi sostenitori si proponevano di migliorare le condizioni di vita delle classi sociali più povere, tramite la realizzazione di una specie di socialismo rurale. Il termine ha successivamente assunto un significato più ampio, esaltando in modo demagogico il popolo, visto come il vero depositario dei valori positivi della nazione; esso è considerato culturalmente e moralmente superiore alle élite dirigenti economiche, politiche e sociali.

Nel moderno mondo globalizzato, ed in particolare nell’occidente capitalista, il populismo raccoglie sempre più consensi, per reazione alla globalizzazione e al sistema di potere economico capitalista, che è visto come troppo elitario e corrotto. Infatti, uno studio pubblicato nel 2019 sul «The Guardian» mostra che il numero di leader populisti dal 2000 è più che raddoppiato. Molti politici hanno quindi deciso di cavalcare l’onda populista e, attraverso continui attacchi alle élite e ai gruppi dirigenti, cercano di presentarsi come i leader, anzi i “campioni” del popolo.

 

Demagogico e aggressivo

 

I movimenti populisti hanno un forte seguito, in particolare, negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Italia, in Francia, in Ungheria e in Brasile. I leader di tali movimenti politici hanno potuto approfittare dell’emergenza causata dal Covid-19, per portare avanti ed esasperare ulteriormente le loro pretese, attraverso l’uso di un linguaggio sempre più demagogico ed aggressivo.

Nei confronti del Coronavirus, l’atteggiamento dei populisti è risultato fin da subito estremamente ambiguo e in alcuni casi contraddittorio. Inizialmente sono state criticate le misure predisposte per il contenimento dell’infezione, ma in seguito si è passati ad un atteggiamento negazionista, mirante a sminuire la gravità del virus. Infine, i politici hanno deciso di cavalcare l’onda del popolo, facendo da megafono a quanto si scrive sui social per aumentare i propri consensi: “Bisognava chiudere prima”, “Fare di più”, “Il popolo ha bisogno di soldi per poter restare a casa”, “Bisogna lavorare sennò non si può andare avanti”, “Non si può chiudere tutto”. I discorsi della maggior parte dei leader populisti sono risultati essere poveri di contenuti e scarsamente omogenei, puntando soprattutto a ricercare il consenso dell’opinione pubblica.

Qui cercheremo di occuparci del linguaggio politico di alcuni dei più influenti populisti del vecchio e del nuovo continente: Donald Trump, Jair Bolsonaro, Boris Johnson, Viktor Orbán, Marine Le Pen e Matteo Salvini. Questi leader durante l’emergenza sanitaria hanno espresso opinioni contrastanti, in merito alle direttive sanitarie, dichiarando spesso che il virus era anche il frutto di un complotto. Le loro parole hanno condizionato l’opinione pubblica e, in alcuni casi, hanno fatto peggiorare lo stato d’emergenza nei rispettivi Paesi. In molti Stati molte ampie proteste sono state sobillate da questi leader, di fatto mettendo a rischio un’ampia fetta della popolazione. Esempi evidenti sono i convegni politici di Trump, in cui la gente non indossava la mascherina, o le manifestazioni di Salvini. Nemmeno il Coronavirus è riuscito ad unificare il mondo politico: anzi, è riuscito a creare un nuovo spartiacque sociale e ideologico.

Cominciamo quindi con Trump e Bolsonaro.

 

Donald Trump: elogio o disprezzo della Cina?

 

L’ormai ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha inizialmente minimizzato il pericolo, elogiando il presidente cinese per il lavoro svolto nel contenimento dell’infezione. In un’intervista rilasciata alla Fox il 13 febbraio del 2020 ha infatti dichiarato: «I spoke to President Xi two days ago. They're working on it very professionally. I think President Xi is extremely capable and I hope that it's going to be resolved» (“Ho parlato con il presidente Xi due giorni fa. Stanno lavorando in modo molto professionale. Penso che il presidente Xi sia davvero competente e spero che tutto si risolverà presto”). Furono comunque limitati i viaggi dalla Cina già dalla fine di gennaio, causando la decisa reazione dei democratici che accusarono il presidente di razzismo (Spannaus 2020). Successivamente, in un tweet del 24 febbraio ha sostenuto che il virus sarebbe scomparso con l’arrivo della primavera e l’innalzamento delle temperature, mentre nel mese successivo ha paragonato il Covid-19 all’influenza stagionale affermando: «So last year 37,000 Americans died from the common Flu. It averages between 27,000 and 70,000 per year. Nothing is shut down, life & the economy go on. At this moment there are 546 confirmed cases of CoronaVirus, with 22 deaths. Think about that!» (“Lo scorso anno 37.000 americani sono morti per l’influenza. Una media tra 27.000 e 70.000 per anno. Niente si ferma, la vita e l’economia vanno avanti. In questo momento sono 546 i casi confermati di Coronavirus, con 22 morti. Riflettete su questo!”). Il 13 marzo venne però dichiarato lo stato di emergenza ed è varata una serie di misure a sostegno dell’economia, in particolare il Families First Act (che ha permesso ai lavoratori di percepire lo stipendio anche se in malattia) e soprattutto il Cares Act, un pacchetto di misure economiche che sono state essenziali per evitare un disastro sociale (Spannaus 2020). Ma nei mesi successivi il presidente si è spesso dichiarato contrario all’utilizzo della mascherina, arrivando a sostenere che il virus sarebbe sparito anche senza la creazione del vaccino.

 

Il «chinese virus»

 

Trump muta anche il suo atteggiamento nei confronti della Cina, che viene esplicitamente accusata non solo di aver creato artificialmente il virus, ma soprattutto di averlo diffuso tra i propri cittadini e in seguito in tutto il mondo, con lo scopo di destabilizzare l’economia globale. Il virus viene perciò da lui definito «chinese virus» o «Wuhan virus»; l'aggettivo “cinese” è particolarmente problematico in quanto associa l’infezione a un’etnia. Parlare di identità di gruppo con un linguaggio esplicitamente medico è un processo riconosciuto di «othering identities», storicamente utilizzato nella retorica e nella politica anti-migranti, anche nei confronti degli immigrati cinesi in Nord America. Questo tipo di linguaggio alimenta ansia, risentimento, paura e disgusto nei confronti delle persone associate a quel gruppo. Successivamente gli attacchi di Trump si sono rivolti contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), rilanciando la lotta contro il cosiddetto – metafora bellica – “nemico invisibile”. I continui attacchi all’organizzazione sono culminati con l’uscita degli USA dall’OMS, avvenuta il 7 luglio 2020.

 

Il sole e la candeggina

 

Gli attacchi di Trump non hanno risparmiato nemmeno il nostro Paese, che è stato accusato di non aver svolto controlli accurati nei voli in entrata dalla Cina. In seguito Trump ha affermato che gli italiani hanno diffuso il virus negli USA. Stando alla BBC, il presidente americano è stato uno dei leader politici che ha diffuso il maggior numero di fake news sul virus e in questa speciale classifica compaiono anche Matteo Salvini e Jair Bolsonaro.

L’ex presidente ha anche fornito indicazioni terapeutiche ai suoi concittadini, invitandoli ad esporsi al sole e ad iniettarsi disinfettante e candeggina per aiutare l’organismo nella lotta contro il virus; i produttori di disinfettanti sono stati perciò costretti a intervenire, rilasciando comunicati stampa nei quali avvertivano i propri clienti di non ingerire o iniettare i loro prodotti per la pulizia. Fortunatamente Trump ha poi rettificato.

Il due luglio, intervistato sempre dalla Fox, ha affermato di essere favorevole all’utilizzo della mascherina: «I’m all for masks». Il 22 settembre, parlando all’assemblea generale dell’ONU, l’allora presidente è ritornato all’attacco di Pechino, sostenendo che «nei primi giorni di circolazione del virus, sono stati chiusi i voli interni, non quelli all’estero, per consentire a Pechino di infettare il mondo». Infine, in un comizio elettorale svoltosi a Des Moines in Iowa il 15 ottobre 2020 ha dichiarato: “Sapete che Barron Trump aveva il Corona-19, il virus cinese. Ha 20 nomi diversi”, invitando quindi i suoi elettori a utilizzare la locuzione virus cinese.

 

L’impatto del Coronavirus sulle elezioni presidenziali

 

All’inizio di ottobre l’ex presidente è risultato positivo al Covid-19 e ha dovuto sospendere la campagna elettorale, rassicurando i suoi sostenitori sulle proprie condizioni di salute. Dieci giorni più tardi, il 13 ottobre, ha dichiarato di essere nuovamente negativo e immune al virus, promettendo agli elettori che li avrebbe baciati tutti. Ripresa la campagna elettorale per la presidenza, il leader repubblicano ha continuato a minimizzare gli effetti disastrosi della sua gestione della pandemia e, durante un dibattito televisivo, ha irriso il candidato democratico Joe Biden, affermando: «I don't wear masks like him. Every time you see him, he's got a mask […] Could be speaking 200 feet away. Shows up with the biggest mask I've ever seen». (“Non indosso maschere come lui. Ogni volta che lo vedi, ha una maschera […] potrebbe parlare a 200 piedi di distanza. Si presenta con la maschera più grande che ho mai visto”). (). Le elezioni svoltesi il 4 novembre hanno dimostrato che forse l’approccio e il linguaggio utilizzato da Trump non sono stati particolarmente efficaci; oggi l’America ha infatti un nuovo Presidente, Joe Biden, che ha mostrato di voler cambiare rotta nella lotta contro il Covid-19.

 

Jair Bolsonaro: il negazionismo e lo scontro con i governatori locali

 

Anche il leader brasiliano Jair Bolsonaro, si è dimostrato fin dall’inizio molto contradditorio in merito al Covid-19: l’11 marzo, infatti, ha dichiarato: «até o momento, outras gripes mataram mais, que o novo coronavírus. Eu não acho... eu não sou médico. Eu não sou infectologista. O que eu ouvi até o momento [é que] outras gripes mataram mais do que essa», affermando inoltre che il potere distruttivo del Coronavirus era stato sovrastimato dall’OMS ("finora, le altre influenze hanno ucciso di più del nuovo coronavirus. Non credo ... non sono un medico. Non sono un infettivologo. Quello che ho sentito finora [è che] altre influenze hanno ucciso più di questa"). Il giorno seguente si sottopose al tampone, dopo che un membro del suo staff era risultato positivo, ma dichiarò, il 18 marzo, su Twitter, di essere negativo, postando il seguente messaggio: “nformo que meu 2° teste para COVID-19 deu NEGATIVO. - Boa noite a todos” (“Informo che il mio secondo test per il Covid-19 è negativo. Buona notte a tutti”).

La contraddizione del presidente è però divenuta subito evidente, quando, in un discorso alla nazione, il primo aprile, ha dichiarato: “Abbiamo una missione: salvare vite umane senza perdere il lavoro. Da un lato, dobbiamo essere cauti e cauti con tutti, specialmente con gli anziani e le persone malate preesistenti. D’altra parte, dobbiamo combattere la disoccupazione, che sta crescendo rapidamente, specialmente tra i più poveri. […] Il virus è una realtà, non esiste ancora un vaccino contro di esso o un rimedio con efficacia scientificamente provata anche se l’idrossiclorichina sembra abbastanza efficace. […] Purtroppo avremo perdite lungo la strada, io stesso ho perso i miei cari in passato e so quanto sia doloroso. Dobbiamo evitare il più possibile qualsiasi perdita di vite umane”.

Un discorso certamente condivisibile e responsabile, immediatamente smentito da alcune dichiarazioni successive, nelle quali Bolsonaro ha minimizzato la gravità del virus. Soprattutto, il presidente, ha partecipato a manifestazioni organizzate da gruppi anti lockdown. Il 16 aprile ha licenziato il Ministro della Sanità Luiz Henrique Mandetta, sostenitore del lockdown totale, scontrandosi anche con i governatori locali, che richiedevano misure maggiormente severe. Anche il nuovo ministro della salute Nelson Teich, che inizialmente si era allineato al presidente, si è successivamente dimesso il 15 maggio, in quanto non voleva autorizzare l’utilizzo della clorochina come farmaco anti Covid-19; al suo posto è stato nominato il generale Eduardo Pazuello.

 

«Moriremo tutti»

 

Il 3 giugno una nuova dichiarazione del presidente ha sollevato numerose polemiche: nel giorno in cui, con 1262 morti, il Paese registrava il record giornaliero di decessi, Bolsonaro ha dichiarato: “mi dispiace per le vittime di COVID-19 ma moriremo tutti”. Il 26 giugno anche il giudice federale Renato Borelli aveva multato il presidente poiché non faceva uso della mascherina, come previsto dal governo federale. La sentenza è stata però successivamente annullata da un altro giudice. Pochi giorni più tardi, il 7 luglio, Bolsonaro ha comunicato la sua positività al virus, anche se nella stessa conferenza stampa si è tolto la mascherina, affermando di essere in buone condizioni di salute e di essere in cura con l’idrossiclorochina. In seguito, il presidente ha postato una fotografia su Twitter, annunciando di non essere più positivo al virus. Nella foto teneva in mano una scatola del farmaco antimalarico, per sottolinearne l’efficacia antivirale. Ha continuato a minimizzare la gravità della situazione e il 30 luglio, durante una diretta Facebook ha dichiarato: "Agradeço primeiro a Deus. Depois o medicamento. A hidrocloroquina. Eu tomei num dia, no outro já estava bom. Se foi coincidência ou não, não sei". ("Per prima cosa ringrazio Dio. Poi il farmaco. L’idroclorochina. Un giorno l'ho preso, il giorno dopo stavo bene. Che fosse una coincidenza o no, non lo so"). Il 17 agosto anche il figlio del presidente è risultato positivo e il padre ha affermato che era in trattamento con l’idrossiclorochina. Allo stesso tempo anche la consorte di Bolsonaro ha riferito di essere guarita.

 

Le teorie sui vaccini (cinesi)

 

Nonostante la personale positività al virus, all’inizio di settembre, il leader brasiliano ha affermato che non sarà obbligatorio vaccinarsi – sebbene il governo abbia stanziato ben 400 milioni di dollari per arrivare ad avere il vaccino. Sempre in tema di vaccini, ha espresso la chiara volontà di non acquistarli da società cinesi: "Da China nós não compraremos. É decisão minha. Eu não acredito que ela transmita segurança suficiente para a população pela sua origem. Esse é o pensamento nosso" ("Non compreremo dalla Cina. È una mia decisione. Non credo che trasmetta sufficiente sicurezza alla popolazione vista la sua origine. Questo è il nostro pensiero"). In questo modo, come Trump, ha voluto ribadire come la Cina potrebbe aver ordito un complotto perché la nazione di origine del virus. Così come nel caso di Trump, la gestione presidenziale dell’emergenza sanitaria ha avuto ripercussioni sulla popolarità del presidente, che è scesa ai minimi storici. Un indice di disapprovazione che è più che raddoppiato nel giro di pochi mesi. Le elezioni sono ancora lontane.

 

I tratti del linguaggio di Trump e Bolsonaro

 

Fin dall’inizio della pandemia, i due leader populisti hanno sottovalutato la gravità dell’infezione, paragonandola ad una semplice influenza. Le misure adottate si sono rivelate poco efficaci e hanno portato ad uno scontro con i politici locali, particolarmente evidente in Brasile e negli Stati americani guidati da governatori provenienti dal Partito democratico. Inoltre, i due presidenti si sono detti entrambi contrari all’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Allo stesso modo hanno utilizzato un linguaggio semplice, popolare, aggressivo e ad effetto, il cui scopo era catturare l’attenzione dei seguaci e attaccare gli oppositori. Tale linguaggio è stato veicolato soprattutto tramite i social network e le televisioni, il che ha significato immediatezza della comunicazione e vasto bacino di utenti.

Le metafore, i costanti paragoni e gli slogan sono una cifra retorico-stilistica propria dei due leader politici, che si presentano come salvatori onnipotenti: “Abbiamo una missione: salvare vite umane senza perdere il lavoro” (Bolsonaro). Comune a Bolsonaro e Trump è il continuo attacco ai medici e agli esperti: entrambi hanno consigliato di curarsi con l’idrossiclorochina, la cui efficacia è stata messa in discussione dall’intera comunità scientifica, mentre Trump si è addirittura scontrato con l’OMS, prima minacciando di non destinare più fondi all’ente e successivamente ritirando gli USA dall’organizzazione che avevano contribuito a fondare poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Durante gli attacchi, l’ex presidente statunitense ha adoperato spesso anche i numeri e le percentuali per enfatizzare ciò che affermava, perseguendo una strategia retorica si può dire millenaria, fondata sull’impatto emotivo e amplificante dei grandi numeri, sciorinati senza possibilità di verifica da parte del destinatario del messaggio: “Lo scorso anno 37.000 americani sono morti per l’influenza. Una media tra 27.000 e 70.000”. Inoltre, i due leader si rivolgono al popolo parlando in maniera diretta e colloquiale: “Riflettete su questo!” (Trump) e “Buona notte a tutti” (Bolsonaro). Un’altra caratteristica propria dei due leader, per quanto riguarda la costruzione del nemico, come avrebbe scritto Umerto Eco, è la negazione del diverso, tradotta in un continuo attacco alla Cina, tanto irriflesso da mostrare evidenti contraddizioni logiche. I due leader hanno solleticato e poi aizzato l’irrazionalità e l’egoismo di massa, definendo il Covid-19 il “virus cinese” e addossando implicitamente la responsabilità dello sviluppo dei contagi alla popolazione cinese residente.

 

L’argomentazione e lo slogan

 

I “contenuti”, sotto la veste sgargiante dell’aggressività sloganistica, si riducano a pochi temi. Non sorprende, pertanto, che la maggior parte delle strutture utilizzate siano semplici, con scarso utilizzo dell’ipotassi: «I’m all for masks» (Trump). Anche la punteggiatura molto scandita nei messaggi scritti, agevolata dalle caratteristiche di social come Twitter, serve a dare espressività e a marcare i concetti: se davvero Trump stesso scrive i propri tweet, va detto che ha imparato dal nuovo giornalismo multimediale a giocare la carta dell’impressività sloganistica a tutti i costi. Anche sottoponendo a tensione le norme più consuete, nel caso di Bolsonaro: in alcuni post il presidente brasiliano ha fatto un uso molto forzato della punteggiatura, con i punti di sospensione al posto della virgola, per enfatizzare, ad effetto, una pausa tipica della varietà orale: “Non credo ... non sono un medico”. Marcato anche il ricorso alla cosiddetta rappresentazione del discorso, che mostra il punto di vista del locutore rispetto al problema (per esempio: “Non compreremo dalla Cina. È una mia decisione”, Bolsonaro; corsivo mio). Infine, non è mancato il ricorso alle strategie predicative (per es., attribuzioni valutative: “Idroclorochina. Un giorno l'ho preso, il giorno dopo stavo bene”, Bolsonaro), mentre le strategie referenziali (per es., economicizzazione e attacchi all’operato cinese) sono comunque “infettate” da inferenze paralogistiche (“Nei primi giorni di circolazione del virus, sono stati chiusi i voli interni, non quelli all’estero per consentire a Pechino di infettare il mondo”, Trump) e le strategie argomentative sono viziate dalla violenza dell’argumentum ad personam (per es., giustificazione delle attribuzioni negative o positive: “Non indosso maschere come lui. Ogni volta che lo vedi, ha una maschera”, Trump).

 

Bibliografia

Cedroni Lorella, Il linguaggio politico della transizione: tra populismo e anticultura, Armando, Roma, 2010.

Cervelli Pierluigi, La comunicazione politica populista: corpo, linguaggio e pratiche di interazione, «Actes Sémiotiques» 121, 2018, pp. 1-12.

Dell’Anna Maria Vittoria, Lingua italiana e politica, Carocci, Roma, 2010.

Spannaus Andrew, L’America post-globale: Trump, il Coronavirus e il futuro, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI), 2020.

 

Immagine: Jair Bolsonaro

 

Crediti immagine: Palácio do Planalto from Brasilia, Brasil, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, attraverso Wikimedia Commons

 

 

 

 

 


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