15 ottobre 2020

A scuola di (auto)educazione on line

Dall’analfabetismo funzionale a quello informatico in tempo di pandemia

 

Nel film di fantascienza Bis as Ende der Welt (“Fino alla fine del mondo”, 1991), una delle opere più visionarie di Wim Wenders, vengono arguite alcune previsioni (a tratti distopiche) circa le future tecnologie della comunicazione, oggi capillarmente diffuse in ogni settore, tanto pubblico quanto privato.

Nell’intuizione cinematografica del cineasta di Düsseldorf, infatti, un piccolo apparecchio emula la funzionalità di un moderno smartphone – attraverso un micromonitor a colori e un GPS – e alcune potenzialità che suggerisce, come per esempio la videochiamata, segnano la via verso l’odierna comunicazione massiva multicanale, in grado di raggiungere simultaneamente persone diverse e molto distanti tra loro. Ma c’è di più: il film di Wenders, oltre a precorrere i tempi, allude chiaramente ai pericoli dell’impatto nefasto di una produzione continua e massificata di stimoli audio-visivi sulla psiche umana, tra i quali il cosiddetto effetto conversione, secondo cui i messaggi - soprattutto quelli veicolati dai Media - provocano un cambiamento d’opinione nel ricevente, spesso secondo le finalità dell’emittente. Sic stantibus rebus, la comunicazione massiva può portare a credere a messaggi futili e inopportuni, che influenzano negativamente la percezione della realtà attraverso modelli e concetti non privi di importanti riflessi nella vita quotidiana o nella personalità degli individui.

 

Gli illetteralismi

 

Oltretutto, a prescindere dall’origine sociale o culturale di tale incapacità di comprensione di stimoli e messaggi, i dati OCSE P.I.S.A. 2018 e P.I.A.A.C. 2019 (che suffragano i precedenti del 2016 nonché quelli ISTAT del gennaio 2017) attestano che la decodifica dei messaggi – orali e scritti – è operazione complicata per almeno il 28% della popolazione italiana: molte persone, anche mediamente scolarizzate, finiscono per rapportarsi in modo stentato e approssimativo con testi, informazioni di varia natura o qualsiasi altra forma culturale e artistica.

Ma veniamo al focus del problema: se l’analfabeta strumentale (o primario) non ha mai imparato a leggere e a scrivere e l’analfabeta “di ritorno”, senza l’esercizio delle proprie competenze alfanumeriche, regredisce perdendo la capacità di formulare messaggi, oggi è l’analfabeta funzionale il più diffuso; costui infatti sa decifrare uno scritto o far di calcolo, ma è incapace di utilizzare in modo efficiente le proprie abilità di lettura e scrittura nelle comuni situazioni di vita quotidiana; di fronte a un evento complesso, infatti, non è capace di rielaborarlo se non in modo elementare o approssimativo, senza costruire analisi articolate e non andando oltre l’orizzonte talora ristretto delle proprie esperienze dirette.

In altre parole, l’analfabetismo funzionale (o illetteralismo) impedisce agli individui di elaborare correttamente le informazioni provenienti da un testo e, di conseguenza, non permette loro di fare le giuste deduzioni: l’analfabeta funzionale trova dunque difficoltà non solo nella lettura di testi in prosa (articoli, libri di narrativa), ma anche nella decodifica di semplici documenti (grafici, tabelle, report) o nell’esecuzione di ordinari problemi di calcolo (illetteratismo quantitativo).

 

L’incrocio con il mondo digitale

 

Ora, sempre più di frequente l’analfabetismo funzionale s’incrocia col mondo digitale, dato che quest’ultimo pervade il nostro quotidiano continuamente e lo ha fatto in modo ancor più massiccio a seguito del lockdown, effetto collaterale dell’emergenza sanitaria tuttora in corso.

Ci aspettavamo, forse, che l’evento pandemico migliorasse, equilibrasse o ricomponesse alcuni aspetti della nostra vorticosa quotidianità; abbiamo scoperto, invece, che tale processo orientato verso un apprezzabile progresso sociale e comunicativo è ancora lontano dal potersi definire compiuto.

Ci siamo comunque confrontati con un’indubbia evoluzione della comunicazione: in tempo di crisi, infatti, anche il registro comunicativo necessita di un’accurata scelta delle parole, del loro accostamento a stati d’animo e circostanze, della scelta degli strumenti più idonei a veicolarle. La risposta, in tal senso, è giunta dalle tecnologie digitali, quelle che, soprattutto nei contesti educativi, definiamo con l’abbreviazione T.I.C.1 (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione); e, alla prova dei fatti, abbiamo preso coscienza che le italiche competenze nell’uso consapevole degli strumenti digitali risultano essere difformi e lontane dalle aspettative. Il Covid-19 ha favorito l’accesso nel nostro ordinario registro linguistico di alcuni acronimi, primo tra tutti D.A.D. (Didattica a Distanza, di recente sostituito dal più aulico D.D.I, ovverosia Didattica Digitale Integrata) e ha consolidato l’utilizzo di anglicismi quali smart working (solo con un certo timore lo si definisce lavoro agile), ma una larga parte della cittadinanza e degli addetti ai lavori si è trovata a fare i conti con un grado di educazione all’uso del digitale assolutamente inadeguato.

In questo articolato contesto, sono balzati agli onori della cronaca il mondo del Lavoro e quello dell’Istruzione, e proprio nel contesto scolastico-educativo è stato scoperchiato un vero e proprio vaso di pandora2, contenente virtù (poche) e vizi (molti).

 

Quanti internauti a rischio

 

L’Istat, in una ricerca pubblicata al termine del 20193, segnalava l’aumento esponenziale dell’utilizzo di Internet da parte della popolazione italiana, ma evidenziava al contempo come il 41,6 % degli internauti – il variegato popolo della Rete – palesasse competenze digitali basse. Ecco come il Web, proprio per la sua natura democratica e partecipativa (anche in assenza di specifiche competenze), presta il fianco con facilità alla pubblicazione e diffusione di contenuti fallaci e ingannevoli da parte di utenti scaltri, in mala fede o – ancor peggio – inconsapevoli di quanto una certa superficialità nell’utilizzo del digitale possa risultare nociva: siamo dinanzi all’imperversare di notizie e fonti dalle quali occorre tenersi alla larga, le fake news.

 

Vedere che cosa c’è dentro (e dietro) il motore di ricerca

 

Ci siamo mai chiesti, davvero, come elabori i dati un motore di ricerca? Cosa accade quando effettuiamo una comune ricerca su Google, citando il motore di ricerca più blasonato eppure non unico attore del web? Ebbene, Google riceve da parte dell’utente parole chiave, termini neutri a cui un sistema informatico non può attribuire un giudizio di valore. Li digerisce in pochissimi secondi, cerca e sceglie all’interno dei suoi indici (costruiti ed arricchiti ogni giorno dal suo algoritmo) e restituisce all’utente quello che ritiene sia il risultato più pertinente. Pertanto viene seguito un algoritmo piuttosto che un processo logico, che invece dovrebbe sempre condurre l’utente nell’effettuare una ricerca. Il motore restituisce risultati classificati di fatto per popolarità e non per reale pertinenza: un insegnamento che occorrerebbe trasmettere quotidianamente e capillarmente, in ogni aula scolastica del nostro paese.

Come possiamo, dunque, fornire il nostro contributo individuale alla collettività – soprattutto in un tempo di crisi come quello in cui ci troviamo – orientando comunicazione e comportamenti al fine di bonificare la rete internet ed i processi di circolazione dell’informazione e del sapere, con ricadute importanti anche sul mondo del Lavoro e dell’Istruzione, oltre che sulla società nella sua interezza?

 

Duck Duck Go e QWant

 

Intanto leggiamo con cura e attenzione, ad ogni ricerca nel web: titolo, sottotitolo, denominazione esatta del link individuato ed eventualmente la breve descrizione del sito a cui stiamo per accedere. Poi, se desiderassimo una maggiore oggettività e un maggior equilibrio, impariamo a servirci anche di motori di ricerca indipendenti, che non profilino le nostre abitudini di consumo in rete quali Duck Duck Go4 o QWant5. Educhiamoci infine ad affiancare a programmi informatici proprietari (sviluppati e commercializzati da aziende, a pagamento, con licenza d’uso da parte dell’utente) il software libero: un insieme, cioè, di programmi informatici o applicazioni direttamente sul web, che rispondono de facto a criteri di inclusività, gratuità e qualità del prodotto finale. Basti pensare, tra gli altri, alla suite LibreOffice6, impiegabile nel contesto domestico, in un contesto professionale o in contesti scolastici di ogni ordine e grado.

 

 

Note al testo

1 https://www.treccani.it/enciclopedia/tic_%28Enciclopedia-della-Matematica%29/

2 https://www.vanillamagazine.it/il-vaso-di-pandora-il-mito-greco-dietro-una-delle-metafore-piu-famose/

3 https://www.istat.it/it/files//2019/12/Cittadini-e-ICT-2019.pdf

4 www.duckduckgo.com

5 www.qwant.com

6 Download gratuito della suite LibreOffice da it.libreoffice.org

 

 

Bibliografia/sitografia di riferimento

 

Analfabetismo funzionale: famiglia e scuola sono le possibili soluzioni, in “L’Orientamento”, in www.asnor.it

 

Elisa Murgese, Analfabeti funzionali, il dramma italiano, in www.espresso.repubblica.it, 7 marzo 2017

 

Beatrice Eleuteri, Analfabetismo funzionale: perché ci serve ancora saper leggere e scrivere?, in www.aibstudi.aib.it, V. 59, N. 1-2 (2019)

 

Luca Serafini, Che cos’è l’analfabetismo funzionale e perché riguarda la metà degli italiani, in www.tpi.it, 20 febbraio 2019

 

Daniele Scarampi e Andrea Cartotto, Il cittadino alfabetizzato e le bufale in Rete, in Treccani.it (Lingua italiana), Istituto della Enciclopedia Italiana, 23 settembre 2017

 

https://www.istat.it/it/files//2019/12/Cittadini-e-ICT-2019.pdf

 

www.duckduckgo.com

 

www.qwant.com

 

https://www.treccani.it/enciclopedia/tic_%28Enciclopedia-della-Matematica%29/

 

 

Immagine: Screenshot dal film Fino alla fine del mondo di Wim Wenders (1991)

 


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