19 gennaio 2021

Il cervello fonologico

Viaggio in sei puntate nel cervello linguistico

 

Facendo seguito alla serie di volumi dedicata al “cervello linguistico”, pubblicata dall’Editore Carocci (collana Le Bussole), il curatore Mirko Grimaldi propone per “Lingua italiana – Treccani.it” i punti cruciali degli studi su cervello e linguaggio, sintetizzando il dibattito e le acquisizioni dell’ultimo trentennio. Un ciclo di sei puntate, con interventi scritti da undici autori, all’insegna dell’alta divulgazione.

 

 

Il cervello fonologico

 

Lo stormire delle foglie in un bosco è un suono se nessuno lo ascolta? Dietro questa domanda (all’apparenza) banale c’è un problema molto complesso che ha fatto arrovellare filosofi e fisici per secoli: la realtà esterna esiste di per sé, o è solo il risultato di elaborazioni e rappresentazioni prodotte dal cervello? Per rimanere in ambito sonoro, da un punto di vista fisico quelli che noi chiamiamo suoni altro non sono che molecole d’aria che si comprimono e si rarefanno, oscillando, in un dato periodo di tempo. Da questo punto di vista il suono esiste, come avrebbe detto qualcuno, a prescindere… Ma perché il suono produca una determinata sensazione, l’oscillazione delle molecole deve essere interpretata. E qui entra in gioco il cervello: lungo le vie uditive – a partire dalla coclea sino ad arrivare alle aree cerebrali che si trovano più o meno all’altezza delle nostre orecchie – l’oscillazione delle molecole d’aria viene progressivamente convertita in segnali elettro-chimici che generano le rappresentazioni sonore. Poco romantico, vero? Facciamocene una ragione: è solo in questo modo che quella particolare compressione e rarefazione delle molecole d’aria diventa lo stormire delle foglie. E questo vale per ogni tipo di suono. La realtà esterna esiste, ma è in qualche modo modificata dal processo di interpretazione.

 

Un vantaggio evolutivo

 

Il cervello è lo strumento di analisi e di interpretazione della realtà per eccellenza. Da questa prospettiva, il sistema uditivo misura e interpreta i movimenti oscillatori delle molecole d’aria generati dal processo di fonazione e li traduce in attività elettrochimica e quindi in rappresentazioni mentali. In breve, i suoni esistono solo nel cervello. Pensate a cosa siamo in grado di fare con un atto di parola. Per esempio, per produrre la parola albero devo attivare corde vocali, lingua, labbra e altre parti del tratto vocale che perturbano l’aria che emetto durante il processo di espirazione. Il cervello interpreta la perturbazione delle molecole d’aria e produce una rappresentazione mentale sonora. A questo punto, grazie a processi di memoria sofisticati, chi mi ascolta è in grado di associare alla catena di suoni il concetto appropriato e l’idea di albero può essere condivisa con i miei ascoltatori in tempo reale: anche se intorno a noi non ci sono alberi. Questo meccanismo ha avuto un enorme vantaggio evolutivo perché ci ha permesso di condividere i pensieri con i nostri simili e di trasmettere alle generazioni successive tutte le conoscenze acquisite dalle generazioni precedenti. Lo stesso vale per la forma scritta delle parole (con alcune differenze nei gruppi neuronali coinvolti). Mentre voi leggete le parole scritte in questa pagina, nel vostro cervello si stanno ricreando le stesse sequenze di parole che a suo tempo sono state generate nel mio cervello mentre scrivevo. Nessun altro essere vivente possiede, neanche lontanamente, un sistema così efficace per la trasmissione del pensiero!

 

La porti una fricativa a Firenze…

 

Se fra parlante ed ascoltatore c’è solo aria, aria che viene inspirata ed espirata; e se durante la produzione di un suono non vediamo alcuna modifica della condizione in cui l’aria si trova, come fa un bambino ad acquisire in modo così veloce la lingua nativa? Non c’è nessuno che si mette accanto a un bambino e gli dice: «Caro bambino, quella che sto producendo è una /i/ e la /i/ si produce muovendo la lingua in alto e in avanti, ecco guarda come faccio io e imitami…». Non c’è nessuno che spiega a un bambino quali sono i suoni che gli servono per creare le parole della propria lingua, come organizzarli insieme in sillabe sulla base di alcune regole, e come modificali quando si trovano uno accanto all’altro influenzandosi a vicenda. Immaginiamo che un bambino nasca a Firenze e apprenda l’italiano fiorentino. Il fiorentino è caratterizzato da un fenomeno fonologico per cui le consonanti occlusive sorde /k, t, p/, quando si trovano fra due vocali, subiscono un processo detto spirantizzazione. Il processo indebolisce queste consonanti e le fa diventare consonanti fricative [x/h, θ, ɸ]. Per esempio: [la ˈhɔha ˈhɔla] la coca cola, ecc. Chi insegna a un bambino fiorentino che nel sistema linguistico a cui è esposto c’è una categoria di consonanti con determinate proprietà acustico-articolatorie? E chi gli insegna che nella sua varietà regionale queste consonanti sono soggette al fenomeno della spirantizzazione quando si trovano in un determinato contesto? Nessuno. Eppure a 24-36 mesi il bambino fiorentino inizierà, meravigliosamente, a parlare e applicherà questa regola in modo naturale ogni qualvolta produrrà quelle consonanti fra due vocali.

 

Un computer nel bambino

 

Il cervello di un bambino è il computer più potente che esista sulla faccia della terra! Nessuno allo stato attuale è in grado di replicarlo in modo artificiale. Con un minimo dispendio di energia quel cervello è in grado di fare calcoli statistici inimmaginabili e individuare, partendo dalle molecole d’aria che stimolano il suo sistema uditivo, le proprietà dei suoni che fanno parte della lingua nativa, la regolarità con cui compaiono in determinati contesti, le regole con cui si assemblano per formare le parole e come si modificano sistematicamente in alcuni casi. Tutto questo, è strabiliante, avviene molto precocemente (dai 6 ai 12 mesi di vita), molto prima che il bambino inizi a parlare. Successivamente il cervello del bambino si concentrerà su come addestrare l’apparato fonatorio a produrre l’insieme di suoni che ha appreso e a produrli in modo coerente con i concetti che ha sviluppato. L’addestramento dura un bel po’: dopo innumerevoli tentativi ed errori le rappresentazioni mentali dei suoni troveranno una corretta trasformazione in gesti articolatori appropriati per produrli.

 

Negli ultimi trent’anni una enorme quantità di studi neuroscientifici ha cercato di scoprire le basi neurali di questa abilità unica fra i vertebrati. La strada da fare è davvero ancora lunga e non sappiamo dove ci porterà. Ma grazie a un approccio multidisciplinare stiamo riuscendo a intravedere lampi di luce in fondo al tunnel. Di questi lampi di luce diamo conto ne Il cervello fonologico.

 

Immagine: Orecchio di Dionisio - Siracusa

 

Crediti immagine: Eleroja, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, attraverso Wikimedia Commons


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