23 febbraio 2021

Il cervello morfologico

Viaggio in sei puntate nel cervello linguistico

Il nome morfologia, che nella sua accezione più ampia rimanda allo studio delle forme, può assumere svariate sfumature a seconda dell’ambito in cui è usato. Nell’ambito linguistico, discutere di morfologia non è solo affare di un manipolo di studiosi e qualche studente, ma investe l’intera comunità di parlanti. Se ne parla diffusamente, pur senza chiamarla morfologia. È sufficiente pensare, per esempio, che il conio del neologismo petaloso da parte di un alunno, della sua maestra e dell’Accademia della Crusca può trovare spazio tra le pagine di quotidiani e telegiornali. Il dibattito sul genere grammaticale dei nomi di professione come ministro – ministra può infiammare anche la scena politica e coinvolgere un Presidente della Repubblica. Il comune denominatore a questo tipo di discussioni può essere riassunto nella domanda “qual è la forma appropriata di una certa parola?”. La morfologia, in senso linguistico, contribuisce alla risposta. Attraverso i processi morfologici possiamo infatti individuare quando la forma di una parola non è corretta (ad es., guardio invece di guardia). La morfologia permette inoltre di arricchire il lessico formando parole nuove a partire da forme esistenti (ad es., petalo > petaloso) sulla base di uno schema produttivo (nel caso dell’esempio, nome + suffisso -os(o) > aggettivo come per gioia > gioioso).

 

La forma appropriata di una parola

 

In qualche caso non è immediato né semplice stabilire la forma corretta di una parola. Questo accade principalmente con le parole che ancora non sono sedimentate nell’uso linguistico collettivo. Infatti, le lingue evolvono, e lo fanno in modi non controllati, talvolta sorprendenti. Il lessico, più di altre componenti linguistiche, è permeabile ai mutamenti riflettendo anche evoluzioni storiche e culturali in atto. Il sopramenzionato dibattito sul genere dei nomi di professione ne è un esempio. Tuttavia, nella maggior parte dei casi è intuitivo per un parlante nativo riconoscere la forma appropriata di una parola ben attestata nella propria lingua madre. Anche senza aver ricevuto un’istruzione scolastica, chiunque è in grado di stabilire che la relazione tra le parole porta – portone non è equiparabile a quella che intercorre tra burro – burrone, che i lessemi cavallo ed equestre sono tra loro affini anche se non condividono la medesima radice come invece terra e terrestre, e che, infine, gioioso, noioso, vinoso sono parole dell’italiano, ma non monetoso (esistendo già monetario) né osogioi (essendo il suffisso italiano -os(o) sempre posposto all’unità lessicale di base).

 

Senza istruzioni esplicite

 

Dove trae origine questa intuizione del parlante? Come riusciamo, quasi senza fatica, quasi senza accorgercene, a usare e riconoscere correttamente le parole? Come possiamo crearne di nuove, mai sentite prima, assecondando al contempo le regole grammaticali? Per fare tutto questo, si diceva, non è necessario aver ricevuto un’istruzione esplicita. Ne è una prova un bambino di tre anni che attraverso l’esposizione alla propria lingua materna padroneggia l’architettura delle parole, talvolta generalizzando delle regole di formazione a forme di per sé “irregolari” (producendo, ad esempio, vadiamo invece del corretto andiamo o leggiato invece di letto). Un modo per rispondere a queste domande è osservare cosa succede quando non è più possibile parlare correttamente come nel caso dell’afasia, una condizione che può insorgere in seguito a delle lesioni neurali generalmente localizzate nell’emisfero sinistro del cervello.

 

Lo studio dell’afasia

 

La letteratura in materia riporta come gli errori commessi dai pazienti afasici nella produzione di parole non siano totalmente casuali, ma seguano degli schemi ricorrenti; un segno, questo, ottenuto per così dire per sottrazione, di come il cervello sia sensibile alla struttura del lessico. Nel 1990, Semenza e colleghi riportarono il caso di tre persone di madrelingua italiana affette da afasia in seguito a lesioni posteriori nell’emisfero cerebrale di sinistra. Analizzando il loro parlato spontaneo, gli autori dello studio individuarono alcuni neologismi inesistenti nel vocabolario della lingua italiana, ma conformi, in linea teorica, alle regole di formazione delle parole (ad es., fratellismo invece di fratellanza o raschiavetro invece di tergicristallo). In un altro lavoro Luzzatti, Mondini e Semenza descrissero il caso di un paziente afasico anch’esso italiano, il quale riportava una lesione localizzata principalmente nelle aree perisilviane anteriori dell’emisfero sinistro. Luzzatti e colleghi si accorsero che il paziente commetteva meno errori quando leggeva ad alta voce le forme flesse al singolare (cucina) e i plurali “irregolari” (uomini) rispetto ai plurali “regolari” (producendo ad es. cucina... tante invece di cucine). Inoltre il paziente mostrava meno difficoltà nella lettura dei nomi non derivati (letto), tra cui anche i falsi derivati (budino), rispetto alle forme derivate tramite suffissi (producendo ad es. letto… piccolo invece di lettino).

 

Elaborazione indipendente e dettagliata

 

Grazie agli sviluppi di tecniche come la neuroimmagine (fMRI, MEG) e l’elettroencefalografia è stato possibile studiare l’elaborazione delle parole anche in persone sane. La maggior parte degli studi concorda sul ruolo significativo giocato dalla struttura morfologica nel riconoscimento delle parole indipendentemente dalla loro ortografia e semantica. Presentando visivamente ai soggetti le parole, una ad una, al centro di uno schermo i ricercatori hanno scoperto che l’elaborazione morfologica non inizierebbe prima di 300/350 millisecondi dalla comparsa della parola (mentre l’analisi ortografica sarebbe più precoce) e implicherebbe un coinvolgimento delle aree perisilviane e temporali dell’emisfero di sinistra, maggiore per le parole derivate rispetto a quelle non derivate. Inoltre, l’elaborazione delle parole “regolari” e quella delle parole “irregolari” sfrutterebbero circuiti neurali parzialmente differenti e sarebbero associate ad attività elettrofisiologiche celebrali distinte.

I lavori condotti nell’ambito delle neuroscienze dimostrano come i processi morfologici godano di una elaborazione indipendente e sorprendentemente dettagliata nel cervello, riflettendo le distinzioni operate dalla linguistica teorica. Molto è stato scoperto, ma molto rimane ancora nascosto. Tuttavia, ne sappiamo già a sufficienza per poterci meravigliare al pensiero di cosa accade nel nostro cervello quando leggiamo una semplice parola come petaloso.

 

Opere citate

Luzzatti, C., Mondini, S., & Semenza, C. (2001). Lexical representation and processing of morphologically complex words: Evidence from the reading performance of an Italian agrammatic patient. Brain and language, 79(3), 345-359.

Semenza, C., Butterworth, B., Panzeri, M., & Ferreri, T. (1990). Word formation: New evidence from aphasia. Neuropsychologia, 28(5), 499-502.

 

 

Il ciclo intitolato Il cervello linguistico è curato da Mirko Grimaldi. Qui sotto l’elenco delle puntate già pubblicate.

 

1 Mirko Grimaldi, Il cervello fonologico

 

Immagine: Mouse neurons labeled with fluorescent tags

 

Crediti immagine: Stephen J Smith, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, attraverso Wikimedia Commons


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