14 giugno 2021

Il cervello bilingue

Viaggio in sei puntate nel cervello linguistico

Il bilinguismo – inteso in senso lato come l’abilità di parlare e utilizzare più di una lingua - è molto diffuso a livello globale. Secondo le ultime stime, i parlanti bilingui rappresentano più della metà della popolazione mondiale. Se guardiamo all’Europa, si stima che circa il 54% dei suoi abitanti sa sostenere una conversazione in due lingue, un quarto (circa il 25%) ha competenza in tre lingue, parlando due lingue oltre alla propria prima lingua e un 10% conosce tre lingue oltre la propria lingua materna (Directorate-General for Communication, European Commission, 2012).

Il bilinguismo si configura quindi come un fenomeno comune ed estremamente eterogeneo, che non si limita solo ai bambini che crescono e imparano simultaneamente due lingue, o a chi ha una competenza ottimale in entrambe le lingue, ma che comprende chiunque sappia usare due o più lingue e sia regolarmente impegnato nel passaggio dall’una all’altra, indipendentemente dallo status e dal prestigio delle lingue in questione e dall’età di acquisizione di una seconda lingua.

È proprio questa sorta di ‘danza’ da una lingua all’altra a determinare una serie di modifiche e adattamenti nella neurobiologia del cervello umano che possono avere – anche se non automaticamente in tutte le situazioni - un effetto tangibile sulla nostra competenza linguistica e cognitiva e sulla nostra salute.

 

I benefici del bilinguismo

 

Oltre a rappresentare una preziosa occasione di arricchimento personale e socioculturale, il bilinguismo può apportare notevoli benefici a livello di competenza metalinguistica: in virtù della loro esposizione a diversi sistemi linguistici, i bilingui sono infatti caratterizzati da una migliore conoscenza spontanea di come funziona il linguaggio e da una maggiore sensibilità alle strutture della lingua. Ciò li porta ad essere avvantaggiati rispetto ai monolingui nei compiti che richiedono, ad esempio, capacità di separazione di forma e contenuto e di applicazione di regole morfologiche a parole inventate (Bialystok 1986; Bialystok et al., 2014), nonché nell’apprendimento di una terza o quarta lingua, com’è spesso osservato sia dalle famiglie sia dagli insegnanti di bambini bilingui (Abu Rabia e Sanitsky, 2010).

Al di fuori del dominio linguistico, i benefici del bilinguismo sono connessi anche ad aspetti generali della nostra cognizione. La ricerca ha dimostrato che i bilingui sono spesso avvantaggiati, rispetto ai monolingui di pari età, in situazioni in cui è richiesto di passare rapidamente da un compito a un altro, mantenendo alta l’attenzione selettiva e controllando l’interferenza di stimoli irrilevanti.

È stato proposto che questa migliore abilità dei bilingui, riportata da numerosi studi scientifici, sia legata al fatto che entrambe le lingue dei parlanti bilingui sono sempre attive nel cervello, che mantiene aperta la possibilità di attivare uno dei due codici. Dal momento che le due lingue non possono essere parlate simultaneamente, i bilingui sviluppano un meccanismo d’inibizione che consente loro di mantenerle separate e di attivarle selettivamente in base al contesto linguistico, in modo tale da limitare l’interferenza della lingua non in uso su quella in uso, mantenendola comunque disponibile se dovesse essere richiesta. L’esperienza prolungata di inibizione di una delle due lingue crea un meccanismo di controllo che si riflette su altre attività̀ che richiedono attenzione e controllo esecutivo, con effetti benefici sulle attività che richiedono di gestire più̀ compiti cognitivi contemporaneamente o in rapida successione.

Un altro beneficio del bilinguismo riguarda la maggiore e più̀ precoce consapevolezza del fatto che altre persone hanno una prospettiva diversa dalla nostra. Il fenomeno del ‘decentramento cognitivo’ ovvero la capacità di vedere il punto di vista altrui, anche noto come “teoria della mente”, viene sviluppato dai bambini bilingui in maniera precoce, circa un anno prima rispetto a quanto accade per i monolingui, e sembra essere collegato al fatto che il parlante bilingue è costantemente impegnato in un monitoraggio della competenza e delle abitudini linguistiche dei suoi interlocutore, al fine di scegliere quale lingua adottare in ciascuna situazione comunicativa (Kovács, 2009). È importante sottolineare che questi benefici si estendono anche a persone che soffrono di disturbi linguistici: nonostante spesso si tema che l’utilizzo di due lingue possa creare confusione, numerose ricerche hanno evidenziato che in nessun caso il bilinguismo può peggiorare le difficoltà, ma che al contrario va sempre valorizzato e sostenuto per i molteplici vantaggi che può apportare.

 

Perché si parla di un cervello bilingue

 

Gli studi neurolinguistici condotti su persone bilingui sono in rapido aumento e sembrano dimostrare una buona plasticità cerebrale anche in età adulta, ad indicare che anche la pratica bilingue può avere effetti a lungo termine anche sul cervello di chi impara la lingua da adulto. I nuovi orizzonti delle neuroscienze del linguaggio stanno mettendo in discussione la credenza che le lingue possano essere acquisite in modo soddisfacente solo se apprese da bambini. Sembra più plausibile che le modifiche al livello del cervello non siano tanto connesse all’età di acquisizione di una lingua ma in effetti a quanto abili si è diventati. Le tecniche di neuro immagine possono mostrarci come in caso di competenza non robusta in una lingua il cervello, oltre a reclutare le aree predisposte all’analisi linguistica, recluti anche altre aree in supporto che generalmente non rientrerebbero nel network cerebrale di un parlante con alta competenza (Perani e Abutalebi, 2005). Sembra quindi che l’esperienza e soprattutto la pratica linguistica, ovvero fattori che possono subire cambiamenti significativi anche in un breve periodo, possano produrre modificazioni cerebrali notevoli (Perani e coll., 2003).

Considerando che per uno sviluppo cerebrale sano si consiglia di mantenere il cervello allenato con attività complesse e stimolanti, meglio ancora se promuovono l’interazione sociale e sono divertenti (Valenzuela & Sachdev, 2009), l’apprendimento di una lingua sembra essere un’attività ideale. Imparare e utilizzare più lingue ogni giorno, incluse quelle presenti sul territorio, come le lingue minoritarie regionali che in Italia costituiscono un enorme patrimonio, può dunque essere un’attività utile per mantenere la diversità linguistica e per proteggere dall’invecchiamento cerebrale anche in età adulta.

 

 

Il ciclo intitolato Viaggio in sei puntate nel cervello linguistico è curato da Mirko Grimaldi. Qui sotto l’elenco delle puntate già pubblicate.

 

1 Mirko Grimaldi, Il cervello fonologico

2 Carlo Semenza, Francesca Franzon, Chiara Zanini, Il cervello morfologico

3 Marco Tettamanti, Il cervello sintattico

4 Valentina Bambini, Il cervello pragmatico

 

 

Immagine: russiangorbilingualkids.com

 

Crediti immagine: Russian4bkids, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, attraverso Wikimedia Commons


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