01 dicembre 2021

Nuovi nomi per cibi antichi: la lingua del cibo in televisione e nei social

Percorsi di cose e parole nella lingua del cibo

 

La lingua del cibo è, per sua natura, «chiamata a descrivere le continue, minute trasformazioni operate sulla materia nella preparazione dei piatti» (Mastrantonio 2020, p. 81). Come adattarla ai rapidi tempi televisivi e agli spazi spesso contenuti del web? La risposta sembra risiedere, almeno in parte, nell’uso di denominazioni accattivanti, sintomatiche di una cucina «che si vuole veloce, simpatica, moderna» (Frosini 2015). E, bisogna aggiungere, spesso indisciplinata: l’assenza di una lingua del cibo codificata, insieme ad altri elementi di criticità, sembra infatti aver favorito l’impiego di un linguaggio social e televisivo segnato da usi innovativi («e spesso impropri»: Frosini 2014, p. 22), pur muovendosi nel solco di una tradizione antica e ben consolidata. Vediamo come, attraverso alcuni assaggi.

 

La lingua del cibo nei social: il caso di Benedetta Rossi

 

Accanto a piatti di origine straniera ormai ben acclimatati nella cucina italiana, con alcune fortunate rivisitazioni (meritevole d’attenzione il caso della cheesecake zebrata, tra i trend topic del 2020-2021), spopolano sui social ricette tradizionali, spesso riproposte con nuove formule appetitose: si pensi, ad esempio, al minestrone poverello, nome di una semplice zuppa di verdure che sfrutta il meccanismo della giustapposizione alterativa (nella fattispecie, la successione di un accrescitivo e di un diminutivo) per creare maggiore empatia con gli utenti, o anche alla torta furba e alla torta mammamia, tutti nomi di fantasia dal forte impatto emotivo, frutto dell’incontro tra marketing e scrittura emozionale, che portano la firma della nota food blogger marchigiana Benedetta Rossi. La cuoca, la più attiva e celebrata dai canali di comunicazione sociale italiani, è solita presentare le sue ricette con toni caserecci facendo spesso mostra sia del suo dialetto d’origine, di tipo fermano-maceratese, sia di un lessico chiaro e semplice, che denota un approccio nostalgico al cibo fin dalla scelta del nome, Fatto in casa da Benedetta. Per rendersene conto basterà scorrere rapidamente i titoli di alcune delle ricette più cliccate e commentate: mattonella della nonna, torta antica di carote, tagliatelle di nonna Pina (nome che occhieggia, tra l’altro, al mondo canoro e televisivo, come anche i fagioli alla Bud Spencer e Terence Hill), crostata del nonno, torta cuore di mamma, torta della suocera, ecc. Oltre ai singenionimi (o nomi di parentela), nella scelta delle denominazioni si segnala l’abbondante ricorso ad aggettivi che enfatizzano la velocità della preparazione: polentone veloce, pane comodo, polenta svelta, ciambellone dell’ultimo minuto, ecc. Con la stessa funzione compare anche la già citata torta furba, sia come sintagma anteposto a nomi di torta (torta furba mimosa alle fragole, torta furba tutti frutti, ecc.), sia come aggettivo posposto (torta di compleanno furba). Non mancano poi i geosinonimi (si pensi ai nomi dei dolci di carnevale: bugie, chiacchiere, frappe; struffoli o cicerchiata, ecc.), la cui circolazione si va sempre più rafforzando nella lingua del cibo attuale (Frosini 2015).

Proprio per assicurare il massimo grado di trasparenza alla comunicazione delle ricette e, forse, per portare un po’ d’ordine nella selva di forme non sempre perspicue della lingua culinaria impiegata, la cuoca (che rifiuta di chiamarsi chef) ha avvertito la necessità di corredare il suo blog di un glossario di parole di cucina in cui trovano rappresentazione alcuni elementi tipici della lingua del cibo come Fachsprache: alterati lessicalizzati (pirottino, attestato a partire dagli anni Ottanta), suffissati denominali in -ata (dadolata 1995), francesismi (julienne 1895, vinaigrette 1989), e così via. Particolare spazio è riservato anche ai verbi, alcuni dei quali di lunga tradizione nella lingua italiana, come stufare, documentato nel più antico ricettario italiano ad oggi noto (tràdito dal trecentesco Riccardiano 1071: Pregnolato 2019); altri più recenti, come mantecare e imbiondire, che nell’accezione culinaria risultano datati, rispettivamente, alla prima metà dell’Ottocento e del Novecento (GDLI).

 

La lingua della tv: il menù dei finalisti di Masterchef 2021

 

Un discorso a parte va fatto per la televisione. La progressiva perdita del parlato monologico a favore di quello conversazionale – una tendenza generale della comunicazione televisiva recente (Rossi 2011, p. 1451) –, ha incoraggiato l’immissione di elementi propri del parlato informale e quindi la forte interazione con la lingua comune. Non fanno eccezione le trasmissioni sul cibo, esplose negli ultimi dieci anni, espressione di quell’infotainment divenuto tanto popolare da ispirare al cinema italiano contemporaneo persino alcune nuove denominazioni, segno dello «sgretolamento delle ricette casalinghe e tradizionali per l’avanzare dei programmi di cucina» (Lubello 2020): la lasagna “Prova del cuoco”, il risotto crema di zucca e cannolicchi “Masterchef”, ecc. (la rassegna completa in Lubello 2020).

Proprio a MasterChef si deve peraltro la fortuna di alcuni neologismi come impiattamento e impiattare (Frosini 2015), che, insieme a termini di utensili (si pensi all’immancabile cloche, vero e proprio status symbol del programma: francesismo non adattato con il significato di ‘coperchio metallico in forma di campana che si pone sopra il piatto di portata’), contribuiscono a veicolare un’immagine di raffinatezza e internazionalità. Per averne un’idea, leggiamo ora le sofisticate sottigliezze di alcune voci attinte dai menù proposti dai finalisti dell’edizione 2021, che mostrano bene il meccanismo della cosiddetta “prefigurazione narrativa” (Bozzola 2009, p. 480), la centralità, cioè, del momento della proposta del piatto-opera: “La domenica in Irpinia di un novarese”, “Finestra su un sogno ’ncapriata di wagyu”, “Dedicato al piccioncino di nonna Emma”, “La mia torta co’ bischeri”, “Pampapato”, ecc. Accanto a gastronimi che si richiamano esplicitamente a tradizioni locali antiche (toscana: bischeri e pampapato, preferito alla forma più diffusa, pampepato; pugliese: ’ncapriata), spiccano nomi esotici come l’orientalismo wagyu (tipo di carne pregiata giapponese). Si noterà che alla base di alcuni nomi fantasiosi sta talvolta un semplice traslato, con parole attinte dal campo semantico della famiglia (nonna, domenica, piccioncino); elemento, questo, esplicitato al momento della presentazione del piatto dagli stessi concorrenti, che dichiarano di essersi ispirati alla tavola imbandita dei nonni, al giardino della nonna, ecc.

 

Quale destino per la lingua del cibo?

 

Questa rapida incursione nel mondo della rete e della televisione attraverso l’analisi di due fenomeni particolarmente rappresentativi e, in un certo senso, opposti tra loro (MasterChef e “l’anti-chef” Benedetta Rossi) chiude il nostro viaggio nella lingua del cibo, dal Medioevo ai giorni nostri. Non chiude, però, anzi apre, auspicabilmente, la riflessione sul destino della lingua della cucina, caratterizzata ab imis da una costante dialettica tra tradizione e innovazione (vd. Frosini, L’anguille di Bolsena e la vernaccia). La centralità del linguaggio della tradizione si cristallizza spesso, come abbiamo visto, in nuove denominazioni, che si affiancano a numerosi forestierismi. Se stilassimo una classifica degli hashtag privilegiati dagli utenti di Instagram (l’app gastronomica per eccellenza) per immagini che ritraggono il cibo in modo particolarmente appetitoso, nella zona alta figurerebbero orientalismi come sushi (attestato in italiano a partire dal 1999: GDLI) e aggettivi inglesi come delivery-friendly, abbinati a gastronimi di antichissima tradizione. È il caso di lasagne: pietanza documentata fin dal Medioevo, presumibilmente come piatto di pregio (Larson 2003), prima di diventare, ai tempi della pandemia, molto amata anche nella sua versione a domicilio. Una delle numerose sfide vinte durante il lockdown dalla cucina italiana, considerata inizialmente dagli esperti del settore poco adatta alla consegna porta a porta.

 

Riferimenti bibliografici

Bonazzi 2009 = Andrea Bonazzi, Accostamenti descrittivi alla lingua dei menù, in Cecilia Robustelli, Giovanna Frosini (a cura di), Storia della lingua e storia della cucina. Parola e cibo: due linguaggi per la storia della società italiana, Atti del VI Convegno internazionale ASLI-Associazione per la Storia della Lingua Italiana (Modena, 20-22 settembre 2007), Firenze, Cesati, 2009, pp. 471-480.

GDLI = Grande dizionario della lingua italiana, fondato da Salvatore Battaglia, poi diretto da Giorgio Bàrberi Squarotti, 21 voll., Torino, Utet, 1961-2002 (e 2 voll. di Supplementi, 2004, 2009).

Frosini 2008 = Giovanna Frosini, A tavola con l'italiano: storia e storie della lingua in cucina, «Lingua Italiana», Treccani on line, (Speciale Nel nome del pane e del vino, a cura di Silverio Novelli), 2008.

Frosini 2009 = Giovanna Frosini, L’italiano in tavola, in Lingua e identità. Una storia sociale dell’italiano, Nuova edizione a cura di Pietro Trifone, Roma, Carocci, 2009 [2006] («Studi Superiori», 580), pp. 79-103.

Frosini 2014 = Giovanna Frosini, «Se vuoli fare blasmangiere di pesce»…Mettere a tavola l’italiano: storia e parole, in Francesca Chessa et alii (a cura di), La terminologia dell’agroalimentare, Milano, FrancoAngeli, 2014 («Metodi e prospettive. Studi di linguistica filologia letteratura»), pp. 21-32.  

Frosini 2015 = Giovanni Frosini, La lingua delle ricette, in Dammi la tua ricetta, Atti del convegno artusiano (Forlimpopoli, 20 giugno 2015 – Casa Artusi), consultabile all’indirizzo: http://www.pellegrinoartusi.it.

Larson 2003 = Pär Larson, s.v. lasagna, in TLIO. Tesoro della Lingua Italiana delle Origini, fondato da Pietro G. Beltrami e diretto da Paolo Squillacioti, Firenze, CNR-Opera del Vocabolario Italiano, http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO (ultima consultazione 27.03.2021).

Lubello 2020 = Sergio Lubello, Film à la carte: il cibo nel cinema italiano contemporaneo, «Quaderni del CSCI», XVI (2020), pp. 230-232.

Mastrantonio 2020 = Davide Mastrantonio, “L'aglio mettilo tagliato”. Definire il participio passato predicativo attraverso la lingua della cucina, «Lingua e Stile», LV/1 (2020), pp. 81-97.

Pregnolato 2019 = Simone Pregnolato, Il «più antico» ricettario culinario italiano nel codice Riccardiano 1071. Appunti preliminari, nuova edizione del testo e Indice lessicale, in Tra filologia, erudizione e linguistica. Per Giuseppe Frasso, cinque giovani allievi, «StEFI. Studi di Erudizione e di Filologia Italiana», VIII (2019 [ma: 2020]), pp. 219-323.

Rossi 2011 = Fabio Rossi, televisione e lingua, in Enciclopedia dell’Italiano, diretta da Raffaele Simone, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, Edizione speciale per la libreria, 2011, pp. 1450-1451.

 

Il ciclo Percorsi di cose e parole nella lingua del cibo è curato da Giovanna Frosini. Qui sotto gli interventi già pubblicati.

 

1 Giovanna Frosini, L'anguille di Bolsena e la vernaccia

2 Chiara Murru, Tra Bengodi e il Palazzo di Arnolfo. La lingua del cibo nel Medioevo

3 Simone Pregnolato, Cibo medioevale, lingua attuale: il ricettario più antico

4 Veronica Ricotta, Il Rinascimento a tavola: «una festa magnifica»

5 Francesca Cialdini, Le parole del cibo nel Vocabolario degli Accademici della Crusca

6 Marzia Caria, La cucina “infranciosata” del Settecento

7 Monica Alba, «La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene»: una rivoluzione con penna e pentole

8 Salvatore Iacolare, Andrea Maggi, Parole del cibo dalle regioni: uno sguardo tra ieri e oggi

9 Elena Felicani, «Ingoiando un boccone e sorridendo poi con maraviglia»: a tavola con i Promessi sposi e Alessandro Manzoni

10 Lucia Buccheri, Parole straniere nella lingua del cibo

11 Caterina Canneti, «Il miglior maestro è la pratica»: breve storia linguistica delle ricette

12 Giovanni Urraci, Cucinare con le parole, mangiare con gli occhi. I blog come spazio di condivisione dell’esperienza gastronomica

 

 

Immagine: Fotogramma della sigla iniziale della stagione 4 di MasterChef Italia

 

 

 


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