29 novembre 2021

Parola di strega. Il diritto dal basso

Il diritto da vicino: parole (giuridiche) per un anno

Tarara si strinse nelle spalle e disse:

– Ecco, Eccellenza. Loro signori sono alletterati, e quello che sta scritto in codeste carte, lo avranno capito. Io abito in campagna, Eccellenza. Ma se in codeste carte sta scritto, che ho ammazzato mia moglie, è la verità. E non se ne parla più. –

Questa volta scoppiò a ridere, senza volerlo, anche il presidente.

Luigi Pirandello

 

 

Semicolti e modelli di lingua

 

È possibile osservare la scrittura del diritto da una specola diversa, e cioè dalla parte di scriventi semicolti sia come produttori di testi (testamenti olografi, dichiarazioni, testimonianze processuali, lettere alle autorità ecc.) sia come ricettori di quel prontuario giuridico-burocratico di locuzioni, stilemi, moduli e frasi fatte che ha agito nel passato (e non solo) come norma di riferimento, serbatoio e modello prestigioso da cui attingere.

Lo studio della presenza e della diffusione di tale prontuario consente di capire quali modelli di lingua agissero tra le classi popolari, la loro penetrazione, i meccanismi di semi-alfabetizzazione del popolo, nel quadro di quello che Petrucci (1978: 193) ha chiamato un «caos didattico nel quale regnava il più assoluto spontaneismo». E d’altra parte nelle scritture popolari la funzione modellizzante della norma burocratica è testimoniata precocemente: già nel libretto di conti cinquecentesco della pizzicarola trasteverina Maddalena (studiato da Petrucci 1978), la formula finale dell’annotazione del sensale Tommaso, connotata linguisticamente in senso locale, esibisce un modulo di scrittura burocratica: ve se raccomanna. E lo stesso accade nell’annotazione di un altro scrivente (meno colto), tal Viviano Codazi, in cui compare il verbo chonfeso ‘dichiaro’, secondo l’uso tecnico-burocratico più antico, anche toscano.

Mi soffermerò brevemente su quattro tipologie testuali (che tratto più approfonditamente in un mio lavoro di prossima pubblicazione, Il diritto dal basso. Il grado zero della scrittura giuridico-amministrativa).

 

Parola di strega

 

La lingua ufficiale del diritto è stata a lungo il latino, anche se in realtà fin dalla fine del Duecento le leggi comunali, gli statuti, iniziarono a essere tradotti in volgare. Finché il latino fu vivo nell’uso di una piccola élite bilingue (avvocati, notai, giudici ecc.), la stragrande maggioranza della popolazione, che non lo conosceva, doveva fare ricorso a un mediatore, come risulta dalla testimonianza del mugnaio friulano Menocchio, processato per eresia e morto sul rogo dell’Inquisizione nel 1599 (si veda il bel saggio Il formaggio e i vermi di Ginzburg 1976).

All’àmbito giuridico attiene la testimonianza-confessione, quella esibita nel processo, in cui parlanti semicolti ci forniscono documenti purtroppo raramente di prima mano, più solitamente di seconda o terza mano, cioè filtrati variamente dall’intervento di chi registrava le testimonianze o da uno scrivano pubblico o da avvocati e notai.

Dei molti processi alle streghe, in gran parte analfabete, non possediamo quasi nulla per ciò che riguarda la “voce” delle imputate, cioè testimonianze e confessioni autentiche di loro pugno. Tra i pochi reperti si distingue la confessione della laziale Bellezze Ursini da Collevecchio, un piccolo centro della Sabina in provincia di Rieti, figlia naturale di Pietro Angelo e domestica a fine ’400 degli Orsini feudatari di Monterotondo, nota come guaritrice e per i suoi malefici processata e torturata per stregoneria intorno al 1527-28 nella Rocca di Fiano Romano. Dopo lunghe torture e pressioni Bellezze, che pur passò dall’iniziale autodifesa all’autodenuncia dei suoi comportamenti e alla richiesta di perdono, fu condannata al rogo e perciò preferì suicidarsi in carcere. La confessione autografa di Bellezze è depositata in un quaderno di otto fogli (pubblicato per intero e analizzato linguisticamente da Pietro Trifone che per primo lo ha segnalato, edito e studiato). Insieme alla versione originaria vergata di suo pugno ci resta anche la relativa trascrizione eseguita dal notaio Luca Antonio nel corso del processo del 1527-28: si ha così da una parte la versione popolare, genuina, nel romanesco coevo nella sua varietà più bassa, dall’altra quella colta, toscanizzata, nella varietà più alta del romanesco dell’epoca, un dittico, quindi, prezioso come illustrazione del divario sociolinguistico, ma anche della cosiddetta legge trascritta, che è in primis ripulitura linguistica, formale, ma anche «raffreddamento della temperatura espressiva» e con mutamenti sostanziali pregiudizievoli per l’imputata.

Ecco un brevissimo stralcio delle due versioni a confronto (si cita da Trifone 2006: 200-201) dall’incipit della confessione di Bellezze:

 

Io aio qumenzato a scioiere lu sacco, de che semo vetate dale nostre patrone, e nollo possemo dire se non a chi imparamo, pure io ve llo dirrò como se fa e come facemo a streare onne iente, che me è stato imparato e òlo fatto imparare ad altre femene.

 

Nella trascrizione del notaio si notano la ripulitura di alcune forme locali vistose, la presenza di qualche toscanismo (per tutti l’articolo el) e, in filigrana, alcuni grafismi latineggianti soprattutto burocratici (cfr. Testa 2014: 30):

 

Io ho comenziato ad sciogliere el sacco, benché siamo vetate dalle nostre patrone, che non lo habiamo mai a dire, se non ad chi el volesse inparare, e nollo possemo dire, pure io ve lla dirrò ad punto como se fa e facemo, e che me è stato insegnato e òlo facto e inparatolo ad altri, e se fa con grande ordine, e bisogna stare ad obedientia.

 

Scrivere le ultime volontà

 

Una tipologia interessante per indagare l’incontro della scrittura dei semicolti con l’ufficialità della norma giuridica è costituita dalla pratica, di uso già antico e diffuso, di lasciar scritto, quella cioè del testamento olografo che è una forma ordinaria di testamento scritto direttamente dall’interessato che lo conserva presso di sé e può modificarlo fino alla morte quando un notaio incaricato ne fa pubblicazione (cioè l’atto in cui trova posto il testo così come è stato scritto; cfr. Lubello 2018). Nel caso di scriventi semicolti i testamenti olografi sono interessanti per la tensione continua nella scrittura tra la (s)grammatica tipica, che inclina facilmente ad andamenti colloquiali, parlati e fortemente espressivi, e il modello (o registro) giuridico, vago o preciso, che il testatore ha in mente come progetto testuale e che intende perseguire facendo ricorso a un repertorio di formule giuridiche fisse, quelle per esempio che scandiscono apertura e chiusura del testamento, e di stilemi e moduli sintattici percepiti come peculiari e distintivi di una norma alta. Lo scrivente adotta esplicitamente il registro più legale (o meglio quello che ritiene tale) al massimo di formalità possibile, dovendo scrivere un documento ufficiale, pubblico, forse l’unico della sua vita.

Nel testamento che segue (tratto dalla raccolta curata da Salvatore De Matteis; si trascrive da Lubello / Nobili 2018: 52-53), caratterizzato da moltissimi tratti tipici della scrittura semicolta, l’elemento giuridico è affidato alla partitura testuale che ricorre al formulario tipico: nell’incipit il modulo testamento lografo da me confezionato, la scansione del testo con latinismi, non sempre corretti nella grafia e in parte inusuali (in primis, in secundis …) e l’impiego di elementi deittici tipici (soprastante, come sopra 4 ecc.). Al registro giuridico attiene anche il ricorso alla struttura più impersonale (lasciare la leggittima a Michele figlio invece di a mio figlio Michele); giuridici inoltre: con onere di cura, l’ordine in primis... in secundis... in terzis (con grafia italiana per tertiis) e, analogicamente, in fundis per in fundo. Ho già fatto cenno nella quarta puntata al latino (anche giuridico) storpiato sulla bocca dei semicolti che è per esempio alla base della nascita del noto busillis ‘difficoltà, punto difficile’ (che secondo una tradizione accreditata deriverebbe da una divisione erronea dell’evangelico In diebus illis come In die busillis, dove busillis è parola inesistente e quindi enigmatica).

Ecco il testo:

 

Testamento lografo da me confezionato secondo consiglio legale di Peppe ’a paglietta che se ha sbagliato l’affogo dall’aldilà morto e ’bbuono. Dice che, essendo moribondo, la mia volontà, scritta a mano con la data e la firma, vale pure cogli errori e sparambio il notaro. Perciò io mi fido e scrivo come posso. In primis. Tutto ai miei figli e niente a mia moglie diciamola così, che mai la voletti sposare e feci bene. Madre disamorata. Chi sa dove sta. In secundis. Leggittima a Michele figlio, leggittima a Elena figlia, leggittima a Gaetano figlio dal loro caro padre estinto qui presente che li ha riconosciuti al tribunale e li vuole bene come sanno. In terzis. Superchio a sorema e al soprastante Peppe suo marito, con onere di cura fino a morte fatta e esequie. Se muore Peppe prima di me, che mi pare possibbile datosi che sta scassato buono per vizzi di gioventù, il superchio va tutto a sorema con onere di cura e di esequie come sopra.

In fundis. Mi arracomando le esequie. Non facciamo le solite figure di pezzente.

 

Dichiaro ufficialmente

 

Un altro genere ben esplorato è quello della dichiarazione ufficiale. Lo stralcio che segue (da un testo edito in Lubello 2021: 104 e proveniente dal corpus Metropolis in allestimento presso l’università di Salerno) è di una scrivente, F., nata all’inizio del ’900 e con istruzione di base (la scuola dell’obbligo) che si impegna a saldare un debito. Del registro altro, burocratico e giuridico, si osservano: l’impiego delle formule anaforiche e cataforiche desuete (anzi detta), l’innalzamento non sempre riuscito del registro linguistico (si obbliga congiuntamente e solidalmente di restituire la somma), l’uso di termini astratti con suffisso -zione (obbligazione), il ricorso a stilemi e frasi preconfezionate (registrare la presente), allungamenti in perifrasi (date a prestito per ‘prestate’), la firma con anteposizione tipica burocratica del cognome al nome; il tutto ovviamente nel colore locale della scrittura semicolta (adembimento, doventosi, mancanto, debitora, ecc.):

Io sottoscritta F* fu Pasquale domiciliata e residente in Nusco, dichiaro di essere debitora della signora F*, anche residente in Nusco, della somma di lire cinquantaduemila trecento. date a prestito senza interessi

Si obbliga congiuntamente e solidalmente di restituire la somma anzi detta entro un anno da oggi. Mancanto all’adembimento dell’obbligazione è doventosi registrare la presente tutte la tasse sopratasse e penale ricadranno a carico della debitora.

Nusco 2 febbraio 1954 F* Fu pasquale.

 

In nome del popolo italiano. Protagonisti in tribunale

 

Il processo in tribunale è “un luogo” multilingue quanto agli attori partecipanti e variegato quanto ai testi prodotti: un crogiolo sociolinguistico con forti escursioni diafasiche e varietà di testi, in cui si intrecciano interazioni comunicative complesse. Eterogeneo risulta anche lo spettro dei protagonisti: si pensi non solo ai giudici e agli avvocati, ma anche ai cancellieri, ai consulenti e soprattutto alle parti private, imputati e testimoni.

Proprio nel processo come specchio del repertorio linguistico italiano si fa talvolta particolarmente vistoso lo scarto tra varietà alte, quelle degli attori del diritto, e varietà basse, quelle delle parti private; inoltre «il dispiegarsi e incrociarsi in aula praticamente di tutte le varietà previste dal repertorio italiano non di rado complica l’interazione e la comunicazione fra i diversi partecipanti» (Bellucci 2002: 222). In alcuni casi la necessità di comprensione puntuale durante il dibattimento richiede la necessità di riformulazioni o di domande chiarificatrici come si nota dalla glossa fatta alle dichiarazioni del testimone (baruffare ‘litigare’) durante un processo veneto da cui Bellucci (2002: 224) riporta l’estratto che segue:

 

PM: cosa diceva loro e che cosa faceva contro di loro, suo padre?

Teste:   Beh, intanto baruffava con mia mama.

PM: Intanto?

Teste: Litigava con mia madre.

PM: Ecco

 

Si arriva fino a situazioni linguisticamente variopinte: nel 2017 fece clamore durante un processo presso il Tribunale di Macerata la decisione della giudice Francesca Preziosi di nominare un interprete di fronte alla difficoltà di alcuni napoletani dialettofoni, accusati di spaccio di droga, di comprendere l’italiano. Né mancano situazioni esilaranti, come quella cinicamente narrata nella novella pirandelliana in epigrafe (La verità) in cui il protagonista, un povero garzone analfabeta, Saru Argentu, detto Tararà, accusato di aver ucciso la moglie adultera, si esprime suscitando il riso della corte e dei presenti, tanto che il Presidente della corte, “scrollando furiosamente il campanello” è costretto a intervenire:

 

- Dove siamo? Qua siamo in una Corte di giustizia! E si tratta di giudicare un uomo che ha ucciso! Se qualcuno si attenta un'altra volta a ridere, farò sgombrare l'aula! E mi duole di dover richiamare anche i signori giurati a considerare la gravità del loro compito!

 

 

 

Riferimenti bibliografici    

Bellucci 2002 = Patrizia B., A onor del vero. Fondamenti di linguistica giudiziaria, Torino, UTET.

Ginzburg 1976 = Carlo G., Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500, Torino, Einaudi.

Lubello 2018 = Sergio L., Il diritto dal basso. Il testamento olografo, ovvero la lettera postrema, in V. Castrignanò et al., «In principio fuit textus» Studi di linguistica e filologia offerti a Rosario Coluccia, Firenze, Cesati, pp. 451-459.

Lubello 2021 = Sergio L, L’italiano del diritto, Roma, Carocci.

Lubello-Nobili 2018 = Sergio L., Claudio N., L’italiano e le sue varietà, Firenze, Cesati, (rist. 2020).

Petrucci 1978 = Armando P., Scrittura, alfabetismo ed educazione grafica nella Roma del primo Cinquecento: da un libretto di conti di Maddelena pizzicarola in Trastevere, in «Scrittura e Civiltà», 2, pp. 163-208.

Testa 2014 = Enrico T., L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale, Torino, Einaudi.

Trifone 2006 = Pietro T., La fattucchiera e il giudice. Varietà sociali in un processo per stregoneria, in Id., Rinascimento dal basso. Il nuovo spazio del volgare tra Quattro e Cinquecento, Roma, Bulzoni, pp.185-289.

 

Il diritto da vicino: parole (giuridiche) per un anno è un ciclo curato e scritto da Sergio Lubello. Le puntate precedenti:

 

 

1. Le parole giuste

2. Il diritto quotidiano

3. La parola agli specialisti: prove tecniche di diritto

4. Fiat lex! Di latino, latinismi e latinorum

5. Parole straniere. Il diritto d’altri

6. Parlare oscuramente lo sa far ognuno: il diritto in pubblico

7. Parole in movimento: passato, presente, futuro

8. Diritto … d’autore

9. Professione avvocato: tra causidici, legulei e azzeccagarbugli

10. I nomi dei testi: tra codici e costituzioni

 

Immagine: Il sabba delle streghe

 

Crediti immagine: Francisco de Goya, Public domain, via Wikimedia Commons

 

 


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