04 giugno 2021

Parole straniere. Il diritto d’altri

Il diritto da vicino: parole (giuridiche) per un anno

Straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo.

Claudia Durastanti

 

Scriveva acutamente già a fine Settecento Melchiorre Cesarotti nel suo Saggio sulla filosofia delle lingue che «Niuna lingua è pura. Non solo non n’esiste attualmente alcuna di tale, ma non ne fu mai, anzi non può esserlo; poiché una lingua nella sua primitiva origine non si forma che dall’accozzamento di varj idiomi».

Dopo i latinismi della puntata precedente ci soffermiamo ora su alcune parole ‘straniere’ nell’italiano sub specie iuris.

 

Scontri e incontri tra popoli: parole (e lingue) germaniche

 

Cosa c’è (o c’era) di giuridico all’origine di alcune parole italiane di uso comune che sono di provenienza germanica? Cinque vicende di termini ben noti (abbandonare, bastardo, faida, berlina, bidello) raccontano delle sorti e trasformazioni (non solo semantiche) di parole provenienti da lingue germaniche antiche.

All’origine remota del verbo italiano abbandonare c’è il sostantivo francone antico *ban, termine giuridico il cui significato originario era ‘parola solenne > editto, proclama’. Nel francese antico, già nel XII secolo, dal sostantivo ban nasce la locuzione giuridica a ban doner ‘dare in balìa’ che si lessicalizza nel verbo abandonner ‘mettere a totale disposizione, permettere di fare ciò che piace, lasciar agire in tutta libertà’ e dalla Francia il verbo passa ad altre lingue tra cui l’italiano (la prima attestazione è quella veneziana della fine del XII sec. nei Proverbia que dicuntur; cfr. TLIO, s.v.).

Bastardo deriva da un termine giuridico germanico non connotato negativamente (il francone *banstu ‘unione’) che secondo la legge germanica indicava ‘l’unione matrimoniale anche con donna di condizione sociale inferiore’. Successivamente con la diffusione della morale cristiana lo stato giuridico dei figli nati fuori dal matrimonio fu considerato in modo negativo, come si attesta già nel latino medievale bastardus e nel francese antico bastart ‘figlio illegittimo’, che è alla base dell’italiano (Lubello 2021: 23-24).

Proprio in questi giorni in qualche giornale si è letto di “Faide per la leadership tra i 5Stelle”: il termine faida nel diritto germanico indicava lo stato di guerra privata tra due gruppi familiari che cessava solo quando il torto subìto da una parte veniva vendicato, anche attraverso un’indennità stabilita da comune accordo, ad esempio una somma di denaro (il guidrigildo). Il termine è oggi usato estensivamente nel senso di lotta non solo tra famiglie ma anche tra clan e gruppi rivali, con vendette o ritorsioni, e anche per indicare vendette tra parti avverse o partiti politici (l’uso moderno sembrerebbe essersi diffuso a partire da una nota lirica di Giosue Carducci, Faida di Comune nella raccolta Rime nuove).

Mettere alla berlina ‘esporre alla gogna’ ha alla base il sostantivo dell’alto tedesco antico bretilīn ‘assicella’ (la tavola di legno su cui si scriveva la colpa del condannato e che veniva poi appesa al collo perché fosse visibile a tutti; da lì il termine passa a indicare la pena stessa). Dal significato più antico di ‘pena infamante inflitta esponendo il colpevole al ludibrio pubblico’ si passa a quello attuale più estensivo della locuzione mettere alla berlina ‘sbeffeggiare qualcuno in pubblico; sparlare di qualcuno’.

La storia di bidello si snoda da un significato originario giuridico ‘messo di giustizia, banditore’, risalente alla voce francone antica *bidil ‘pretendente’ attraverso la mediazione del latino medievale bedellus «messo; servitore». Nel francese antico bedel (già del 1160-1174) indicava ‘sergente, guardia, vigilante’. Sarà poi il latino medievale tardo bedellus ‘messo, servitore, usciere dell’università’ ad essere esportato dalla Francia all’Italia e alla Spagna passando per gradi all’attuale significato di bidello: bedellus è documentato in testi parigini del 1251 nel significato di «usciere di una università»; significato che passa in Italia, importato per il tramite di studenti francesi nelle università italiane, stando ai documenti latino-medievali provenienti dalle antiche università di Padova (nel XIII secolo) e di Bologna (bidellus del 1317; peraltro a quest’ultima fa riferimento la più antica attestazione italiana nella trecentesca Cronica di Anonimo Romano, bidielli: «Non voleva che soa vita fine breve avessi. Io demorava nella citate de Bologna allo Studio e imprenneva lo quarto della fisica, quanno odìo questa novella contare nella stazzone dello rettore de medicina da uno delli bidielli»). Il significato di ‘addetto alle pulizie, alla custodia di una scuola, chiesa, ufficio’ è cinquecentesco (dal 1550 in Ortensio Lando). Una curiosità sul femminile: la forma bidella è documentata dagli anni postunitari (l’Educatore italiano di Giuseppe Civelli del 1879, preceduto di poco in una novella di Vittorio Imbriani del 1877), ma in realtà è già rintracciabile in testi del Lombardo-Veneto, dove le importanti riforme per l’istruzione del governo asburgico avevano messo in funzione una capillare rete di scuole elementari pubbliche (del 1818 il Regolamento normale per le scuole elementari): non a caso quindi, prima che nei repertori italiani, bidella è registrata già nel vocabolario milanese del Cherubini nel 1839 con questa chiosa: «dopo l’introduzione delle scuole elementari femminili, è nata tra noi questa voce per denotare la servigiale di quelle scuole» (cfr. Lubello, 2020: 88-91).

 

Il francese in Europa

 

Nell’italiano si individuano variamente nel tempo francesismi di ambito giuridico, dalla Corte d’Assise (in francese la denominazione Cour d’Assises risale al Code d'instruction criminelle napoleonico del 1808) al recente obbligo di repêchage ‘ripescaggio’ nel diritto del lavoro.

Ma è noto che il francese ha dato una forte spinta al rinnovamento soprattutto nella terminologia amministrativa tra Sette- e Ottocento, periodo in cui «con maggiore immediatezza si ripercuotono gli avvenimenti politici di quell’epoca che chiamiamo prima “giacobina” e poi “napoleonica”, e di quest’ultima in modo particolare per ragioni evidenti a chi abbia un po’ di dimestichezza con la storia civile di quegli anni» (Zolli 1974: 68). Giusto qualche esempio: autorizzazione, cauzionare, certificato, controllo e controllare, corporazione, dipartimento, giustificativo, illegale, indennizzare, infrazione, intendenza, malversazione, processo verbale, provvisionale, quotizzare, subaffittare, vidimare.

Per il diritto, quanto ai rapporti con i nostri parenti d’oltralpe, è stata cruciale l’introduzione del Codice civile napoleonico nel 1806, basato su volere di Napoleone sul codice francese del 1804. Il cambiamento fu epocale e il Codice ebbe ricadute significative nella lingua del diritto, non solo per ciò che riguarda il lessico, ma anche dal punto generale stilistico e modellizzante, esercitando una sorta di modernizzazione della lingua giuridica italiana nelle strutture sintattiche e addirittura nel modo di ragionare dei giuristi (Bambi 2012: 25).

Con il Codice entrano in italiano molte espressioni, locuzioni e fraseologismi calcati sul francese, come il connettivo atteso che su attendu que (cfr. Gualdo 2011: 416); talvolta qualche neologismo non attecchisce (come appuntamento ‘stipendio’ usato anche da Foscolo) oppure vince un significato nuovo a discapito di quello antico (ministro sarà ‘chi è preposto a un dicastero’ mentre decade col tempo l’accezione di ‘servitore’).

Da un bel lavoro sulle concordanze lessicali italiane e francesi del Codice napoleonico allestite da Zuliani (2018) si ricavano utili informazioni sui nuovi significati di parole italiane già in uso influenzate dai corrispondenti francesi e anche sui vari neologismi che entrano nell’italiano (mobilizzare, riversibilità, locativo, aggiudicatario ecc.).

 

Anglicismi … e anche inglesorum

 

Più recente è la penetrazione di termini inglesi in un settore tradizionalmente più conservativo come il linguaggio giuridico: sono da tempo acclimatati termini come stalking, factoring, class action di derivazione statunitense, tecnicismi provenienti dal linguaggio commerciale (franchising, leasing ecc.), del diritto giuslavoristico la purtroppo ben nota ‘pratica vessatoria e persecutoria’ del mobbing.

Da un lato la «corrività verso l’inglese è il riflesso di una più generale tendenza all’omologazione linguistica; dall’altro può corrispondere a un’esigenza di chiarezza e univocità che non si otterrebbe con l’equivalente italiano» (Gualdo 2011: 436), come nel caso di locazione finanziaria, pur adottato dalla normativa rispetto al più diffuso leasing. A volte il successo dipende dalla maggiore esattezza e specializzazione dell’anglicismo in grado di richiamare referenti prima ignoti al mondo italiano (il caso per es. di turnover); ci sono poi denominazioni di nuove forme di lavoro che entrano direttamente in inglese (job on call introdotto dalla legge 4 febbraio 2003, n. 30).

Al settore degli anglicismi in espansione appartengono anche coniazioni non sempre necessarie in ambito istituzionale: un esempio recente è il titolo del Piano per le famiglie proposto dalla ex ministra Bonetti e approvato l’11 giugno 2020 dal Consiglio dei Ministri, Family Act, sulla scia del precedente Jobs Act. Come in questo caso il ricorso a parole inglesi non necessarie non sembra dettato da necessità di trasparenza: la parola family è una parola inglese di chiara e salda provenienza latina.

Ancor meno auspicabile è il caso dell’uso massiccio di parole inglesi o pseudoanglicismi incomprensibili ai più all’interno di documenti ufficiali, come Licia Corbolante tempo fa ha ben esemplificato esaminando la legge “La buona scuola” e il “Piano nazionale scuola digitale”: good law, matching, co-design, jams, barcamp, Social Impact Bonds, School Guarantee, life-long e life-wide, Fab Lab, fleunte typing, Tech Hire, Open Courseware, hacklab. E giustamente sempre Corbolante rilevava anche vari casi di inglese farlocco nel sito del MIUR, per es. Orientamento long life ‘a lunga durata’ (come le batterie e il latte a lunga conservazione) invece del corretto lifelong ‘lungo tutto l’arco della vita’.

E quindi la domanda cruciale: perché le istituzioni parlano una lingua che la gente non capisce? Su questo tema, il diritto in pubblico, mi soffermerò nella prossima puntata e per ora chiudo con un passo significativo tratto da La manomissione delle parole (p. 15) di Gianrico Carofiglio:

«Mi ha sempre affascinato l’idea che le parole – cariche di significato e dunque di forza – nascondano in sé un potere diverso e superiore rispetto a quello di comunicare, trasmettere messaggi, raccontare storie. L’idea, cioè, che abbiano il potere di produrre trasformazioni, che possano essere, letteralmente, lo strumento per cambiare il mondo. Spesso, tuttavia, le nostre parole hanno perso il significato perché le abbiamo consumate con usi impropri, eccessivi o anche solo inconsapevoli ….».

 

Riferimenti bibliografici    

Bambi 2012 = Federigo Bambi, Le ragioni della storia. Tra due bilinguismi, in B. Pozzo e F. Bambi (a cura di), L’italiano giuridico che cambia, Atti del Convegno (Firenze, 1 ottobre 2010), Firenze, Presso l’Accademia della Crusca, pp. 15-29.

Carofiglio 2010 = Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, Milano, Rizzoli.

Cherubini = Francesco Cherubini Vocabolario milanese-italiano, Milano, Società tipografica de’ Classici italiani, 1839-1856, 5 voll. (rist. Milano, Martello, 1968).

Corbolante 2016 = Licia Corbolante, Le comunicazioni istituzionali e il rischio dell’inglese farlocco, in Treccani/Lingua Italiana, consultabile al link:

https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/ok/Corbolante.html

DELIN = Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Il nuovo etimologico. DELI. Dizionario Etimologico della Lingua Italiana seconda edizione a cura di M. Cortelazzo e M.A. Cortelazzo, Bologna, Zanichelli, 1999.

GDLI = Grande Dizionario della Lingua Italiana, fondato da S. Battaglia e poi diretto da G. Barberi Squarotti, 21 voll., Torino, Utet, 1961-2002.

Gualdo 2011 = Riccardo Gualdo, Il linguaggio del diritto, in R. Gualdo, S. Telve, Linguaggi specialistici dell’italiano, Roma, Carocci, pp. 411-77.

Lubello 2020 = Sergio Lubello, Germanismi, Milano, rcs.

Lubello 2021 = Sergio Lubello, L’italiano del diritto, Roma, Carocci.

TLIO = Tesoro della Lingua Italiana delle Origini (consultabile al link: http://tlio.ovi. cnr.it/TLIO/).

Vocabolario Treccani on line.

Zolli 1974 = Paolo Zolli, Saggi sulla lingua italiana dell’Ottocento, Pisa, Pacini.

Zuliani 2018 = Dario Zuliani, Concordanze lessicali italiane e francesi del Codice Napoleone, Firenze, Presso l‘Accademia della Crusca.

 

Il diritto da vicino: parole (giuridiche) per un anno è un ciclo curato e scritto da Sergio Lubello. Le puntate precedenti:

1. Le parole giuste

2. Il diritto quotidiano

3. La parola agli specialisti: prove tecniche di diritto

4. Fiat lex! Di latino, latinismi e latinorum

 

Immagine: Il Codice napoleonico incoronato dal tempo

 

Crediti immagine: Jean-Baptiste Mauzaisse, Public domain, attraverso Wikimedia Commons


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