15 settembre 2021

L’educazione linguistica dei detenuti, la formazione degli operatori

Comunicazione, diritti e interculturalità in carcere

 

In Italia (e non solo) c’è un luogo – anzi, un insieme di luoghi – che ricorda, tra l’altro, la torre di Babele: si tratta delle carceri. Nel racconto biblico (Genesi: 11,1-9), Dio decide di punire la protervia degli esseri umani, intenzionati a sfidarlo costruendo un edificio alto fino al cielo: scende fino a lambire la torre e confonde il linguaggio, che sino ad allora era stato unico per tutti, “perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro”. Così l’umanità, incapace di comunicare, si disperse.

 

Decine di lingue

 

Ebbene, oggi dentro le prigioni l’incomunicabilità funziona alla grande, sebbene non ci sia la possibilità di disperdersi. Circa un terzo dei detenuti è di origine straniera. Parlano decine di lingue e spesso la conoscenza di quella italiana è assai approssimativa, se non quasi assente; in alcuni casi il carcere è addirittura la prima istituzione che offre loro un'opportunità formativa, tanto che il 24% dichiara di avere imparato l’italiano dietro le sbarre. Mentre gli stessi operatori penitenziari conoscono poco o per niente altre lingue e culture.

 

La barriera del burocratese

 

Una situazione vissuta ogni giorno da chi insegna nelle prigioni. Ne è testimone il professor Marco Rovaris, docente di Letteratura italiana e Storia nel carcere di Opera (Milano). Dice a Treccani.it: “Il diritto di potersi esprimere e di capire è fondamentale e va garantito a tutti. Io insegno a coloro che frequentano la scuola superiore, soprattutto italiani, e hanno già una buona conoscenza della lingua. Però in prigione, per esempio, bisogna compilare una richiesta scritta o riempire moduli per qualsiasi cosa, occorre confrontarsi con il linguaggio burocratico e giuridico. Chi non conosce la lingua, quindi soprattutto i tantissimi stranieri, è molto svantaggiato. Qualcuno, tra i compagni o gli educatori, offre aiuto, ma tutto diventa più lungo, faticoso e complicato”.

 

Intermediazioni carenti

 

A conferma di quest'ultima circostanza, ecco il contenuto di una dispensa dell’Istituto superiore di Studi penitenziari (ISSP): “Lo straniero condannato che non parla la lingua italiana rischia di passare alcuni anni di carcere senza sapere che ha la possibilità di richiedere dei benefici. Negli istituti si cerca di tamponare il problema, almeno nella fase dell’ingresso, attraverso l’aiuto dei detenuti connazionali più attrezzati, che fungono da interpreti, o col contributo di interpreti provenienti dal mondo del volontariato, poche volte dei mediatori culturali, la cui presenza non si riscontra con frequenza nelle realtà penitenziarie della penisola”.

 

La possibilità e la qualità del reinserimento

 

Dunque, la scarsa capacità di comunicare rende ancora più difficile, per molti detenuti stranieri, la vita quotidiana e il rapporto con le istituzioni carcerarie, giudiziarie e civili. Però non è solo una questione di alfabetizzazione; viene minacciata la stessa funzione rieducativa e non punitiva della pena (quella richiesta dalle raccomandazioni europee e dalla Costituzione). Non conoscere la lingua rende ardua la fondamentale esigenza di acquisire competenze professionali, strumenti, conoscenze e abilità. Tutti elementi necessari per il successivo pieno inserimento nella società italiana o per un eventuale rientro non fallimentare nei Paesi di origine, una volta scontata la condanna. Il problema si è complicato durante l’emergenza sanitaria, durante la quale anche nelle carceri sono drasticamente diminuite le occasioni formative: nell’anno 2020/21- riferisce Antigone, l’associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale” - la scuola in presenza è stata interrotta nel 94% dei casi, con un uso raro della didattica a distanza.

 

La babele delle lingue

 

Nell’istituzione carceraria – per definizione un ambiente di convivenza forzata – la Babele delle lingue è dunque un problema con cui bisogna confrontarsi in ogni istante. Lo ha scritto in modo esplicito già nel 2015 la linguista Antonella Benucci, professoressa ordinaria di Didattica delle Lingue moderne all’Università per Stranieri di Siena e da anni dedita a questo tema, nell’introduzione del libro Plurilinguismo, contatto e superdiversità nel contesto pentenziario italiano (realizzato con la linguista Giulia Isabella Grosso, ricercatrice nello stesso campo all’Università di Cagliari). Si legge: “L’aumento esponenziale dei detenuti stranieri all’interno del contesto penitenziario italiano e la relativa graduale trasformazione di questo contesto in una realtà multiculturale hanno determinato la necessità di porre una maggiore attenzione ai temi della comunicazione interculturale e dell’educazione linguistica dei detenuti (stranieri) ai fini di un proficuo reinserimento sociale e lavorativo”.

 

La formazione interculturale di agenti penitenziari, educatori, mediatori

 

Quest'ultimo è un tema affrontato anche in un successivo volume del 2017, sempre firmato dalle due autrici (con la collaborazione di studiosi di vari atenei dell’UE), che s'intitola Buone pratiche e repertori linguistici in carcere. I due libri sono stati ispirati dai dati raccolti nell’ambito dei progetti Deport - “Oltre i confini del carcere: portfolio linguistico-professionale per detenuti” (2012-2015) - e RiUscire (2014-2017, cui è stato conferito il Label europeo delle Lingue per l'edizione 2016), coordinati a livello europeo dalla professoressa Benucci; mirano proprio alla formazione linguistica dei carcerati stranieri e a quella interculturale di agenti penitenziari, educatori, mediatori, tutor e docenti. “I progetti hanno portato, per esempio, a vari corsi di formazione in cui docenti e agenti – di solito piuttosto distanti nell'espletamento delle rispettive funzioni – spesso si sono confrontati per la prima volta”, spiega a Treccani.it la professoressa Benucci. “Il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria ha sostenuto queste iniziative, sebbene sul piano pratico l’attuazione delle indicazioni debba confrontarsi con l’estrema complessità e i tanti problemi dell’universo carcerario e dei singoli istituti”.

 

Il rapporto di Antigone

 

Va chiarito che le attività di istruzione e lavoro in carcere sono disciplinate dagli articoli 19, 20 e 21 della legge 354 del 26 luglio 1975 e dal regolamento penitenziario del 2000 (DPR 230), in cui l’articolo 35 – espressamente destinato a detenuti di origine non italiana – dovrebbe essere il punto di partenza per affrontare i disagi generati dalle identità linguistiche e culturali. Per comprendere quale sia la vasta platea coinvolta, è opportuno fornire i dati del rapporto di metà anno 2021 redatto da Antigone. Al 30 giugno 2021 il numero di persone detenute in Italia si attestava a 53.637, di cui 2.228 donne (4,2%), per 50.779 posti ufficialmente disponibili e un tasso di affollamento medio ufficiale del 105,6% e reale del 113,1 (in 11 istituti si supera il 150%). I detenuti stranieri a fine giugno erano 17.019 (32,4%, di cui 2228 donne), in costante flessione dal 2018, quando erano quasi il 34%. Le nazionalità più rappresentate sono la marocchina (19,3%), la rumena (11,8%), l’albanese (11,3%), la tunisina (10,2%), la nigeriana (8,3%). Una classifica che cambia se si volge lo sguardo alle sole donne straniere, dove spiccano due nazionalità, la rumena (26,6%) e la nigeriana (17,5%).

 

Dall’arabo allo swahili

 

Sullo sfondo c’è, nelle carceri del nostro Paese, una situazione “linguistica” molto complessa: entrano in gioco l’italiano come madrelingua, i dialetti e le varietà regionali di italiano, l’italiano come seconda lingua con le sue varianti (le cosiddette interlingue che si generano nel corso dell’apprendimento), le lingue materne dei detenuti e le altre con cui essi hanno familiarità. Questa varietà si traduce, concretamente, nel fatto che nelle carceri italiane vengono parlati oltre 40 idiomi: i più diffusi sono, tra quelli legati alle origini, arabo (28%), albanese (18), rumeno (10), inglese (9), spagnolo (8) e francese (7); gli altri rappresentano il 21%. Le lingue di matrice occidentale, eredità delle ex colonie, sono spesso usate perché – precisa la dottoressa Grosso – “godono di maggiore prestigio sociale rispetto ai dialetti e alle lingue locali”. Però sono presenti anche queste ultime: è il caso – tra quelle africane – di swahili, malinke, edo e dula.

 

La formazione professionale

 

Che fare? Per quel che riguarda i docenti che lavorano in carcere, occorre rispondere, come segnalano le due linguiste, “alla necessità di dotarsi di strumenti teorici e pratici per affrontare correttamente la situazione derivante dalla compresenza delle diverse lingue e culture dei detenuti e dunque un peculiare contesto-classe, talvolta anche carico di tensioni”. Così come “diviene di fondamentale importanza una formazione professionale degli operatori (la polizia penitenziaria, ndr) che li porti a possedere una capacità di interpretazione dei comportamenti degli stranieri e a una coscienza del proprio modo di usare la lingua, i gesti, e a essere consapevoli delle potenzialità della comunicazione extralinguistica, investendo sullo sviluppo di una competenza comunicativa interculturale che faciliti pari opportunità”. È importante anche la formazione dei mediatori linguistico-culturali (figure il cui reperimento non è facile, come dimostrano alcuni recenti concorsi andati quasi deserti) e dei tutor (monitorano l’acquisizione delle competenze professionali e guidano i processi di realizzazione delle mansioni da parte dei detenuti).

 

No ad interventi spot

 

Ovviamente queste esigenze di formazione e organizzazione si scontrano con i problemi legati alla carenza di alcune figure professionali, come segnala il recente rapporto di Antigone. Solo nel 65% degli istituti visitati dall’associazione c’era un direttore assegnato in via esclusiva. Negli altri il direttore era responsabile di più di una struttura, “con le difficoltà e le limitazioni che ciò inevitabilmente comporta sia per il personale che per la popolazione detenuta”. Fortissimo lo squilibrio tra personale di custodia e personale dell’area cosiddetta trattamentale (cioè, educativa), preposto alla reintegrazione sociale delle persone recluse: il rapporto medio negli istituti era di un poliziotto ogni 1,6 detenuti e di un educatore ogni 91,8 detenuti, con picchi di un educatore ogni 360 detenuti (a Busto Arsizio) e uno ogni 263 (a Foggia). Solo nel 22% degli istituti visitati era presente un servizio di mediazione linguistica e culturale, generalmente sostenuto dagli enti locali. Insomma, non si può dare torto alla dottoressa Grosso quando sottolinea che, anche sul fronte della formazione linguistica, “la generale difficoltà ad affrontare con strumenti adeguati la complessa situazione determina dinamiche di conflitto non facilmente risolvibili con interventi spot, ma solo con un piano organico e strutturato a livello nazionale”. Vedremo.        

 

 

Bibliografia

 

Antonella Benucci, Giulia Isabella Grosso, Buone pratiche e repertori linguistici in carcere, Aracne, Roma, 2017.

 

Antonella Benucci (a cura di), Italiano L2 e interazioni professionali, UTET - De Agostini, Torino, 2014.

 

Antonella Benucci, Italiano L2 : linee per la definizione di un portfolio linguistico-professionale, in RILA, Rassegna Italiana di Linguistica Applicata , pp. 157-171, 2/3, Bulzoni editore, Roma, 2016.

 

Antonella Benucci, Giulia I. Grosso, Viola Monaci. Linguistica educativa e contesti migratori. Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2021.

 

Antonella Benucci, Giulia Grosso, Plurilinguismo, contatto e superdiversità nel contesto penitenziario italiano, Pacini editore, Pisa, 2015.

 

Alessandra Bormioli (a cura di), Sistema penitenziario e detenuti stranieri. Lingue, culture e comunicazione in carcere, Aracne, Roma, 2017.

 

 

Immagine: La torre di Babele

 

Crediti immagine: Pieter Bruegel the Elder, Public domain, via Wikimedia Commons


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