06 marzo 2020

A ognuno il suo purismo: dall'atticismo a Nigel Farage

Alla fine del V secolo a.C. Atene era all’apice della sua potenza commerciale e del suo prestigio culturale. Il dominio sul mare assicurato dal governo democratico faceva affluire in città i beni più esotici e il porto del Pireo pullulava di stranieri. Il movimento di persone e merci però aveva anche dei detrattori, come l’anonimo autore del libello La costituzione degli Ateniesi (secondo alcuni opera dello storico Senofonte), che lo ritiene causa dell’imbarbarimento dell’attico, il dialetto di Atene (§ 2.8):

 

Poiché sentivano ogni sorta di idioma, [gli Ateniesi] hanno scelto da questa o da quella lingua ora una cosa ora l’altra. Gli altri Greci preferiscono il proprio dialetto, usanze e stile di vita, ma gli Ateniesi invece adoperano una lingua mescolata con elementi presi da tutti gli altri Greci e persino dai barbari.

 

Il passo idealizza il passato pre-democratico di Atene, quando anche il dialetto era più puro. È una visione nostalgica che non faremmo fatica a immaginare nel clima politico contemporaneo, che addita l’apertura delle frontiere come minaccia alle lingue nazionali. Nel 2014, durante il dibattito pubblico che poi produsse il referendum sulla Brexit, Nigel Farage, il leader del partito sovranista britannico UKIP, ha affermato in un’intervista al Telegraph (2014) che «in molte parti dell’Inghilterra non si sente più parlare inglese». L’articolo è significativamente intitolato Secondo Farage la migrazione di massa ha reso il Regno Unito «irriconoscibile».

La iperbolica affermazione di Farage riflette una paura molto diffusa in tutte le società, specialmente quelle che attraversano una crisi o una ridefinizione della propria identità: la paura che la nostra lingua sia in pericolo. Da essa possono scaturire forme di purismo linguistico, un’attitudine protezionistica che si incarna in tentativi più o meno organizzati di “difendere” la lingua dagli influssi esterni.

 

L'Europa e il purismo

 

La sola storia europea degli ultimi due secoli ha conosciuto molti casi di purismo, spesso in connessione con la nascita di stati nazionali e la creazione di lingue standard ufficiali (cfr. Wright 2016), quando varietà linguistiche appartenenti allo stesso continuum dialettale sono state costruite come lingue autonome (le cosiddette “lingue Ausbau” o “per costruzione”: cfr. Trudgill 2004). È il caso, per esempio, della separazione di danese, norvegese e svedese, varietà del continuum dialettale scandinavo, quando si sono costituite come lingue ufficiali.

Il purismo ha riguardato anche la lingua letteraria. Nelle Prose della volgar lingua (1525) Bembo teorizzò che gli scrittori italiani dovessero usare il toscano di Petrarca e Boccaccio (e in parte anche di Dante). Nei suoi aspetti più intransigenti il toscanismo fu una forma di purismo: intellettuali e lessicografi procedettero all’epurazione non solo delle forme provenienti da altri dialetti (e che spesso avevano dignità letteraria), ma anche di quelle che non erano attestate nei grandi autori trecentisti. In seguito, come è noto, tale purismo arcaizzante fu mitigato dalla proposta modernista di Manzoni, che assumeva a modello dell’italiano standard il fiorentino colto contemporaneo.

 

Gli atticisti e l'opposizione Grecia - Egitto

 

L’intreccio tra lingua, società e politica non caratterizza solo l’epoca moderna. Come abbiamo visto, la paura dell’imbarbarimento della lingua era sentita anche dai Greci di età classica e si fece ancora più acuta con l’allargamento dei confini della grecità causato dalle conquiste di Alessandro Magno. In età post-classica una varietà sovraregionale di greco, la koiné, si diffuse come lingua universale della comunicazione tra Egizi, Ebrei, Romani ecc. (cfr. Cassio 1998). Ne conseguì una ridefinizione della grecità che tra I e II secolo d.C. portò alcuni intellettuali a concepire una più esclusiva idea di identità greca fondata sulla padronanza delle regole dell’attico di V secolo a.C. Questo movimento, che prende il nome di atticismo, fu il primo caso di purismo linguistico nella storia della cultura europea: esso incarna molto bene la convinzione, individuata da Thomas (1991) come costante del purismo, che la purificazione della lingua conferisce superiorità a chi parla la varietà purificata.

L’atticismo ebbe principalmente natura letteraria, ma come spesso accade con il purismo fu anche una reazione conservatrice alla situazione socio-politica dell’epoca post-classica, quando la Grecia non più indipendente era parte del multilingue impero romano. Gli atticisti, professionisti della lingua greca al servizio della classe dirigente romana, non erano quasi mai “veri Greci”, ma originari di regioni come l’Egitto, la Siria e l’Arabia. La padronanza del greco, che non era la loro prima lingua ma era sia lingua “globale” sia lingua di cultura, era per costoro occasione di distinzione e ascesa sociale, un mezzo per ridefinire la propria identità. È significativo che nella terminologia atticista i tratti della koiné che divergono dall’attico classico vengano definiti “barbarismi” o “tipici del greco di Alessandria d’Egitto”: come in altre forme di purismo, la polarizzazione corretto/scorretto viene espressa iconicamente attraverso l’opposizione geografica centro/periferia, Grecia/Egitto.

 

Artificiale, elitaria, astorica

 

La lingua pura degli atticisti era una costruzione artificiale, elitaria (perché attingibile solo da coloro che avevano un’istruzione superiore) e astorica (perché l’attico del V secolo a.C. non esisteva più). Eppure, ebbe un ruolo fondamentale nella storia linguistica del greco. Determinò la cesura tra lingua d’uso e lingua letteraria nella Bisanzio medievale, una situazione di diglossia i cui effetti si colgono ancora nella Grecia contemporanea. E contribuì a promuovere una costruzione dell’identità greca basata sulla lingua (oltre che sulla religione ortodossa) e sul mito della continuità con l’epoca classica.

Cruciali nella perpetuazione dei modelli di correttezza atticista furono i lessici prodotti tra II e III secolo d.C., come l’Ecloga di Frinico Arabio e l’Onomasticon di Polluce, nativo di Naucrati in Egitto. Queste opere consistono di liste di parole o espressioni approvate (solitamente perché usate da un autore attico di V o IV secolo, come Tucidide, Aristofane e Platone), talvolta fornite di sinonimi accettabili e altre volte contrastate con usi giudicati scorretti e per questo esclusi dal canone linguistico. Erano strumenti fondamentali per gli scrittori e i retori e furono preservati gelosamente dagli intellettuali greci di età medievale.

 

Da Polluce all'itanglese

 

I lessici atticisti esprimono una scala di valori di correttezza linguistica che si riflette nell’ordine morale. L’idea di lingua che li ispira ha alcuni punti in comune con quella dei lessici che tra Cinque e Seicento furono prodotti in Italia per promuovere il toscano letterario. L’Onomasticon di Polluce e la Fabrica delle parole di Francesco Alunno (1548) si autorappresentano come delle opere-mondo, che nelle loro liste di sinonimi per ogni campo semantico racchiudono tutte le sfere della vita umana e naturale. Il lessicografo purista così si veste da artigiano e artefice della lingua: selettore (Ecloga, titolo del lessico di Frinico, significa “selezione”), fabbricatore (si veda la Fabrica di Alunno) o setacciatore (l’Accademia della Crusca, che separa la buona lingua da quella cattiva).

L’ideologia linguistica sottesa a queste opere erudite apparentemente lontane da noi ha molto da insegnare alla sensibilità presente. Nel dibattito pubblico italiano sono all’ordine del giorno le lagnanze di chi ritiene la lingua in pericolo, brutalizzata dai giovani e snaturata dal contatto. Torna l’impulso a difendersi dai forestierismi, un purismo “xenofobico” che esprime un’estetica nazionalista secondo la quale la lingua nazionale è unica e insostituibile (cfr. Thomas 1991). Già la politica linguistica di italianizzazione promossa dal fascismo si rivolse anche contro anglismi e francesismi, producendo qualche indubbio successo (il dannunziano tramezzino che sostituì sandwich), ma anche non pochi risultati ridicoli (come bar che divenne l’assurdo quisibeve).

Ora però la società italiana si avvia verso il bilinguismo con l’inglese, la cui conoscenza passiva è già molto diffusa, e il dibattito sugli anglismi assume nuove connotazioni. Il mondo universitario si interroga sull’opportunità dell’insegnamento in lingua inglese e sui rischi della monolingua (si veda il volume Fuori l’italiano dall’università? curato da Maraschio e De Martino 2013). Accademici e linguisti (come quelli del gruppo Incipit, presso l’Accademia della Crusca) si battono sia contro l’acquisizione indiscriminata degli anglismi sia contro il maltrattamento dell’inglese da parte degli italiani, il cosiddetto itanglese (una godibile sintesi in De Mauro 2016).

 

Lexipenía e senso di appartenenza

 

La sociolinguistica del purismo mostra come dietro questi casi recenti ci siano fenomeni ricorrenti e attitudini universali, così connaturate all’indole umana da ricorrere ciclicamente in tutte le epoche e le società. La paura della decadenza del greco era già viva in età antica e gode ancora di ottima salute, tanto che alla lexipenía (“impoverimento linguistico”) sono dedicate intere rubriche nei quotidiani ellenici (Moschonàs 2009, 297-8). Tali sensazioni, sebbene culturalmente motivate, sono anche legate a processi psico-cognitivi e psico-sociali che riguardano, in senso ampio, la perdita delle radici e del senso di appartenenza, la paura della sporcizia e il conforto rassicurante della purezza. Alla base del purismo c’è la nostalgia, un sentimento che certo può produrre atteggiamenti di chiusura, ma anche nuove forme di connessione e solidarietà tra gruppi di individui, come sostenuto dalla psicologia sociale (cfr. Routledge 2016).

Riconoscere il carattere universale e le implicazioni extralinguistiche di alcune attitudini nei confronti della lingua può farci scoprire degli antecedenti sconosciuti (come sarà il caso dell’atticismo per molti lettori) e forse farci riconsiderare certe posizioni. Se per molti italiani l’inglese è la causa della perdita di purezza, dal canto loro molti anglofoni madrelingua pensano che l’inglese, minacciato dalla globalizzazione e dalle orde di persone che lo usano in modo approssimativo, stia divenendo una lingua universale impoverita nel lessico e snaturata nella sintassi. Chi sia incuriosito da questa – forse inattesa – svolta nella storia può dare un’occhiata al sito della The Queen’s English Society (link), un’organizzazione che si prefigge di preservare la correttezza dell’inglese standard (il cosiddetto “inglese della Regina”) e di «scoraggiare l’intrusione di qualsiasi cosa ne distrugga la chiarezza e l’eufonia».

Ad ognuno il suo purismo.

 

Riferimenti bibliografici

Cassio 1998 = Albio Cesare Cassio, «La lingua greca come lingua universale», in Salvatore Settis (a cura di), I Greci. Storia, cultura, arte, società, 2: Una storia greca, III: Trasformazioni. Torino: Einaudi, 1998, 991-1013.

De Mauro (2106) = Tullio De Mauro, «È irresistibile l’ascesa degli anglismi?», Internazionale, 14 luglio 2016, ultimo accesso 10/02/2020 (link).

Gruppo Incipit, ultimo accesso 10/02/2020 (link).

Maraschio, De Martino 2013 = Nicoletta Maraschio, Domenico De Martino (a cura di), Fuori l’italiano dall’università? Inglese, internazionalizzazione, politica linguistica. Bari: Laterza.

Moschonàs 2009 = Spiros Moschonàs, «“Language Issues” after the “Language Question”. On the Modern Standards of Standard Modern Greek», in Alexandra Georgakopoulou, Michal Silk (eds.), Standard Languages and Language Standards. Greek, Past and Present. London: Ashgate, 293-320.

Routledge (2016) = Clay Routledge, Nostalgia. A Psychological Resource. London: Routledge.

Telegraph (2014) = «Mass immigration Has Left Britain Unrecognisable, Says Nigel Farage», The Telegraph, 28 febbraio 2014, ultimo accesso 10/02/2020 (link).

Thomas 1991 = George Thomas, Linguistic Purism. London – New York: Longman.

Trudgill 2004 = Peter Trudgill, «Glocalisation and the Ausbau Sociolinguistics of Modern Europe», in Anna Duszak, Urszula Okulska (eds.), Speaking from the Margin. Global English from a European Perspective. Frankfurt: Peter Lang, 2004.

Wright 2016 = Sue Wright, Language Policy and Language Planning. From Nationalism to Globalisation. 2a edizione. Houndmills – New York: Palgrave Macmillan.

 

Immagine: L’Acropoli di Atene

 

Crediti immagine: Leo von Klenze / Public domain

 


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