24 marzo 2011

Rai, Radiotelevisione inglese

Premium :in inglese il latinismo penetra intorno al 1600 nell’accezione di ‘ricompensa per una specifica azione’; invece, il significato che ha a tutt’oggi nel campo delle assicurazioni (‘premio assicurativo’), premium lo acquisisce in inglese verso il 1660. E come? Riprendendolo pari pari dal significato tecnico dell’italiano premio (cfr. Online Etymology Dictionary). A distanza di secoli, nel Novecento, ecco che nell’inglese si affaccia e si impone, a partire dal mondo dell’emittenza televisiva, il significato di premium destinato in un batter d’occhio a valicare le frontiere invisibili degli eteri nazionali, sbarcando anche in Italia: « something offered for free or at a reduced price in order to get someone to buy something else » (Macmillandictionary.com).

Siori e siore , ecco il “pacchetto”!
 
Vale a dire: siori e siore, vi offro qualcosa gratis o a prezzo ridotto per convincervi a comprare qualcos’altro. Prendete un pacchetto di programmi e in più vi portate a casa, a prezzi stracciati o, credetemi!, praticamente a zero euro, tante cosine televisive belle e divertenti. L’impresa che vende l’accesso a canali e programmi televisivi sotto forma di abbonamento o di carta prepagata, se il cliente, per esempio, compra il pacchetto di calcio per tutto l’anno, gli regala anche la visione della nuova serie di Sex and the City o del Dr. House (o ci pratica sopra un forte sconto). Da qui i nomi che i teledipendenti hanno imparato a conoscere a memoria, come, per dire, quello della piattaforma televisiva Mediaset Premium (il premium sta nei vantaggi concessi al cliente). Tra le offerte di Mediaset Premium spiccano Premium Gallery (cinema e programmi per giovanissimi), Premium Calcio, Premium Fantasy (cartoni animati) e Premium Reality (inteso come reality show: infatti trasmette in diretta il Grande fratello).
Nei secoli andati, del latino e anche dell’italiano s’è nutrito il premium inglese; oggi, del premium inglese siamo noi a nutrirci. Questo premium, tra l’altro, mostra una certa atletica baldanza sintattica, che gli permette di entrare in coda (Mediaset Premium) o alla testa (Premium Fantasy) dei recenti composti nominali che va a cofondare. Salvo riuscire pure a starsene da solo, in strategici usi assoluti («Incredibile, ma Premium!», pay off pubblicitario).
 
Il premium in autostrada
 
Il premium, poi, ci vuol poco che scavalli dalla televisione commerciale al commercio tout court:si associa a prodotti per la Rete («Scegli la nostra offerta Pack WebSite Premium per non avere limiti e pubblicare tutti i contenuti che vuoi. Soluzione tutto incluso!», http://we.register.it/website/build-site-premium.html), alla rivenditoria di computer («Gli Apple Premium Reseller sono rivenditori dedicati al mondo iPod e Mac che offrono ai clienti Apple un'esperienza d'acquisto straordinaria», http://www.apple.com/it/buy/apr/), all’assistenza autostradale, col sistema dell’abbonamento e della carta come nel caso della tv («L'Opzione Premium è un pacchetto di servizi e agevolazioni studiati su misura per ogni tuo spostamento di lavoro o di piacere in autostrada e non solo», http://www.telepass.it/ecm/).
 
Anchilosati
 
Ora, non sarà l’anglolatinismo “di ritorno” premium a turbare i nostri sonni, essendo, tutto sommato, anche formalmente affine al già digerito medium e ad altri anglolatinismi più o meno acclimati in italiano. Ma, è innegabile, fa un certo effetto il lussureggiare della foresta anglicista nel dominio terminologico della tv commerciale privata: fantasy, reality, gallery, cartoon, HD (acronimo di High Definition ‘alta definizione’), per non parlare di Emotion ed Energy, conglobati a Premium Cinema per etichettare due canali cinematografici entrati dal 2009 nel pacchetto di Premium Gallery. Insomma, si anglicizza non perché sia necessario, ma perché funziona sotto il profilo del marketing e della pubblicità, perché – vediamola con gli occhi preoccupati dello storico della lingua italiana Luca Serianni – «non esistono prestiti di necessità, ma solo prestiti di lusso», cioè fa fino anglicizzare. Scrive Claudio Giovanardi a pagina 25 dell’edizione 2008 di Inglese-Italiano 1 a 1 (scritto con Riccardo Gualdo e Alessandra Coco; edito da Manni, editore di Lecce): «anche la profluvie di prestiti non integrati produce un effetto negativo sul sistema lessicale, dal momento che provoca un’anchilosi delle risorse indigene rischiando di innescare processi di alterazione dei tradizionali meccanismi di formazione delle parole».
Giuseppe Antonelli (L’italiano nella società della comunicazione, Il Mulino, Bologna 2007, pag. 159) ammette che sembra difficile riuscire a sostituire alcuni anglicismi con equivalenti italiani, perché sono «parole simbolo del tempo in cui viviamo». Le parole inglesi (dell’inglese d’America) che dal mondo dell’informatica, dello sport, della finanza e del commercio ci si propongono in italiano «hanno quell’aura di prestigio che le porta a essere sentite – a seconda dei casi – come parole tecniche, scientifiche, autorevoli, divertenti, alla moda».
 
Kids e Tween
 
D’accordo, contro l’«aura di prestigio» sprigionata da cultura e lingua inglesi si può poco. Forse qualche cosa, però, si potrebbe chiedere, a chi ha il compito professionale di battezzare certi prodotti di larga diffusione nell’etere: per esempio, di non dare per scontato che si debba per forza spennellare d’inglese l’ex lanterna magica più domestica che c’è. Insomma, se si agisce nell’ambito di istituzioni come la Rai, società concessionaria in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo italiano, si può ben evitare di etichettare all’inglese canali e programmi quasi più di quanto fanno le teste d’uovo del gruppo privato Mediaset.
Il fatto è stato notato ed esaminato nel saggio Italiano-Inglese 1 a 1: «la Rai ha subìto una sorta di mutazione genetica dal punto di vista linguistico, da vessillo di italianità a luogo di scorribanda di anglicismi più o meno presentabili» (pag. 346). A sostegno di tale affermazione, Claudio Giovanardi raccoglie alcune «inutili etichette anglicizzanti per designare servizi e programmi facilmente identificabili con un nome italiano» (pagg. 344-346): Rai International, Rai educational, Rai fiction, Rai news, Rai trade.
Dal 2008 (data di pubblicazione del saggio appena citato) a oggi la famiglia si è allargata: Rai premium (non poteva mancare…), Rai movie (prima dell’avvento del digitale terrestre si chiamava Rai Sat Cinema), Rai HD, Rai euronews, Rai music; e poi i canali della Rai tv sulla rete Celebrity, Science & Technology (glossato – http://www.rai.tv/dl/ – in italiano, secondo il modello di molte titolazioni di film: «il canale web dedicato alla scienza e alle nuove tecnologie»), Kids (per bambini), Tween (per adolescenti). Si sfiora il ridicolo. L’aura non c’è, è andata via…
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Immagine: antenne Rai. Crediti: FiatLUX [CC 3.0 Unported (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)], attraverso Wikimedia Commons.

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