07 maggio 2021

L’insegnante, tra apprezzamento e odio

In occasione della 7a edizione della Settimana italiana dell'insegnante

 

Gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale nella lotta al discorso d’odio. Le principali riflessioni sugli strumenti di contrasto all’hate speech concordano nell’individuare la scuola come interlocutore privilegiato per il lavoro sull’odio. Ma quanto resta di questo ruolo se l’odio entra sul posto di lavoro, se la funzione collettiva della categoria convive con un harmuful speech (McGowan, 2012) che ne intacca la credibilità e fa emergere le vulnerabilità degli individui? C’è il rischio che i lavoratori di uno spazio pubblico per eccellenza come la scuola finiscano per autoescludersi dalla partecipazione al dibattito pubblico? Ne ragioniamo in occasione della 7a edizione della Settimana italiana dell'insegnante (3-9 maggio 2021), patrocinata dall’Istituto della Enciclopedia Italiana.

 

La norma dell’encomio

 

Lo scorso 30 aprile, Joe Biden ha aperto la National Teacher Appreciation Week – una  ricorrenza che negli USA si festeggia dal 1984 – firmando un messaggio di ringraziamento agli insegnanti sul sito della Casa Bianca. Non è la prima volta che il presidente degli Stati Uniti elogia «l’incommensurabile contributo» offerto dalla categoria alla società americana, dichiarandosi «biased» (cioè di parte) in quanto marito di una docente full-time.

In Italia la settimana dell’insegnante – che quest’anno si celebra dal 3 al 9 maggio –  è stata importata nel 2015 con un progetto chiamato Master Prof. Per l’edizione 2020, l’ex ministra Lucia Azzolina era intervenuta con un apposito video, cercando di aggregare espressioni di lode al lavoro degli insegnanti attorno all’hashtag #RingraziaUnDocente, definito «più attuale che mai».

L’encomio dei docenti di scuola si è insinuato più volte nelle pieghe della normativa ministeriale italiana nella prima fase della pandemia. Così si leggeva, ad esempio, nella nota Nota prot. 278 del 6 marzo 2020: «In queste difficili giornate, è giusto e doveroso, da parte nostra e di tutta la comunità educante, ringraziare tutti coloro che stanno andando oltre ogni obbligo e ogni dovere, svolgendo il loro servizio al Paese con dedizione, spirito di iniziativa, competenza». Ancora più diretta la lode agli insegnanti contenuta nella lettera firmata da Lucia Azzolina il 27 marzo 2020: «lavorano per rendere vivo e concreto, nell’esperienza di ciascun alunno, il diritto all’istruzione posto dalla nostra Carta tra quelli fondamentali e inalienabili. Siete eroi anonimi, state lavorando con ogni mezzo perché tutti, dai più piccini ai più grandi, non perdano il contatto con la scuola». Più avanti nello stesso testo, il cambio di destinatario, segnalato nel passaggio dalla terza alla seconda persona plurale (lavorano con ogni mezzo à siete eroi anonimi), si ripresentava nell’uso del vocativo indirizzato alla categoria, con il titolo professionale preceduto da un aggettivo affettivo: «Sapete, care e cari docenti, come Vi definiscono i Vostri alunni e alunne nei messaggi che mi inviano? “Scudi di quiete nella tempesta che infuria”. Mentre loro, i nostri studenti, si definiscono “monadi senza più finestre”. Hanno bisogno di Voi, lo riconoscono tutti, in tanti modi diversi».

Stando al Rapporto 2021 sul Profilo dei Diplomati 2020, l’apprezzamento dei docenti italiani da parte degli studenti di scuola secondaria di secondo grado sarebbe cresciuto. Il tutto nonostante la Dad, che è uno dei neologismi d’area semantica scolastica del biennio 2020-2021, ma che, a differenza di no-Dad e Ddi, esisteva già prima della pandemia.  (Di Carlo, 2020).

 

L’uso dell’odio

 

L’emergenza covid-19 ha puntato nuovi riflettori sulla scuola, e la lingua italiana ha certificato questa amplificata attenzione diffondendo al di fuori degli edifici scolastici quelle sigle il cui significato, di norma, diventa trasparente solo per gli addetti ai lavori (Scarampi, 2020). Ma il nuovo coronavirus in Italia ha anche slatentizzato la presenza di un continuum discorsivo difficile da ignorare, portando a galla una narrazione tossica sulla scuola in aperto conflitto con la contro-narrazione che la Settimana dell’insegnante vorrebbe stimolare.

Indubbiamente, durante la pandemia i fenomeni d’odio hanno interessato diverse categorie professionali. Già a ottobre 2020, professori e maestri di scuola si facevano notare, insieme a medici e infermieri di pronto soccorso, come «i più attuali» bersagli dell’odio (Petrilli, 2020). Il Barometro dell’odio 2021 – Intolleranza pandemica di Amnesty International, pubblicato lo scorso 13 aprile, inserisce effettivamente gli operatori sanitari fra i principali  bersagli dell’hate speech in Italia, e mette “i professori” al centro di una frattura sociale: dipinti come lavoratori eccessivamente tutelati contro altre categorie, e ascritti al campo semantico del parassitismo (Faloppa, 2020).

Le conflittualità alla base della necessità di celebrare gli insegnanti non mancano su scala globale. Se l’anno scolastico 2020-2021 si è aperto, nella banlieu parigina, con il crescendo d’odio per un insegnante culminato nell’uccisione di Samuel Paty, preoccupanti sono i dati sulla violenza contro gli insegnanti riportati dall’American Psychological Association. Ma al di là dei casi di victimization e degli atteggiamenti eclatanti come le aggressioni, va ricordato che #TeachersMatter non è solo un hashtag, ma anche il titolo di un documento dell’Ocse, che dal 2005 esprime preoccupazione per l’immagine della professione docente nel mondo, e per la sua costruzione ad opera di media e fiction. Simili timori possono essere riscontrati in documenti più recenti della Commissione Europea, che denunciano la generale assenza di politiche per il miglioramento delle condizioni lavorative degli insegnanti, anche laddove esistono campagne per migliorarne il riconoscimento sociale.

 

Arsenico e vecchi stereotipi

 

I dati raccolti nel primo mese di didattica a distanza dalla Fondazione Carolina registravano, solo nel marzo 2020, un’impennata di cyberbullismo e fenomeni di zoombombing con 74 casi di vittime tra i docenti (condivisione di foto modificate, insulti durante le video lezioni, intrusioni in videolezioni). In assenza di monitoraggi che potessero dirsi esaustivi, pronta è stata l’offerta di strumenti pratici per difendersi dai suddetti fenomeni. Ciononostante, le tragiche immagini di una docente bullizzata all’interno delle mura scolastiche prima della pandemia continuano a essere un tormentone sui social, ancora due anni dopo l’apertura di un’inchiesta da parte dell’Ufficio scolastico regionale competente. L’odio non ha risparmiato neanche la ex ministra dell’Istruzione, ed è certo che la vittimizzazione dell’insegnante (o della donna di scuola)  si intrecci spesso con un problema di genere, come ha ricordato l’affaire della maestra torinese licenziata dopo aver subito un reato di revenge porn, e come insegnano i casi di cronaca ottocenteschi (Catarsi, 1981). Se, poi, il profilo dell’insegnante medio sembra essere quello della donna meridionale (Intravaia, 2012), è vero anche che nella cronaca degli ultimi anni non sono mancati nemmeno i casi di «Non si affitta agli insegnanti».

La definizione di discorso d’odio non è semplice: «pur percependone l’odore, non la si può afferrare» (Faloppa, 2020). D’altra parte, la discriminazione, l’aggressione verbale e fisica non sono che forme eclatanti che l’odio può assumere e atteggiamenti costruiti su idee diffuse: «se è vero che di hate speech, tecnicamente, si parla da poco, molti degli stereotipi e dei tòpoi su cui esso poggia sono di vecchia data (Faloppa, 2020)».

In Italia, gli stereotipi su maestri e professori di scuola sono un fenomeno antico, vecchio almeno quanto l’unità nazionale: «Dio mio, non fanno che lamentarsi, sempre con quel benedetto stipendio, sempre a pianger miseria», faceva dire De Amicis a un personaggio del Romanzo d’un maestro, che evidentemente negava l’oggettività e la storicità della questione magistrale. Sono tante le tracce lasciate sui testi letterari da quello che per i sociologi è un dato: «gli insegnanti sono ritenuti dei “fannulloni”, che lavorano poche ore la settimana, che beneficiano di pomeriggi liberi e di tre mesi di vacanze estive e che guadagnano fin troppo per il lavoro che svolgono» (Gremigni, 2012). E se il il declino dello status del professore di scuola va messo in relazione al «più generale appannamento della credibilità della scuola in quanto tale», è vero anche che egli è «considerato da sempre, quasi per definizione, inadeguato al suo compito» (Santoni Rugiu, 2011).

Su un simile terreno si costruisce, oggi, il successo dei prodotti che in Italia usano il registro comico per parlare della scuola e dei docenti. Gag apparentemente innocenti come l’imitazione seriale della professoressa alle prese con la DAD, o come il colloquio fra la mamma oberata e la maestra in vacanza, e che tuttavia, hanno la capacità di innescare cascate di odio sui social e di replicarsi ulteriormente attraverso i giornali.  Rappresentazioni, dunque, che «possono sembrare innocue, ma una volta in circolazione [...] alimentano rapidamente sentimenti negativi verso quella persona o quel gruppo e in quanto capitale simbolico, sono facilmente riattivabili nel discorso pubblico o dei media» (Faloppa, 2020). La viralità di questi prodotti è la spia del loro ambiguo statuto satirico, che rientra in una consolidata strategia del ridere di scuola: un’industria di prodotti elementari, che non sono né umorismo né satira perché privi di prospettiva critica, ma che affollano la conversazione pubblica, contribuendo a radicare un’immagine del tutto fallimentare dell’universo scolastico nell’immaginario collettivo degli italiani (Sandrucci, 2012).

 

Bibliografia minima

 

- Catarsi Enzo, 1981, Il suicidio della maestra Italia Donati, in “Studi di Storia dell'Educazione”, 3, pp. 28-55.

- Di Carlo Miriam, 2020, Didattica a distanza, in Italiano digitale.

- Faloppa Federico, 2020, Odio, Bollati Boringhieri, Torino.

- Gremigni Elena, 2012, Insegnanti ieri e oggi. I docenti italiani tra precariato, alienazione e perdita di prestigio, Franco Angeli, Milano.

- Intravaia Salvo, 2012, L’Italia che va a scuola, Laterza, Bari.

- McGowan Mary Kate, Maitra Ishani, (a cura di), 2012, Speech and Harm: Controversies over Free Speech, Oxford University Press, Oxford.

- Petrilli Raffaella, 2020, La strategia pubblica dell’odio, in Lingua Italiana Treccani.

- Sandrucci Roberto, 2012, La scuola sotto il genere della commedia, ETS, Pisa.

- Santoni Rugiu Antonio, Santamaita Saverio, 2011, Il professore nella scuola italiana dall’Ottocento a oggi, Laterza, Bari.

 

Immagine: Children from a variety of ethnic backgrounds participate in an English class in Kwa Zulu Natal

 

Crediti immagine: Marius140%, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, attraverso Wikimedia Commons


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