23 aprile 2021

Il vero virus e l’unico vaccino: metafore vecchie e nuove in tempo di covid

 

Abbiamo già scritto – e letto – spesso dell’ondata multiforme di neologismi, occasionalismi e risemantizzazioni diffusi nella lingua italiana in conseguenza della pandemia da Covid-19 che dal mese di febbraio 2020 condiziona le nostre vite. Per quanto alcuni dizionari abbiano già accolto termini e significati legati alla pandemia nell’edizione del 2021, non ci è dato di sapere quali e quante di queste parole sopravvivranno al coronavirus per conservarne stabilmente le tracce nel lessico dell’italiano (v. Daniela Pietrini, La lingua infetta. L’italiano della pandemia, 2021, p. 14). Eppure la prospettiva meramente lessicale della creazione di neologismi non costituisce l’unico risvolto linguistico della pandemia. Un aspetto al quale finora è stata dedicata poca attenzione riguarda la pervasività del discorso epidemico e del concetto di virus anche al di fuori dell’ambito propriamente legato a Covid-19. Titoli come “Il virus del razzismo fa più vittime del Covid-19”, “Il vero virus è l’inquinamento” (entrambi su la Repubblica, rispettivamente il 6 e il 10 giugno 2020), o anche “Il vero virus è la burocrazia” (4 agosto 2020, Il Giorno) testimoniano di come attualmente la stampa italiana ricorra con facilità crescente alla metafora del virus in contesti indipendenti dalla pandemia. È quindi all’uso – e all’abuso – metaforico del (corona)virus nel discorso giornalistico attuale che sono dedicate le riflessioni che seguono.

 

I valori metaforici di virus

 

Che il termine virus si presti a svariati usi metaforici non è certo un fatto nuovo: come ricorda il presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini in un intervento di marzo 2020 sul portale dell’Accademia, già i dizionari dell’Ottocento ne registravano il significato in quanto “forza nociva e malefica di qualunque tipo”. Il Grande Dizionario della Lingua Italiana (GDLI) riporta diversi valori figurati di virus, inteso sia nel senso di “fenomeno sociale, politico ecc. gravemente dannoso” (come in “virus del potere monopolistico”), che come “intensità incontrollabile e, anche, deleteria di un sentimento, di una passione”, come nel caso del sintagma “virus dell’odio” (v. anche Faloppa 2020), già attestato nella Storia dell’Europa nel secolo decimonono di Benedetto Croce (1932).

Quanto al linguaggio comune, prima dell’esplodere della pandemia il significato metaforico abitualmente associato al concetto di virus concerne piuttosto il dominio dell’informatica, in cui virus informatico denota un insieme di istruzioni, spesso mascherato all’interno di programmi apparentemente innocui, in grado di compiere alcune operazioni all’insaputa dell’utente di un computer e di danneggiarne il sistema di elaborazione. È proprio a quest’ultimo, e più recente, valore semantico di virus che si ricollega l’aggettivo virale inteso non in quanto termine della medicina (“epatite virale”), ma per designare un’unità di informazione che si diffonde a velocità incontrollabile soprattutto attraverso i nuovi media (ne discute nel 2015 Vera Gheno sul portale dell’Accademia della Crusca).

 

Metafore e carta stampata

 

Il “discorso brillante” (formula coniata da Maurizio Dardano nel 1986, pp. 232 ss.) del giornalismo contemporaneo fa volentieri uso di metafore, in particolar modo di quelle evocanti conflittualità (si pensi alle tanto criticate metafore belliche ricorrenti nel discorso attuale su covid-19) e di ambito sportivo o medico. Non stupisce quindi che la stampa ricorra spesso alla metafora del virus per indicare fenomeni sociali e politici giudicati negativi o pericolosi (tra le prime attestazioni su la Repubblica, il 24 agosto 1984, “Per lungo tempo siamo stati indotti a pensare che la seconda guerra mondiale avesse distrutto definitivamente il virus del nazionalismo”, e poi i virus del dogmatismo, del razzismo, del comunismo, del neofascismo, del capitalismo e dell’avidità, del liberismo selvaggio, del terrorismo ecc.), oppure per stigmatizzare sentimenti e passioni esageratamente intensi (numerosi gli esempi sulla stampa quotidiana dagli anni Ottanta a oggi: virus del gioco, del Mondiale, del reality show, del rock, del tifo, del posto sicuro, del romanticismo ecc., v. “Poiché il virus del calcio mi sostiene da oltre mezzo secolo, sarò al suo fianco in qualsiasi giusta battaglia”, 7 febbraio 1988, la Repubblica). Nonostante non si tratti quindi di un fenomeno in sé stesso nuovo, il ricorso alla metafora del virus nel discorso pubblico e giornalistico durante la pandemia da Covid-19 lascia intravedere alcune peculiarità.

Nella maggior parte dei casi, la metafora del virus nel linguaggio giornalistico pre-covid funge da artificio retorico per arricchire la scrittura attraverso un’immagine originale e vivacizzare la lettura con un’analogia espressiva il meno “istituzionalizzata” possibile. Come osserva Ilaria Bonomi nel 2016 a proposito della lingua dei quotidiani in generale, “Naturalmente il potere evocativo e immaginifico della metafora è in rapporto inverso alla sua frequenza e al suo radicamento nella lingua comune” (Bonomi, 2016, p. 200). A parte qualche immagine più abusata (come appunto “virus dell’odio” o “virus del razzismo”), prima della pandemia ricorrere alla metafora del virus in relazione a un fenomeno sociale o politico di vario tipo è quindi soprattutto un modo per riflettere criticamente sul fatto in questione in maniera inconsueta e spesso ironica o comunque “brillante”: “Certo che in città si aggira il virus del cantiere interruptus […] e non è sempre colpa dei politici di colore avverso” (18 dicembre 2018, la Repubblica); “[…] dove il virus del weekend riusciva a contagiare il lunedì e il martedì” (2 giugno 2018, la Nazione).

 

Covid-19… e il vero virus

 

Non si dimentichi però la tendenza alla stereotipia della lingua dei giornali, che si spinge spesso a riprodurre in maniera quasi meccanica “traslati in origine brillanti ma a poco a poco resi stucchevoli dal troppo uso, […] ispirati dall’evento recente che ha emozionato di più” (Riccardo Gualdo, 2017, L’italiano dei giornali, pp. 82-83; 84). A differenza di quanto accadeva nella stampa pre-covid con i singoli ricorsi alla metafora del virus capaci di vivacizzare il testo con un’associazione inaspettata del pensiero, nel mondo dominato dalla pandemia da Covid-19 la metafora del virus va ricollegata piuttosto alla situazionalità nel senso dell’“incidenza del contesto situazionale sull’espressione linguistica” (Bonomi 2016, p. 171). Proprio come la parola tsunami è diventata una sorta di sinonimo di catastrofe dopo il terremoto sottomarino che ha colpito il sud-est asiatico nel dicembre 2004, durante la pandemia da coronavirus la parola virus assurge a metafora passe-partout per indicare qualunque tipo di malessere, problema, evento negativo che affligge la società contemporanea, in un tamtam ripetitivo e scontato che spesso sfrutta esplicitamente il riferimento a Covid-19 in parallelismi forzati e vuoti: “La chiusura in anticipo della stagione per pandemia le ha lasciato dentro il virus del sospetto” (16 febbraio 2021, la Repubblica), “Speriamo che dopo questo post-apocalisse del coronavirus possa scivolare via dalle nostre future coscienze anche il virus del materialismo” (3 maggio 2020, la Repubblica); “Nei giorni in cui ci troviamo ad affrontare un virus a noi sconosciuto, un altro purtroppo a noi noto si ripresenta: è il virus del fascismo” (22 aprile 2020, la Repubblica).

In un contesto caratterizzato – purtroppo – da Sars-Cov-2 a tutti i livelli della realtà e dei media che la rappresentano, il discorso giornalistico si spinge a contrapporre al virus per certi versi “comune” e quasi “scontato”, il coronavirus responsabile della pandemia da Covid-19 alla cui onnipresenza siamo ormai tristemente abituati, un altro virus, anzi il vero virus, cioè il male su cui di volta in volta si vuole portare metaforicamente l’attenzione: “Razzismo e spazzatura, il vero virus siamo noi” (18 luglio 2020, la Repubblica); “Il vero virus sono le privatizzazioni, gli appalti e lo smantellamento dello stato sociale” (22 novembre 2020, Il Giorno); “Per ora, la trasmissione è sempre sul pezzo ed evita quel peccato di autoreferenzialità che è il vero virus della televisione” (23 ottobre 2020, Corriere della Sera), “La crisi economica, ecco il vero virus, il più pericoloso agli occhi del governo” (13 ottobre 2020, Il Resto del Carlino); “Il vero virus temuto dal governo, accusa l’opposizione, sono le elezioni anticipate” (29 luglio 2020, Corriere della sera). In tempi di covid l’insistenza sulla stessa metafora, ormai tutt’altro che creativa o sorprendente, permea non solo il discorso giornalistico, ma quello pubblico in generale, con esiti talvolta paradossali, come nel caso dell’intervento del ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani che avrebbe affermato in una conferenza stampa: “Il vero virus di cui abbiamo bisogno è quello della sobrietà” (Notiziario Ansa del 24 marzo 2021).

 

Il covid del mare

 

Un fenomeno niente affatto nuovo nel discorso giornalistico è l’assurgere di singole espressioni, in particolare date e toponimi, a designazioni evenemenziali (cosiddetti “emeronimi” nella tradizione dell’analisi del discorso alla francese), cioè denominazioni in grado di sintetizzare un intero evento in maniera metonimica (ne dibatte ampiamente Laura Calabrese nel suo volume del 2013 L’événement en discours). Casi emblematici sono (l’)11 settembre per indicare gli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA (a questo proposito, si legga Volpi 2017), o anche Chernobyl per il disastro nucleare del 1986, crononimi (nomi di data) e toponimi (nomi di luogo) diventati poi, nella prassi della costruzione e della denominazione degli eventi del discorso giornalistico, basata – lo ricordiamo – sulla ripetizione e sull’attivazione della memoria interdiscorsiva dei lettori, i “nomi di avvenimento” rispettivamente di altri attentati terroristici indipendentemente dalla loro data effettiva (“Parigi, è l’11 settembre dell’Europa”, titola Famiglia Cristiana il 13 novembre 2015 in riferimento agli attentati che hanno appena scosso la capitale francese), o i nomi di ulteriori catastrofi, nucleari e non, indipendentemente dal luogo in cui si verificano (“Coronavirus, Washington Post: L’epidemia sarà la Chernobyl di Donald Trump”, 9 marzo 2020, Il Fatto quotidiano).

La pandemia da Covid-19, in quanto evento estremamente drammatico e condizionante per il mondo intero e carico di pesanti conseguenze anche per il futuro, sembra avere tutto il potenziale per dare luogo a una designazione evenemenziale di questo tipo, anche se allo stato attuale, con la crisi sanitaria ancora in corso, non possiamo che avanzare delle caute previsioni, da verificare e confermare quando la pandemia sarà finalmente alle nostre spalle. Le prime tracce di questo percorso si possono cogliere nel sintagma il vero coronavirus (di X) per designare, a metà strada tra metafora e antonomasia, un male (o un insieme di mali) dall’enorme potere distruttivo: “Argentina, il vero Coronavirus ora è la fame” (17 novembre 2020, thewam.net); “il vero Coronavirus dell’Africa sono l’ingiustizia, la diseguaglianza, la povertà e il furto delle ricchezze” (21 aprile 2020, Missioitalia); “e questo sta anche provocando danni enormi al territorio soprattutto a causa della proliferazione dei cinghiali, che sono il vero coronavirus dell’agricoltura collinare, perché distruggono tutto” (3 giugno 2020, Il Resto del Carlino). In un notiziario Ansa del 30 marzo 2021 si legge anche l’espressione il covid del mare a proposito del blocco del canale di Suez e delle sue ingenti conseguenze, mentre il quotidiano Il Giorno, citando Eugenio Finardi in un’intervista del 15 novembre 2020, parla di covid del pianeta (“Oggi essere rivoluzionari vuol dire essere conservatori nel senso di saper conservare il pianeta e salvare l’umanità. Per evitare di essere noi il Covid del pianeta”).

 

Il valore metaforico del vaccino

 

Se, come abbiamo già sottolineato all’inizio di queste riflessioni, gli usi metaforici di virus risalgono già all’Ottocento, relativamente nuovo ci sembra invece il valore traslato attribuito al termine vaccino nel linguaggio dei giornali in tempo di pandemia. Né il GDLI né i principali dizionari dell’italiano dell’uso (Sabatini-Coletti 2011, Nuovo De Mauro, Zingarelli 2021, Nuovo Devoto-Oli 2019, Treccani online, Hoepli 2011) fanno alcun riferimento a un uso figurato di vaccino, limitandosi a illustrarne il significato di ambito medico di materiale infettivo, privato di agente patogeno, capace di indurre immunità specifica. Eppure proprio la stampa più recente, complice l’attualità del discorso sui vaccini anti-covid e in nome di quella situazionalità del linguaggio giornalistico su cui ci siamo soffermati nei paragrafi precedenti, usa abbondantemente il termine vaccino con il valore metaforico di “antidoto, toccasana, rimedio in generale”. Tantissimi sono i titoli che sfruttano il potenziale evocativo della metafora: “Filosofia, il vaccino del nostro tempo” (30 marzo 2020, Corriere della sera); “Un mondo green è l’unico vaccino per proteggerci da grandi crisi” (27 aprile 2020, la Repubblica); “Coronavirus: il vero vaccino è l’immaginazione” (27 maggio 2020, la Repubblica); “Il vaccino della fiducia” (30 agosto 2020, la Repubblica); “Il vaccino della scrittura” (17 ottobre 2020, la Repubblica); “Scienza e umanità, il vaccino del futuro” (31 dicembre 2020, Il Resto del Carlino);“Un vaccino per la cultura” (6 gennaio 2021, la Repubblica) ecc.

A ricorrere alla metafora del vaccino non sono soltanto i giornalisti, ma anche numerosi politici e personaggi pubblici degli ambiti più disparati. Il 27 gennaio 2021 in occasione della Giornata della memoria l’allora presidente del Consiglio dei ministri italiano Giuseppe Conte ha indicato la conoscenza dei fatti storici come “l’unico vaccino che abbiamo contro tali fenomeni [le teorie complottiste]” (v. “Oggi è il giorno della memoria”, 27 gennaio 2021, la Repubblica), mentre la senatrice Sandra Lonardo ha auspicato il “vaccino del buonsenso” durante la discussione generale seguita alle comunicazioni di Giuseppe Conte al Senato nella seduta del 9 dicembre 2020, e il 17 febbraio 2021 è la volta della senatrice Maria Alessandra Gallone che, durante il dibattito sulla fiducia al governo Draghi, ha ringraziato il neopresidente del Consiglio per aver “iniettato negli italiani il vaccino del futuro”. Dal giornalismo alla politica al mondo della cultura e dello spettacolo, la metafora del vaccino toccasana immunizzante da tutti i mali sembra ormai dilagare, come dimostrano anche le parole pronunciate da Sergio Castellitto al Policlinico San Martino di Genova durante una commemorazione delle vittime della pandemia: “Il vaccino rappresentato dagli artisti ci è mancato tanto. E in questo periodo è stato sottovalutato il vaccino del pensiero” (notiziario Ansa del 27 febbraio 2021).   

 

Testi citati

Bonomi, Ilaria (2016), “La lingua dei quotidiani”, in Ilaria Bonomi / Silvia Morgana (a cura di), La lingua italiana e i mass media, Roma, Carocci, pp. 167-219.

Calabrese, Laura (2013), L’événement en discours. Presse et mémoire sociale, Louvain-la-Neuve, L’Harmattan.

Dardano, Maurizio (1986), Il linguaggio dei giornali italiani, Roma-Bari, Laterza.

Faloppa, Federico (2020), “Virus dell’odio: metafora o realtà?”, Lingua italiana Magazine, Treccani online.

GDLI 1961-2002: Battaglia, Salvatore (a cura di), GDLI. Grande Dizionario della Lingua Italiana, Torino, UTET.

Gheno, Vera (2015), “virale*”, Parole nuove, Accademia della Crusca online.

Gualdo, Riccardo (2017), L’italiano dei giornali, Roma, Carocci.

Marazzini, Claudio (2020), “In margine a un’epidemia: risvolti linguistici di un virus”, Accademia della Crusca online.

Pietrini, Daniela (2021), La lingua infetta. L’italiano della pandemia, Roma, Treccani.

Volpi, Mirko (2017), L’undici settembre, nello Speciale intitolato Caporetto, Waterloo e gli altri: carne da cannone per il lessico quotidiano.

 

Immagine: Virtual model of coronavirus

 

Crediti immagine: Rayyar, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, attraverso Wikimedia Commons


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