02 ottobre 2014

Le donne, gli uomini e il verbo violentare

Riceviamo da un'attenta lettrice una domanda e una riflessione sulla definizione del verbo violentare data nel Vocabolario Treccani. Visto il merito e l'interesse dell'argomento, la risposta è affidata a Valeria Della Valle, coordinatrice scientifica del Vocabolario Treccani (2008). Riportiamo, per esteso, il testo inviatoci dalla lettrice, Lea Vittoria Uva, seguito dall'intervento di Valeria Della Valle.
 
Per caso ieri stavo leggendo la definizione che l'Enciclopedia Treccani offre del termine " violentare". Mentre all'inizio della definizione parla di "una persona", mi ha colpito in particolare come nell'ultima frase specifichi che il termine può implicare il significato di violenza "sessuale", che è assolutamente corretto ovviamente, ma lo fa specificando " v. una donna, un minore, una minorenne".
 
Mi chiedo se non sia possibile rivedere il modo in cui la spiegazione di "violenza sessuale" è stata formulata. Al momento, illustra come questo termine abbia questo significato semplicemente associando la parola "violentare" a delle vittime. Allo stesso tempo, in questo modo, esclude e discrimina le vittime di sesso maschile, e in modo più subliminale, forse, anche le persone anziane. Come se "v. un uomo" non potesse avere il significato di violenza sessuale.
 
A livello sociale, c'è un grande stigma associato alla violenza sessuale verso uomini e verso persone anziane. Questo porta nella maggior parte dei casi a vergognarsi, a non denunciare, a non ricevere le cure e il supporto adeguato. Anche se sicuramente questa non era la Vostra intenzione, escludere (anche involontariamente) queste categorie dalla definizione di "violenza sessuale" non può fare altro che rinforzare gli stereotipi e lo stigma.
 
Se, come spero, siamo d'accordo che la violenza sessuale non è un problema che riguarda solo donne e minori nella qualità di vittime, mi chiedo se non sia possibile riformulare quell'ultima frase, semplicemente spiegando che "violentare" può anche (e al giorno d'oggi più spesso, credo) avere un significato sessuale, ma senza partire dalle vittime, o per lo meno senza escluderne alcune.
 
Lea Vittoria Uva
 
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Lea Vittoria Uva pone un quesito delicato e interessante a proposito del trattamento lessicografico del verbo violentare. Vediamo come stanno le cose. Nel Vocabolario Treccani il verbo è definito in questo modo:
«Sottoporre a violenza, indurre una persona, con una coercizione di natura fisica o morale, o con la suggestione, ad atti e comportamenti contrari o comunque non consoni alla sua volontà, alle sue convinzioni».
 
La definizione è seguita da esempi di fraseologia, cioè di frasi e locuzioni che documentano l’uso del verbo:
 
«voglio agire come mi detta la mia coscienza, non voglio essere violentat o. In partic., v. una donna, un minore, una minorenne».
 
Da un punto di vista lessicografico, il trattamento del verbo rappresenta un notevole passo avanti rispetto alle definizioni vaghe e reticenti presenti in molti vocabolari del passato, che si limitavano a spiegare il verbo in modo elusivo con un generico «costringere uno con la violenza».
 
Nel Vocabolario Treccani, invece, si fa riferimento a una «coercizione di natura fisica o morale» nei confronti di «una persona». In questo modo si allude senza mezzi termini a una violenza esercitata contro individui di qualsiasi sesso. Il termine “persona” ha rappresentato, nelle definizioni dei vocabolari, una scelta innovativa e coraggiosa, che ha svincolato le definizioni e le esemplificazioni dal peso del conformismo linguistico che riferiva solo alla donna, in un’ottica maschile, tutto ciò che la vedeva soggetto passivo di usi e tradizioni ormai superate (del resto, proprio la voce donna è stata definita a lungo come «la femmina dell’uomo»).
Ma Lea Vittoria Uva osserva che anche questo tipo di fraseologia è discriminante. Perché alludere a una donna e non a un uomo, come possibile oggetto di violenza, e perché non citare, tra gli esempi di persone sottoposte a violenza, le persone anziane?
Di fronte a problemi di questo genere, i lessicografi cercano di mantenere un giusto equilibrio tra la necessità di documentare gli usi linguistici e le sollecitazioni che vengono dalla cronaca, anche le più negative. I casi di violenza sessuale riguardano, con maggiore frequenza, le donne, ma colpiscono anche gli uomini, le persone anziane, malate, emarginate, imprigionate, psichicamente instabili, indipendentemente dal genere di appartenenza. Se accettassimo la proposta di Lea Vittoria Uva, estenderemmo il significato del verbo a nuovi soggetti, ma continueremmo a escludere categorie di persone virtualmente sottoposte a violenza, ogni giorno, nelle varie parti del mondo. Chi scrive le voci dei dizionari cerca di documentare gli usi linguistici in base alla frequenza delle attestazioni (nella stampa, nei siti, nel web), e ne registra le espressioni e le locuzioni più comuni. Può essere utile, a riprova, consultare, sempre nel Vocabolario Treccani, la voce stupro:
 
«Atto di congiungimento carnale imposto con la violenza (corrisponde al termine giur. violenza carnale): commettere uno s.; essere accusato di s.; denunciare il colpevole dello s.; essere vittima di uno s.; processo per s.»
 
Anche in questo caso il lessicografo (o la lessicografa) ha registrato il significato del termine senza mai alludere a un tipo di violenza esercitata solo su donna, come del resto aveva fatto quando, esemplificando gli usi del verbo violentare, aveva citato anche «un minorenne».
 
Mi sembra che le due voci, violentare e stupro, rappresentino lo sforzo fatto dai redattori di un vocabolario contemporaneo per conciliare la rappresentazione della lingua d’uso con il rispetto delle minoranze e delle categorie svantaggiate. Ma sono anche convinta che non sarà l’eliminazione dei generi grammaticali, o l’imposizione di forme pronominali non marcate sessualmente, o l’aggiunta del riferimento a nuove categorie di vittime, a modificare le rappresentazioni simboliche interiorizzate e i comportamenti sociali.

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