29 ottore 2020

Il ruggito del re Lyon nella cameretta

Una fenomenologia youtuberiana generazionale

 

YouTube ovvero la nuova frontiera dell'intrattenimento per bambini e ragazzi, purtroppo non sempre controllato e non sempre, come ci si potrebbe e dovrebbe aspettare per un target di pubblico così delicato, limitato e finalizzato a un edutainment di qualità. La facilità con cui si possono captare e soddisfare gl'interessi dei ragazzini riesce a trasformare giovanissimi gamer in veri e propri imprenditori del web. A loro modo scaltrissimi e geniali: introiti rapidi ed esorbitanti a fronte di un impegno di studio e lavoro praticamente inesistente e di un investimento economico iniziale davvero irrisorio. Il setting domestico infatti richiede spese minime: la 'cameretta', anche se a volte è quella di un ultra trentenne, cristallizzata nell'immagianrio infantil adolescenziale come lo spazio privato e ludico per eccellenza, è l'ambientazione perfetta. Un'ottima connessione alla rete, uno o più pc e schermi di buona qualità, qualche luce particolare, webcam, pacchetto di videogiochi, cuffie e poco altro armamentario tecnico e il gioco è fatto.

 

La semiotica dello spacchettamento

 

La frequentazione di YouTube inizia da piccolissimi, quasi senza che i genitori se ne accorgano – "tesoro ascolta questa canzoncina mentre mamma parla con la nonna", "amore guarda che carini questi dinosauri mentre papà fa la spesa" – e piano piano diventa pervasiva, inestirpabile, incontingentabile, se non a prezzo di furibonde liti domestiche e compromessi educativi e avvilenti ricatti. Il potere intrusivo del racconto audiovisivo già sperimentato con la TV in Rete diventa illimitato.

I più piccoli, grazie alla facilità d'uso del touchscreen e alle tecniche suggeritive di YouTube, che propone in coda ulteriori contenuti in base agli interessi prevalenti dell'utente, sembrano scoprire da soli una sorta di paese delle meraviglie. Si comincia con video, da tutto il mondo, che ipnotizzano i baby internauti con i cosiddetti spacchettamenti. Mani senza volto aprono serie infinite di pacchetti di figurine, gadget, ovetti, di cioccolato o di plastica. Nessuna musica, campo statico: solo dita che schiudono questi giochini come fossero ineffabili tesori con il solo sottofondo del rumore croccante della carta che si accartoccia e degli involucri che si sfaldano. Bambini letteramente rapiti da un rito lento, semplicissimo, senza scene e senza sceneggiatura, dalle parole scandite soprattutto in inglese, quasi fosse una lingua magica, esoterica.

 

Gli youtuber

 

Dagli spacchettamenti si passa a evoluzioni via via più articolate: gli youtuber – sarebbe interessante capire perché questa nuova, assai redditizia professione web sia praticata soprattutto da giovani maschi – scelgono un loro orientamento prevalente. Alcuni ripropongono, commentandoli con parole e risate sguaiate, video divertenti che circolano già in rete; c'è chi si atteggia ad Alberto Angela dei piccoli, postando video, soprattutto su scienza e animali, puntellati di spiegazioni e osservazioni allegrotte. Poi c'è chi inventa storie e ne propone una sorta di sceneggiatura e drammatizzazione e infine, ed è la categoria più numerosa, spopolano coloro che si autoriprendono mentre sono alle prese con infinite sessioni di gioco con i videogame più quotati del momento, Minecraft, The Legend of Zelda, Among us, Fortnite, Super Mario e le sue molteplici versioni, per citare solo alcuni titoli.

 

Rubicondo e furbastro yougamer

 

Lyon è senz'altro uno degli yougamer più amati e seguiti, con oltre 80 milioni di visualizzazioni e un successo sbarcato da Internet anche nell'editoria con ben tre volumi pubblicati, di cui l'ultimo, Lyon. Le storie del mistero, edito da Magazzini Salani, rimasto in cima alle classifiche di vendita per settimane. Il suo canale When Gamers Fail conta sull'incredibile cifra di 3 milioni di iscritti.

"Nemico dei genitori", "irritante e garrulo", "voce chioccia, sopratono, esagitata": sono alcune delle espressioni con cui, in un'intervista del 2018 sul «Corriere del Mezzogiorno», Mirella Armiero descrive questo gamer dall'aspetto rubicondo e furbastro.

 

Un italiano basico e traballante

 

Padri e madri che abbiano avuto la sorte di imbattersi anche poche volte in qualcuno dei video di Lyon – sorte praticamente ineludibile per chi abbia figli alle scuole elementari e medie, essendo l'indice di contagiosità di questo virus mediatico incalcolabilmente superiore a quello di ogni virus biologico – non possono non condividere le stesse impressioni. Le sue videoepifanie restituiscono un personaggio dai tratti non amabili, in fondo estendibili a tanti suoi colleghi: una notevole dose di aggressività, specialmente verso la fidanzata Anna e gli altri compagni di video, forse legata alla necessità di dare l'idea del leader che tutto comanda e gestisce; una malcelata aura di superiorità, se non una vera e propria presunzione, frutto della consapevolezza di avere uno straordinario potere persuasivo, riassumibile nell'etichetta in voga tra i ragazzi di pro, ovvero il più bravo nel suo campo, cioè la dimestichezza con i videogiochi, e non un noob/nabbo (sfigato) qualunque. E ancora: l'aspetto imbolsito dovuto, per sua stessa esplicita e ripetuta ammissione, all'immobilismo e all'assenza di ogni pratica sportiva; il parlato velocissimo, senza spazi vuoti, costantemente urlato, come se fosse in preda a una sovraeccitazione adrenalica; il turpiloquio smussato da forme eufemistiche e a volte camuffato da appositi bip; un italiano basico e traballante, che segue l'evoluzione del gioco e del comportamento dei compagni senza particolari pianificazioni, tutto condito da un riso smodato, che dà l'impressione di un divertimento condiviso, reale, irresistibile, benché, in ultima analisi, profondamente demenziale. Questa dimensione sonora stordente di tutto pieno copre in realtà un sostanziale vuoto di pensiero e di contenuti, dal momento che i bambini e i ragazzi sono spettatori per lo più passivi. Il genitore consapevole, ma ormai disarmato di fronte a quella che finisce per essere una vera e propria dipendenza, da lui stesso innescata il giorno in cui ha messo in mano al figlio il device del momento, si trova su una soglia di preoccupazione addiritutta superiore rispetto a quella che si potrebbe nutrire per le ore irretite dai videogame. Di fronte a Lyon e soci, infatti, i ragazzi non hanno il ruolo attivo di giocatori, ma di spettatori di un giocatore. Non devono esercitare alcuna abilità, ma saziarsi, senza alcun cimento, delle ore giocate da altri.

 

La realtà è nel buco nero

 

Le ricadute dell'esposizone fiume a questo tipo di intrattenimento sono innumerevoli: l'acquisizione di movenze e tic comportamentali e verbali dello youtuber (molti insegnanti denunciano come bambini e ragazzi parlino sempre più con un tono di voce alto e concitato), l'appiattimento su un passatempo non costruttivo, che non alimenta o stimola particolari competenze se non quella di guardare e riguardare compulsivamente altri video della stessa natura (non a caso molti gameplayer fanno ricorso alla serialità), un tempo fagocitato dall'immobilismo fisico e dalla fissità dello sguardo, con difficoltà a concentrarsi su altri interessi e obbiettivi, persino la sordità a richiami delle persone intorno perché tutta la realtà è in quel buco nero che conduce fuori dalla dimensione del reale oggettivo e relazionale.

Ma se questi sono gli effetti, come dire, a breve e medio termine, altri, se possibile ancor più nefasti, si celano nel lungo termine. Per esempio l'idea, neanche tanto nascosta, del successo facile, ottenuto senza sacrifici e senza fatica, mettendo a reddito senza sforzo il proprio divertimento, la bulimia solo per ciò che è a portata di clic, la percezione del non valore del tempo, sprecabile in ore di questo stordimento che non chiede nessuno sforzo fisico, mentale ed emotivo, l'inconsapevolezza con la quale ci si abitua ad essere soggetti manovrabili e addirittura merce (ogni visualizzazione significa guadagni moltiplicati per il Lyon di turno) sotto l'inganno di essere invece amici di merenda.

 

I piatti della bilancia

 

Inutile dire che non sono mai fruttuosi gli atteggiamenti censori e anacronistici e meno che meno  le generalizzazioni: la componente digitale è parte integrante dell'esistenza dei nostri figli e della loro forma mentis, ne ha plasmato una visione smart del mondo e delle sue connessioni. YouTube e tanti youtuber producono persino effetti positivi: alcuni, per esempio, mescolano contenuti didattici a quelli ludici, creano narrazioni, altri, magari attraverso la forma del tutorial, innescano interessi per alcuni temi e li socializzano in vere e proprie community virtuali (ma lo sguardo dell'altro è ancora il cardine della comunicazione più profonda?), fanno luce su aspetti complessi, come il bullismo; altri, dall'alto di una certa cultura, inseriscono citazioni musicali, letterarie, storiche, che in qualche modo si sedimentano e incuriosiscono i bambini che poi le riconnettono ad altre esperienze e conoscenze.

Ma certo, davvero tante, sul versante negativo, le implicazioni di questo apparente innocuo effimero mediatico: fiumi di colpe genitoriali che riconoscono nel baby sitter mediatico sempre pronto all'uso un infido, subdolo, inarginabile divoratore di tempo e intelligenza infantile, le nuove dipendenze di cui si sta addirittura occupando la scienza medica, la genesi dei linguaggi aggressi che proliferano in rete, fino alla costruzione stessa del senso della vita, del suo immaginario, di cosa meriti impegno, importanza, cura e attenzione.

 

 

Immagine: Logo della app

 

Crediti immagine: YouTube Gaming, Public domain, attraverso Wikimedia Commons


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