18 marzo 2009

Ho letto da qualche parte che "eppoi" è una forma arcaica ma corretta da scrivere. È vero o è necessariamente corretto scrivere "e poi"?

Marco Ricciardi

Il terreno della univerbazione (cioè della scrizione unita di uno o più elementi) è tra i più difficili da ricondurre a una norma univoca, nell'italiano scritto. Ci sono oscillazioni che attraversano tutta la storia della lingua italiana e perdurano casi in cui è ammesso, alternativamente, usare soltanto la forma univerbata (pertanto e non più per tanto; soprattutto e non più sopra tutto), sia la forma univerbata sia quella scissa (dimodoché e di modo che).

In generale e di massima, si può dire che «le congiunzioni e gli avverbi costituiti da più unità distinte tendono a formare una sola parola quando il valore delle singole componenti diventa opaco per la coscienza linguistica comune» (dal Glossario curato da Giuseppe Patota nella grammatica Italiano di Luca Serianni - si tratta di una "garzantina").

Se oggi la congiunzione eppure non può che essere scritta univerbata, in passato o in tempi relativamente recenti era ammessa la forma analitica originaria e pure. Nel Novecento si è trattato di una precisa scelta di stile sostenuto e letterario (ve n'è un esempio nello scrittore Corrado Alvaro). Invece, le forme univerbate epperché ed epperciò sono recuperabili soltanto in testi letterari non troppo recenti e non hanno corso nella lingua scritta standard.

Però si riscontra negli ultimi quarant'anni una tendenza esplicita, per imitazione dell'oralità, a tradurre per iscritto la naturale univerbazione che avviene nella pronuncia. Ciò accade per influsso dei fumetti e della lingua giornalistica desiderosa di riprodurre i tratti dell'oralità. Inoltre, certi filoni della narrativa più recente, attenta ai modi delle nuove generazioni, frequentemente adottano questo genere di soluzione, per cui i tipi epperò, eppoi, evvai, massì, mannò, ecc. sono ampiamente rappresentati. Ma ciò che è consentito allo scrittore perché risponde alle sue esigenze espressive, non sempre è consigliabile per chi voglia scrivere un tema scolastico, un elaborato per una prova di concorso, una circolare ministeriale o un comunicato stampa ufficiale. In questi e in tutti i casi in cui ci si dovrebbe attenere a un modello di lingua standard, è bene, in caso di dubbi, consultare le grammatiche e i dizionari.

Si noterà, infine, che, nella generalità dei casi, l'univerbazione  porta con sé il raddoppiamento della consonante che segue la particella in origine distinta (la e in eppoi). Dal punto di vista della realizzazione fonetica, siamo in perfetta sintonia con la pronuncia toscana tradizionale, quella che vige da secoli e che solo in tempi recenti è stata parzialmente messa in discussione dal prestigio delle pronunce tipiche dell'italiano parlato nel Nord. Infatti, in una serie di circostanze che hanno giustificazione in trasformazioni fonetiche intervenute nella latinità tarda e realizzatesi compiutamente in un certo modo nell'italiano delle origini, è normale che un italiano toscano o centromeridionale leggendo a casa pronunci accàsa, andò via = andovvìa, tre cani = treccàni, e poi = eppòi. Il fenomeno viene definito raddoppiamento fonosintattico.

Eppoi, così scritto, ha dunque una sua motivazione, che però, a parte le situazioni particolari più su delineate (l'uso di scrittori e giornalisti a fini espressivi), deve fare i conti con la sedimentazione nella norma, la quale, pure se in continuo movimento, viene fotografata in modo attendibile dalle migliori grammatiche e dai più completi dizionari.


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