23 dicembre 2016

Si può dire “gli euro”?

Si tratta di una questione ancora aperta, nella coscienza linguistica degli italiani, quella del plurale del nome della valuta unica nell’àmbito dell’Unione Europea. Va segnalato, a puro ma non secondario livello di constatazione, che i dizionari della lingua italiana si comportano in modo differente, ma, nella maggior parte dei casi, ammettono la correttezza del plurale invariato euro , considerando – quando la prendono in considerazione – la forma analogica regolarizzata euri come una variante di uso popolareggiante se non addirittura scorretta. Secondo noi, si deve essere consapevoli che il plurale euri non è formalmente scorretto. A molti non piace la flessione al plurale, diciamo così, non istituzionale forse anche perché questi molti hanno nella mente altre forme in -o invariabili che, negli usi popolari o trascurati vengono flesse al plurale in -i (si pensi, per esempio, a Roma e nel Lazio, a gli auti, scorciamento di “gli autobus”) e non sono considerate accettabili come standard o anche neostandard normativo.

Nel rispondere a un analogo quesito, alcuni anni fa, sottolineavamo quanto segue: «C’è da considerare che i sostenitori di euro invariabile basano le loro argomentazioni su un presupposto errato, e cioè che euro sia uno scorciamento di Europa . L’erroneità è dimostrata dal fatto che le abbreviazioni in italiano mantengono il significato della parola da cui derivano e di solito provengono da parole composte: foto = fotografia , bici = bicicletta ; ma euro non significa 'Europa' (infatti indica una moneta) ed Europa non è una parola composta. Euro deriva da Euro nel significato di 'europeo', che è un’ellissi di Euro-currency (cioè “eurovaluta”), nato probabilmente negli ambienti finanziari inglesi e presente nella lingua finanziaria inglese dal 1963 già per indicare l’ECU (European Currency Unit), la moneta che precedette l’euro. Quando, nella riunione dei Ministri delle Finanze tenutasi a Valenza, il ministro tedesco Theo Waigel propose euro , fece passare il termine come neutro e dunque accettabile per tutti i Paesi ( florin o corona non appartenevano alla tradizione di tutti i Paesi dell’Unione), mentre in realtà si trattava di un anglicismo tecnico. Nel caso di euro , l’invariabilità al plurale è favorita anche dalla frequenza d’uso di sintagmi come pagamento in euro , debito in euro , [valore] espresso in euro ; e dalla propensione a lasciare invariati i forestierismi ( gli ufo ; i mango ). Di quest’ultimo argomento si fanno forti i sostenitori del plurale invariato in -o . Ma non è argomento decisivo: in virtù di un uso massiccio, col tempo si può avere il passaggio a un plurale in -i ( il gazebo / i gazebo ; lo sciampo / gli sciampi ) dopo una prima fase di invariabilità ( il / i gazebo ; lo / gli sciampo )».

Raffaella Setti, nel sito dell’ Accademia della Crusca , conclude così la trattazione del problema: «Il presidente dell'Accademia della Crusca, prof. Francesco Sabatini, si è pronunciato in proposito nel numero 23 della rivista La Crusca per voi e la motivazione più forte che ha portato in difesa dell'invariabilità della parola euro è stata che questa è "una parola dotata di una sua particolare fisionomia, portatrice di una semantica che quasi la isola nel contesto morfosintattico... la prima parola di una lingua europea non nazionale". Certo, resta il nostro istinto di parlanti nativi che ci induce ad applicare le regole della morfologia naturale della nostra lingua e a flettere di conseguenza un nome maschile terminante in -o nella sua normale forma plurale in -i: personalmente sono convinta che l'uso parlato resterà vario e spero che nessuno si scandalizzerà di fronte a chi dirà euri».

 


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