21 gennaio 2010

Uso dell’elisione con la preposizione “di”. A parte alcune espressioni più o meno obbligatorie come “d’accordo”, “d’epoca”, “d’oro”, “d’argento”, “d’altronde”, mi sapete dire qual è l’uso comune (non poetico) dell’elisione nella preposizione “di”? Mi sembra che nello stile moderno, giornalistico o saggistico, l’elisione, ove facoltativa, sia meno usata. Dovrei giustificare questa scelta, ma non trovo regole sintattico-grammaticali ufficiali da mostrare al mio interlocutore.

L’elisione è un fenomeno che comporta la perdita della vocale terminale non accentata di una parola davanti alla vocale iniziale della parola successiva. Nell’italiano scritto contemporaneo il fenomeno, perfettamente regolare, sembra in netta regressione. Al plurale, l’elisione è meno usata se non rara; è di sapore antiquatamente letterario se la vocale iniziale della parola seguente è diversa dalla marca del plurale con cui termina l’articolo o l’aggettivo (l’edere è ricercato e raro; quell’anime è decisamente affettato).

In questo contesto si colloca il problema dell’elisione dopo la preposizione di, in presenza di parole comincianti per vocale. In generale, si può dire che è consigliabile un comportamento coerente, consistente nel realizzare l’elisione nello scritto così come la si realizza nel parlato: poiché dico dintroduzione o damore, scriverò d’introduzione e d’amore, preferendo questa grafia a quella analitica, in ogni caso non scorretta, di introduzione e di amore; allo stesso modo scriverò di opere e di artisti, in quanto la grafia rispecchia la pronuncia (la pronuncia dopere e dartisti è certamente meno comune e suona un po’ enfatica o affettata).
 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0