26 febbraio 2014

Vorrei approfondire la differenza dell'uso fra “interceduto” e “intercesso”, con la conseguenza su “intercedetti”/“intercessi”.

I verbi italiani che ricalcano equivalenti latini formati a partire dalla base verbale cēdere 'camminare, venire', come accedere, concedere, intercedere, succedere hanno, nei secoli, conosciuto tutti – quali più, quali meno – un'oscillazione nell'uso tra le forme “deboli” (il tipo intercedetti passato remoto e interceduto participio passato) e le forme sigmatiche (intercessi, intercesso).

Nel caso di intercedere, in linea di massima si può dire che in passato, nell'accezione oggi desueta di 'accadere di un fatto, tra due altri avvenimenti' (ausiliare avere), assai spesso era possibile trovare le forme sigmatiche (Giosue Carducci: «L'ideale dell'arte salvò dall'oscuramento le generazioni intercesse tra il mancare del medio evo e le rivoluzioni del secolo decimosesto»); oggi, nell'accezione di 'intervenire a favore di qualcuno per ottenergli una grazia, il perdono, l'accoglimento di una domanda e simili' (ausiliare avere), è abituale e comunque consigliabile l'uso delle forme deboli (Marcello Vannucci, I Borgia, 2013: «È malatissimo, così si scusa Pio III, e per lui hanno interceduto i cardinali spagnoli»).
Non mancano comunque sparse attestazioni letterarie, antiche e moderne, delle forme sigmatiche: «Eccomi or dunque per le poste correndo a quanto più si poteva; in grazia che io al pagar della prima posta aveva intercesso presso al pagante fattore a favore del primo postiglione per fargli dar grassa mancia», Vittorio Alfieri, Vita di Vittorio Alfieri scritta da esso (edizione del 1822); «Il signor cappellano del battaglione, signor colonnello. Ha intercesso presso il Vaticano, la Presidenza della Repubblica, il Ministero della Difesa», Oriana Fallaci Insciallah (1990).

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0