17 aprile 2015

Insomma, è corretto dire “c'ho”, “c'hai” o no?

Il problema sta proprio in quel “dire”. Se scrivo c’ho e c’hai dovrei pronunciare e kài. Quindi cominciamo col dire che quella grafia non è per nulla convincente. Eppure vi sono scrittori e giornalisti – per non parlare di tanti scriventi in rete – che la adoperano.

 

Non mancano, tuttavia, coloro che, per evitare la trappola appena descritta, preferiscono scrivere ci ho, ci hai. Meglio, ma di poco, perché nessuno, nella realtà, pronuncia staccati e distinti ci e ho, ci e hai.

 

Altri ancora cercano lodevolmente di far combaciare grafia e pronuncia, visto che la nostra lingua è tra le più fedeli all’allineamento segno/suono. Scrivono dunque ciò e ciai (magari accentando anche la a, per sottolineare la particolarità della forma: ciài). Stavolta, il problema è costituito dall’inesistenza del verbo ciavere

 

Insomma, nessuna soluzione grafica è soddisfacente. E non è soddisfacente anche perché non ci troviamo di fronte a un fenomeno che porti dietro di sé modelli statuiti con cui confrontarsi. Per dire: se decidiamo di scrivere obiettivo, sappiamo che ci teniamo vicini alla grafia latina di obiectivus; se preferiamo il meno usato, ma lecito, obbiettivo, sappiamo che ci discostiamo dal modello latino ma riflettiamo il normale sviluppo fonetico di B +IOD intervocalico latino, che dà in italiano doppia b + i. In presenza di ci + avere, viene meno ogni modello: si tratta di un uso del clitico (ci) in abbinamento alle forme del verbo avere che è proprio e caratteristico dell’italiano parlato, da secoli. Vi sono, infatti, testimonianze scritte antiche, dal Trecento in poi, pur se non abbondanti, e sempre inserite in testi che richiamano l’uso parlato.

 

Oggi la narrativa e le scritture brillanti (dal giornalismo ai blog tenuti da persone che sanno scrivere) hanno dato maggiore visibilità a fenomeni come ci + avere perché la censura tradizionale verso le forme del parlato meno sorvegliato e più informale si è in gran parte attenuata negli ultimi decenni: sia nell’italiano parlato stesso, sia nello scritto, quando questo intende riprodurre - più o meno mimeticamente, più o meno espressivamente - cadenze orali e fenomeni tipici del parlato.

 

 

In definitiva, nel parlato sciolto, privo di eccessive preoccupazioni formali a ragion veduta perché, per esempio, si sta chiacchierando tra amici, al bar, in famiglia, tra professori e studenti ma fuori dell’aula scolastica, magari durante una merenda in gita scolastica e, in ogni caso e più in generale, in situazioni che i contraenti dell’interazione comunicativa giudicano adeguate alla rilassatezza, usare ci + avere non dà problemi. Allo stesso modo, nella scrittura colta che vuole imitare tratti del parlato o nella scrittura informale e ludica tipica di tante interazioni in rete non costituisce “reato” l’uso di ci + avere. Nel caso dello scritto, però, rimane l’insoddisfazione di una grafia che, in un modo o nell’altro, non centra l’obiettivo. Anche se, forse, un giorno, la comunità degli scriventi premerà più decisamente per una delle soluzioni sopra descritte, decretandone il successo e quindi la “normalità”.


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