22 luglio 2019

Sono Clelia Raucea e sono una giovane donna siciliana. Sono cresciuta sotto i carrubi della provincia di Ragusa, poi ho conosciuto i colori di Palermo. Vivo qui ormai da sei anni, da quando ho deciso di voler diventare una psicologa e di iniziare a studiare nel capoluogo siculo. Scrivo quest’email con la semplice voglia di raccontare di una piccola stringa di lettere... Una semplice, dolce e inusuale dichiarazione d’amore. Mi è capitato di origliare, durante un momento di gioco e fuori da ogni schema, un bambino di sei anni felice con una delle mie colleghe più care. Lui ha i capelli corti e biondi, le ciglia molto lunghe e le risposte sempre pronte. Diceva “Io ti amoro!” e, alla pronta richiesta di correzione, rispondeva con sguardo interrogativo; d’altronde, ti “amoro” è più lungo e contiene in sé il luccichio di un metallo. Ah! Noi grandi e coi camici non capiamo davvero nulla! Non so se vi capiterà mai di leggere e commuovervi per questo scambio. Se mai succedesse, vorrei potreste farmi sapere quanto sia stato giusto o sbagliato quello che ho sentito. Confondo gli atti linguistici con quelli comunicativi, o magari sconosco che sono la stessa cosa.

Alla gentile lettrice pervengano i sensi della nostra solidarizzante empatia: davvero un quadro emozionale vivo e gioioso emerge dal racconto dell'interazione tra il bambino onomaturgo e l'adulta. Amorare ha la freschezza dell'esuberanza. Linguisticamente, il processo derivazionale dal sostantivo amore è originale, porta a una vicinanza ancora più stretta tra nome e verbo. Ci ricorda, all'estremo opposto, la vicinanza, anzi, l'assoluta coincidenza formale tra l'(io) odio verbale e l'odio nominale.

 

Quanto al dubbio finale della nostra lettrice, chi mai potrebbe giudicare un sentire, un sentimento, un'emozione sperimentati in piena soggettività? In ogni caso, il io ti amoro è senz'altro un atto linguistico; senz'altro comunica qualcosa; senz'altro è un atto linguistico, precisiamo, perché include l'atto comunicativo ma anche perché ne esorbita, includendo (lo ricaviamo dal racconto) l'espressività gioiosa di sguardi e posture, la dimensione relazionale del gioco.

 

 


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