16 giugno 2021

Gli alunni della scuola Di Donato di Roma chiedono spiegazioni sul significato dell'aggettivo "carnicino"

È molto bella la lettera scritta, firmata e inviata all’Istituto della Enciclopedia Italiana da tanti alunni della scuola romana “Di Donato”. Mescolando concretamente i tre colori primari, la parola carnicino, che proviene dalla parola carne, non si colora soltanto di rosa, come dicono i dizionari (perché i dizionari, compreso il Vocabolario on line della Treccani, scrivono proprio così: «carnicino aggettivo – Del colore roseo della carnagione») ma, come sostengono Mariasole e Davide, Martin e Bitisha, Amen e Sara, Jui e Irfan insieme con i molti altri firmatari della lettera (tutti tra i 6 e gli 11 anni), si colora di tante sfumature diverse. Perché allora – domandano – bisogna limitare alle sfumature del rosa (dal più tenue che va verso il bianco, al più intenso, che va verso il rosso) il color carnicino, cioè il colore della carnagione umana e dell’incarnato del volto in particolare?

 

La questione è molto interessante. Specialmente quando i bambini notano che, non riconoscendo «la ricchezza delle varietà cromatiche che ci caratterizzano[,] ci ostiniamo a dividere gli uomini [e le donne, aggiungiamo noi] in due gruppi: bianchi e “di colore”». E il guaio è davvero grande: perché quando diciamo di colore non soltanto separiamo un presunto “rosa” da altri colori della pelle (una separazione che in natura non c’è, essendo la colorazione frutto di una gradazione continua) ma intendiamo dire che il bianco/rosa è normale e va bene, mentre di colore, che indica gli altri colori e soprattutto il colore scuro della pelle, è meno normale e non va tanto bene. Da qui il passo verso un atteggiamento di disprezzo e discriminazione è breve: vanno bene le persone rivestite di pelle bianca/rosa, vanno meno mene le persone con la pelle giallina oppure più scura: olivastra, marrone, nera.

 

Mettiamola così: il problema non sta tanto nella parola carnicino, che perlopiù si è sempre usata, dai tempi più antichi, con riferimento a tessuti, sete, minerali, animali, indicando quel certo colore bianco-rosato-rossastro. Non è un problema nel senso che la parola è nata verso la fine del Quattrocento, nell’ambiente dell’artigianato e dell’arte, tra persone che vedevano il mondo… in bianco e rosa, perché nella maggior parte dei casi vivevano gran parte della loro vita, se non tutta, nel loro territorio di origine e vedevano raramente le persone con la pelle colorata diversamente (qualcuno forse non ne ha viste mai). L’esperienza quotidiana dei sensi, insomma, diceva loro che il carnicino, il colore “normale”, cioè abituale, della carne, era quello: bianchiccio-roseo-rossastro. Perciò per definire un certo colore percepito in oggetti, cose, animali era allora ovvio adoperare quell’aggettivo carnicino, il nome del colore della pelle vista tutti i giorni sulle facce di madri, padri, fratelli, sorelle, parenti, concittadini o compaesani.

 

Il vero problema, piuttosto, sta nel fatto che certe parole hanno cominciato a essere associate a dimostrazioni e storie di forza, di potere e anche di violenza: la parola bianco viene usata per definire persone dalla pelle chiara solo a partire dal Cinquecento, quando i nuovi residenti americani provenienti dell’Europa si vogliono distinguere prima dagli abitanti nativi dell’America (dalla pelle più scura) e in seguito dagli africani resi schiavi dai bianchi stessi e trasportati a forza nelle Americhe, diventati poi, nelle varie lingue dei dominatori, neri o negri. Quindi, i vincitori sono buoni, illuminano le popolazioni indigene con la fiaccola della civiltà (la parola bianco viene dall’antico germanico e significa in origine ‘luminoso, splendente’) ed essere bianchi/rosa di pelle significa in definitiva essere superiori: questa è la storia che noi “bianchi” in Europa e in America ci siamo raccontati per secoli.

 

Per fortuna, è una storia che da qualche tempo comincia a funzionare sempre di meno, negli Stati Uniti come in Europa. Le migrazioni dai paesi più poveri, colpiti da guerre e carestie, verso i paesi più ricchi, portano certamente a problemi di integrazione e provocano reazioni impaurite e aggressive di rifiuto da una parte delle popolazioni di questi ultimi (e anche tra i governi c’è chi soffia sul fuoco e chi fa finta di niente, per molti motivi): ma il fenomeno migratorio non si può fermare, così come non si può né si dovrebbe contrastare il diritto di ciascuno a vivere un’esistenza dignitosa, in qualsiasi parte della Terra si trovi e da qualsiasi parte della Terra provenga. Quanto più l’accoglienza e l’integrazione saranno praticate, tanto più la lingua e le parole tenderanno a ripulirsi da sé dagli usi che rispecchiano atteggiamenti di superiorità fasulla, offensiva e, in definitiva, violenta. Ogni esperimento di colorazione pacificamente varia della parola carnicino è benvenuto, perché ogni centimetro di pelle umana ha un punto di colore tutto suo e gli aggettivi di colore sparsi in tutte le lingue del mondo non bastano a descriverlo.


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