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Varie

Mi è stato fatto notare da alcuni frequentatori di piattaforme sociali digitali che l’espressione “lavorare come un negro” presente alla voce “negro” ha creato qualche problema tra i giustizieri della parola, a cui avete già prontamente risposto. All’interno di tale messaggio di risposta, complice l’utilizzo di vocaboli come “neolingua” e “stato etico”, non ho potuto fare a meno di notare tuttavia anche una certa posizione politica di solito presa in nome dell’oggettività, del valore formale (ma non formativo) della conoscenza, del laicismo e dell’indipendenza accademica, con un retrogusto fortemente conservatore. Potrebbe trattarsi solo di un’impressione ed è per capire che vi scrivo dato che credo sia importante conoscere la politica perseguita da un baluardo della linguistica quale è la Treccani. Anche dichiararsi neutri è un obbiettivo politico in sé, io credo, significa abiurare al proprio ruolo di responsabilità morale e sociale per perseguire una sorta di purezza linguistica ideale, neoplatonica e scollegata dal mondo reale, che ricorda la mania di catalogare, staccata dualisticamente dal rapporto con le persone in carne e ossa (dualismo di cartesiana memoria), tipica della scienza moderna e di certi esperimenti poco etici ma legittimati dalla ricerca della “verità” o della corrispondenza perfetta con la realtà che vorrebbero descrivere […] In termini mondani, è senza dubbio vero che catalogare e cercare di essere obbiettivi, soprattutto di fronte a pretese talvolta assurde in ambito di politicamente corretto, è mestiere raro e nobile ma io ritengo che ciò non dovrebbe mai sollevarci da una presa di posizione di stampo morale o alleviarci dal dolore di sporcarci le mani con la materia etica. La neutralità dovrebbe essere insomma una possibilità fra le tante e non una scusa per eliminare il dibattito politico in nome di una presunta (anche nelle migliori intenzioni) imparzialità. La mia è dunque una obiezione sul metodo e non sul risultato (che, non trovandoci per l’appunto in uno stato etico ove vige una neolingua, rimane aperto a interpretazioni, sia a favore che contro l’inserimento di espressioni di dubbio interesse scientifico come quella sul negro): il punto è capire se vale la pena, in nome della coerenza della scienza e dei suoi infiniti cataloghi, inserire e quindi rischiare di riportare in auge espressioni turpi come la suddetta per una semplice questione di cronaca o di “dovere” accademico. Se la risposta fosse positiva, allora avrei da proporre provocatoriamente altri eufemismi utilizzati nei paesi agricoli e nelle periferie in cui vivo e che ho la fortuna di poter catalogare mentalmente, che non ho trovato tra i vostri articoli online: “puzzi come un indiano”, “mammali turchi”, “frocio di merda”, “terrone mafioso”, “corri come una femmina”, “mammone”, “sinistronzo”, “negro spaccino” e altre delicatezze. Se la risposta fosse invece negativa, allora potrebbe questo essere un caso di damnatio memoriae tornato anch’esso in auge (non mi risparmio alcuna freccia per nessuno) con la recente isteria per il politicamente corretto? Insomma, eliminare un’espressione scandalosa dal vocabolario potrebbe finire con l’essere, anche nelle migliori intenzioni, una forma di negazionismo di un passato più ingiusto? O forse è proprio il continuare a ricordare meccanicamente espressioni del passato che, per assurdo, lo porta ad essere rivalutato e idealizzato contro ogni nostra intenzione? Bisogna dunque chiedersi se non è l’istituzionalizzazione di fatto di un’espressione (piuttosto che il celarla e lasciarla al “volgo”) tramite la Treccani a contribuire, essendo essa una vera e propria istituzione linguistica, a prolungare nel tempo paradossalmente l’uso della suddetta (al contrario di ciò che sosterrebbe dunque il vostro messaggio di risposta) o se è il mostrarla così com’è a tutti il modo migliore per combatterla (ammesso che ci sia l’intenzione di farlo ma mi astengo, non conoscendo le persone, dal dare giudizi maliziosi al riguardo). La questione, come al solito, non è semplice ma credo che non far passare inosservata la cosa, o peggio risolvere il tutto in una diatriba apodittica via messaggio digitale, sarebbe già molto positivo. Spero di non essere risultato inappropriato ma di aver contribuito a sollevare una questione, non con i metodi squadristi di certi individui della rete, ma con umile veemenza intellettuale e incalzante zelo morale.

Ringraziamo il nostro lettore, che ci perdonerà se non riportiamo per intero la sua lunga email: a proposito di scelte, nel format “domande e risposte” sono accolte le domande ma...
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Varie

Mi sono trovato in qualità di consulente tecnico di un paziente - consulenza tecnica in ambito civile (nota con la sigla CTU) - a dover interpretare la frase che qui riporto in grassetto. Anche gli errori di spaziatura sono quelli originali. La frase, ovviamente, è stata scritta da un medico. «In fibroscopia: non neoformazioni, deficit della motilità, ristagno salivare ipofaringo-laringeo; corde vocali arrossate e marezzate con quadro compatibile per laringite cronica». Premetto che la fibroscopia è un esame clinico dove per mezzo di uno strumento a fibre ottiche si vede la laringe. Più corretto sarebbe stato scrivere "fibrolaringoscopia". Non è però questo il problema interpretativo. Trattandosi di un esame visivo, dopo i due punti il medico scrive ciò che ha visto. La frase è stata scritta su un referto di visita specialistica e consegnata al paziente (nello specifico un sottufficiale dei Carabinieri) e destinata ad un medico di famiglia. In sede di dibattimento con altro consulente per la citata frase sono emerse due interpretazioni che chiamo A e B. Quale delle due è corretta? A) In fibroscopia: non [si osservano] neoformazioni, [si osserva] deficit della motilità, [si osserva] ristagno salivare ipofaringo-laringeo; B) In fibroscopia: non neoformazioni, [non] deficit della motilità, [non] ristagno salivare ipofaringo-laringeo.

L’interpretazione corretta è senz’altro la prima. Siamo in presenza di un palese deficit di appropriatezza interpuntoria da parte del refertatore, il quale, a un tratto, ...
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