08 giugno 2022

Mi è capitato di leggere quella che oggi è data come definizione della parola "papà"... la figlia più grande mia e di mio marito non è stata generata da lui ma vi assicuro che lui è il suo papà. Forse sarebbe corretto dire che "padre" è la parola usata per individuare burocraticamente la persona che ci ha generato, ma il "papà" (parola usata in forma puerile ed affettuosa) è quello che ti cresce, che ti ama, che si prende cura di te, che ti strilla e ti punisce, tutto per il tuo bene. Che c'è a Natale, al tuo compleanno… È il 2022 e penso che invece di introdurre nuove parole (discutibili) nel vocabolario italiano perché molto usate, andrebbero rivedute definizioni come questa.

In linea generale, le osservazioni fatte dalla nostra gentile lettrice ci trovano d’accordo: la connotazione affettiva che circonfonde la parola papà è, come dire, espressa già dal suo corpo fonico di balbettante emotività fonosimbolica, a garanzia di una solo parzialissima sovrapposizione con la parola padre.

 

Non ci sembra, però, che la definizione di papà presente nel Vocabolario Treccani.it sia scentrata, rispetto a quanto appena detto (e sottolineato da chi ci ha scritto): «Padre. È voce fam.[igliare] e affettuosa, largamente diffusa in tutta Italia (mentre babbo si va sempre più restringendo all’ambito toscano), usata soprattutto come vocativo o quando si parla del padre con i familiari o con amici (analogam.[ente] a mamma rispetto a madre)».

 

Nella definizione, si dà un riscontro referenziale (padre), subito articolato in registri e àmbiti d’uso specifici. Possiamo riflettere, tra l’altro, sul fatto che quando si sente dire “mi/gli/le ha fatto da padre” si può cogliere un uso di padre contenutisticamente non lontano da quello di papà, nel senso di persona capace di instaurare una relazione affettiva e di cura più intima, di tipo paterno. Sarà poi l’uso, evidentemente («soprattutto come vocativo»), nel contesto adatto, a far preferire papà.

 

Ultimo punto: non vi è – e non deve esserci – contrapposizione, per un dizionario della lingua, tra parole usatissime e di antico conio – sottoponibili sempre a revisioni lessicografiche, per carità – e parole nuove. Catalogare le seconde ha un senso preciso, anche nell’intento di rendere conto di quanto i tentativi di innovazione lessicale possano rispecchiare mutamenti sociali, culturali, antropologici: spie, insomma, di un contesto più ampio che può essere utile tratteggiare con tutti i mezzi messi a disposizione dalla disciplina di riferimento.

 

 


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