20 marzo 2019

Donne e Grande guerra. Lingua e stile nei diari delle crocerossine. Il caso di Sita Camperio Meyer

 

 

Barbara Cappai e Rita Fresu

Donne e Grande guerra. Lingua e stile nei diari delle crocerossine. Il caso di Sita Camperio Meyer

Milano, Franco Angeli, 2018

 

 

«Non ho quasi più il coraggio di continuare a scrivere questo mio diario, tanto è triste; eppure non voglio dimenticare il periodo più sacro della mia vita, e se non notassi tutte le sere, per quanto stanca, sono certa che non potrei ricordare che in blocco i fatti salienti; voglio poter più tardi rileggere giorno per giorno il martirio e l’eroismo della nostra gente che, col suo sangue con la vita, ci avrà dato la Vittoria!».

 

 

Sono parole di Sita Camperio Meyer (1877-1967) ed evidenziano i limiti della scrittura, l’inadeguatezza della parola scritta di fronte agli orrori della Guerra. Sita, però, fondatrice della prima Ambulanza-scuola femminile della Croce Rossa Italiana, ha usato la parola scritta, l’ha piegata alle sue esigenze, ha restituito, nelle pagine del suo diario, un italiano senza fronzoli, pratico, determinato. La lingua e lo stile del diario di Sita Camperio Meyer sono oggetto di studio del volume Donne e Grande guerra. Lingua e stile nei diari delle crocerossine. Il caso di Sita Camperio Meyer, di Barbara Cappai e Rita Fresu (Franco Angeli, 2018) che, prima di focalizzare la sua attenzione sulla lingua e sullo stile della scrivente, esamina e fornisce un panorama dettagliato delle ricognizioni, dello stato dell’arte sull’argomento o, sarebbe meglio dire, sugli argomenti (la produzione diaristica delle crocerossine all’interno del più ampio quadro della scrittura femminile italiana tra Ottocento e Novecento, con particolare riferimento al Primo conflitto mondiale).

 

Il diario di Sita (Luci ed ombre di eroi. Dal diario d’infermiera in zona d’operazione. Guerra italo-austriaca) è, infatti, una testimonianza interessante dal punto di vista dello storico della lingua (e non solo) per più motivi: è un diario (una testimonianza privata, non destinata, almeno inizialmente alla pubblicazione: stilato nel 1917, venne pubblicato nel '32), è un diario di guerra, ma è il diario di guerra di una donna, e per di più di una donna cólta (dato non trascurabile se è vero che «il panorama degli studi storico- e sociolinguistici italiani sulle produzioni femminili appare dominato da una serie di condizionamenti riconducibili in gran parte, ma non solo, alle secolari deprivazioni culturali e ad ancestrali pregiudizi di genere. Il dato più vistoso consiste nella tendenza a condurre analisi per lo più su testi di estrazione popolare, o comunque di livello (medio)basso, con l’intento, soprattutto, di segnalare le devianze piuttosto che rintracciare i prelievi dall’alto e le consonanze con la lingua cólta», p. 13).

 

Come Sita, altre donne avevano vissuto sulla propria pelle la drammatica esperienza della Guerra, inoltre, con un ruolo particolare, come uniche donne che avevano accesso al conflitto e che sapevano curare i combattenti nel corpo e nello spirito: le crocerossine.

Molte di loro decisero di lasciare una testimonianza scritta di quella esperienza, della loro vita al fronte, affidandosi a diari e memoriali. Il profilo di queste donne: la maggior parte proveniente da famiglie nobili (come Paola di Colloredo Mels, per esempio); oppure, se non aristocratiche, di estrazione borghese e mediamente cólte (Fanny Castiglioni o, ancora, Elisabetta Berti, i cui diari sono conservati presso l’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano); di origine per lo più settentrionale (ma non mancano scriventi provenienti dal centro e dal sud: Cristina Colocci Honorati, Delia Jannelli). Donne che hanno in comune, spesso, famiglie patriottiche (la stessa Sita, figlia di Manfredo Camperio, o la torinese Adelina Corso, moglie del generale Torello Bianchi). Donne, in alcuni casi, che «sperimentano» anche «una formazione professionale all’estero» con diversi viaggi «finalizzati alla conoscenza delle tecniche medico-assistenziali più all’avanguardia» (p. 37). Viaggi ed esperienze che, ovviamente, lasciano traccia nelle parole usate da queste scriventi che acquisiscono un lessico specialistico, qualche volta di matrice esogena, con tecnicismi di ambito medico-farmacologico e bellico-militare. Una parte di lessico che «forse anche grazie a esse circola nella lingua del tempo, soprattutto se si considera che buona parte dei diari stilati vide la pubblicazione negli anni Trenta, non di rado con avalli governativi» (p. 37).

 

Gli scritti di queste donne «esibiscono una scrittura controllata, stabile e coesa, priva di sbavature sintattico-testuali, caratterizzata da una sostanziale omogeneità fonomorfologica, appena movimentata dalle “normali” allotropie che hanno segnato la lenta affermazione dello standard nazionale, e che spesso, in queste scriventi, sembrano risolversi a vantaggio di soluzioni tradizionali, antecedenti alla proposta manzoniana, quando non addirittura arcaizzante» (p. 38). Risentono, nello stile, dei retaggi della lingua cólta, delle letture della stampa coeva e della pubblicistica di consumo.

Gli aspetti più evidenti, nelle pagine di queste scriventi (quelle di Maria Luisa Perduca, Cristina Colocci, Adelina Corso Bianchi vengono confrontate con quelle di Sita) sono una spiccata propensione per una sintassi semplificata e giustapposta e, soprattutto, la tendenza alla nominalizzazione. Sono pagine, quelle delle crocerossine, che rispecchiano il livello culturale delle scriventi e i condizionamenti del genere, della classe di testo alla quale appartengono, quella del diario (e, specificamente, del diario di guerra). Non mancano aperture verso la colloquialità, solitamente intenzionali e funzionali a una loro determinata volontà; a volte, sentono anche la necessità di riportare le voci altrui (come accade nel diario di Sita che riproduce il parlato dei soldati: restituendo interferenze dialettali ed elementi dell’oralità tipica dei semicolti).

Si tratta, come scrivono le autrici del volume, di una produzione formalmente eterogenea, con «diversità che dipendono solo in parte dal livello diastratico delle diariste», infermiere volontarie e crocerossine, e dal loro allenamento alla scrittura, ma risentono delle condizioni di stesura e delle finalità del testo.

 

Molte di queste scritture hanno subito processi di revisione e rimaneggiamento in vista della loro pubblicazione, altre è possibile leggerle ancora nella loro veste «genuina e spontanea di scrittura di getto, e priva di rilettura» (p. 40). Una veste  utile per rilevare la reazione di chi, di fronte agli eventi tragici della Grande guerra, cercava uno strumento linguistico adeguato, anche  tra i piani alti della cultura; una veste utile a mettere in luce le dinamiche di italianizzazione e alfabetizzazione in una doppia direzione: ampiamente studiata, quella dal basso, attraverso la produzione delle classi culturalmente più svantaggiate; particolarmente interessante, quella dall’alto, cioè mediante l’analisi di testi prodotti per e a uso e misure delle masse. Documenti utili per rilevare quei livelli intermedi di scrittura femminile, spesso particolarmente difficili da individuare, tracciando i passi di queste scritture all’interno del più vasto cammino dell’italiano – lingua comune – durante la prima fase dello stato unitario.

Sita, che aveva frequentato la Scuola Normale di Pisa e il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, con la sua testimonianza contribuisce (come le altre) a «un allargamento di visuale in sintonia con i ripensamenti in sede teorica avanzati dagli studi linguistici nei confronti delle scritture non letterarie, che sfumano i contorni di tali produzioni e si sforzano di collocarle in un continuum di competenze scrittorie, che va progressivamente sostituendosi alla tradizionale visione dicotomica, eccessivamente schematica, italiano standard (letterario)/italiano popolare» (p. 18).

 


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