18 marzo 2020

Breve storia del libro manoscritto

Marilena Maniaci

Breve storia del libro manoscritto

Roma, Carocci editore, 2019 ("Bussole" 593)

 

Identificare un libro con gli autori o le autrici, o con il suo contenuto, è più che naturale. Lo consideriamo come un’entità ospitante, portatore di parole, raccoglitore di idee, nozioni e pensieri, espressi attraverso la lingua scritta.

C’è però un altro punto di osservazione per andare oltre l’apparenza e immergersi in una storia ricchissima, fatta di papiri e di pergamene, di carta, di inchiostri e di colori, di alfabeti e di scribi e, ancora, di rotoli, codici, perfino di spazi bianchi, di macchie di vino o di cera.

Con il suo agile e piacevolissimo saggio, Breve storia del libro manoscritto, Marilena Maniaci, che insegna Storia del libro manoscritto all’Università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale, ci aiuta a comprendere ciò che c’è dietro e dentro questo prodotto dell’ingegno umano, svelando un mondo spesso sconosciuto, con un linguaggio chiaro e accurato.

«Il libro manoscritto non è soltanto il veicolo indispensabile per la trasmissione della cultura antica e medievale: è anche un oggetto culturale complesso e dinamico che riflette, nel suo aspetto e nella sua struttura fisica, i cambiamenti subiti in un lungo arco di secoli».

In questa Breve storia, rivolta anche a lettori non specialisti, emerge come materia, struttura e aspetto del libro manoscritto, considerati insieme e analizzati con rigore scientifico, si trasformino in fonte essenziale di conoscenza, ponte tra passato e presente.

«Prodotto dalle mani esperte di artigiani, copisti e miniatori, letto o sfogliato da monaci o re, dotti o mercanti, studenti o nobildonne, nel corso della sua lunga storia il manoscritto ha lasciato traccia di sé e delle persone che lo hanno ordinato, fabbricato, posseduto e utilizzato in una gamma eterogenea di fonti, il cui contributo frammentario e variegato non si lascia facilmente comporre in un quadro unitario».

Ne parliamo con Marilena Maniaci.

 

Abbiamo visto che il libro manoscritto rappresenta di per sé, oltre che per i contenuti, uno strumento per conoscere «la vita intellettuale e pratica delle epoche e degli ambienti» in cui è nato e vissuto. Ci può aiutare a capire, per sommi capi, in che modo?

I libri manoscritti sono oggetti altamente polisemici, che ci parlano in vari modi: attraverso la tipologia e la qualità dei materiali di cui sono composti (supporti, inchiostri, colori…); le dimensioni, che ne individuano in maniera immediata il tipo di fruizione; l’organizzazione della pagina scritta, che riflette la preoccupazione di sfruttare in modo più o meno intenso lo spazio disponibile… oltre che, ovviamente, attraverso le forme e gli stili della scrittura, la ricchezza e la distribuzione della immagini e degli elementi decorativi. Una sontuosa Bibbia “da banco”, copiata su pergamena integra e ben lavorata e arricchita da raffinate miniature rimanda a contesti, committenti, usi e pubblici lontani da quelli di un codicetto cartaceo di formato modesto, trascritto ad uso personale dalla mano di un erudito. Anche uno stesso contenuto può materializzarsi, significativamente, in manufatti molto diversi: proprio la Bibbia, il “Libro” per eccellenza, nel suo farsi “libro” può presentarsi come un singolo volume di dimensioni imponenti (carico di una forte valenza simbolica), come un libretto portatile e miniaturizzato (destinato allo studio e alla predicazione) o più spesso come una sequenza di volumi contenenti porzioni di testo “nudo” o corredato da un fitto commento.

 

Secondo Diogene Laerzio, come si legge nel suo saggio, il filosofo Cleante, non avendo il denaro per acquistare la carta, era costretto a prendere appunti «su cocci e su scapole di bue». La cultura scritta è passata attraverso una vasta gamma di materiali e forme di libro. Ci può fare qualche esempio?

Esempi se ne potrebbero fare moltissimi, specie per le epoche più antiche, in cui nel mondo greco e latino si è scritto non solo su rotoli di papiro (o di pelle variamente lavorata) e poi anche su codici allestiti con entrambi i materiali, ma anche su pietra, frammenti di vasellame, lamine metalliche, stoffe, avorio e soprattutto su tavolette lignee, riempite o meno da uno strato di materiale malleabile. Il codice si è poi affermato, con ritmi diversi, in tutto il bacino del Mediterraneo, e ha finito col prevalere non solo nell’epoca del manoscritto ma fino ai nostri giorni; il rotolo però non è scomparso del tutto, anzi ha continuato a vivere durante tutto il medioevo, in forme e per usi diversi da quelli antichi. Se poi allarghiamo lo sguardo ai libri prodotti nelle civiltà orientali più lontane troviamo una varietà ben più ampia di forme (libri a fisarmonica, soffietto, farfalla…) e di materiali (legno, bambù, seta, foglie), ancora in attesa di uno studio globale e integrato, fondato su raccolte e analisi sistematiche dei materiali superstiti.

 

Nel Medioevo, il latino è la lingua ufficiale della politica, dell’amministrazione e della Chiesa, quando e come si afferma in Italia la lingua volgare nei codici? 

I tempi di penetrazione dei volgari nell’uso librario differiscono notevolmente da un ambito linguistico all’altro. In Italia, come è noto, una letteratura in volgare – o meglio nei diversi volgari adoperati nella penisola – si diffonde in ritardo rispetto al resto d’Europa, dopo una lunga fase di utilizzo a fini pratici e documentari. Le prime tracce di volgare italiano letterario compaiono fra la metà del XII e l’inizio del XIII secolo, inserite negli spazi liberi di manoscritti (o documenti) contenenti testi latini, mentre la conquista della “forma codice” avviene nel corso del Duecento, in assetti e grafie che variano secondo i contenuti e gli ambienti di ricezione e circolazione. Ma ancor più che la cronologia (sempre gravata dalle incertezze della tradizione), l’aspetto che soprattutto interessa lo storico del libro è il processo che ha condotto alla definizione della fattezza e delle scritture del libro volgare, il suo rapporto con i modelli latini, la fisionomia dei copisti, la relazione fra i contesti d’uso, le esigenze di committenti e lettori e la varietà delle forme assunte dal “contenitore”. Proprio pochi giorni fa si è svolto a Firenze un convegno dedicato alla Emersione delle scritture volgari, in cui studiosi provenienti da tutto il mondo si sono confrontati sulla scritturazione dei volgari europei, contribuendo a delineare un panorama estremamente variegato e stimolante.

 

Immaginando un segmento i cui estremi sono rappresentati con le lettere A e B, collocherebbe il codice manoscritto nel punto di origine (A) e il libro elettronico all’estremo opposto (B)?

Confesso che il confronto fra libro “fisico” e libro elettronico – per lo più declinato in termini di contrapposizione netta o di divinazione sul futuro del libro – non mi appassiona particolarmente. Spetterà ai posteri studiare il significato di una transizione nella quale siamo attualmente immersi, e che come in altri periodi del passato vede convivere, direi abbastanza tranquillamente per il lettore (meno, ovviamente, per editori e librai), oggetti diversi ma pensati per assolvere una stessa funzione. Diversi fino a un certo punto, oltretutto: come agli albori della stampa il libro tipografico imitava consapevolmente la presentazione del manoscritto (e codici e incunaboli coesistevano senza distinzione sugli scaffali delle biblioteche) così tutti gli e-reader, almeno fino ad oggi, conservano significativi punti in comune con i libri tradizionali (dalle dimensioni, al contorno “chiuso” della pagina, ai caratteri che si stagliano in nero su uno sfondo “paperwhite”). Certo, con la lettura digitale – che può risultare molto comoda, specie in alcune situazioni – si perde il fascino della relazione fisica (visiva, tattile e anche olfattiva) con i materiali, il layout, i colori, il peso del libro, che nel medioevo, ma non solo, era certamente molto importante. 

 

Come spesso evidenzia, sono fondamentali sia un’attenta conservazione sia una rigorosa tutela dei fondi librari, anche per favorire una ragionevole fruizione dell’immenso patrimonio contenuto nelle nostre biblioteche. Quali caratteristiche dovrebbe avere il bibliotecario-conservatore per essere in grado di svolgere una corretta mediazione tra libri e studiosi?

Il bibliotecario conservatore ha due compiti essenziali: quello di garantire l’integrità del patrimonio affidato alle sue cure e quello di fungere da tramite fra i libri e le persone, studiando le raccolte, mantenendone aggiornata la bibliografia, producendo cataloghi scientifici. Purtroppo la mole di nuove incombenze che le biblioteche sono chiamate ad assolvere (attività di tipo amministrativo, organizzazione di mostre ed eventi, gestione di risorse elettroniche…)  e l’assenza di un canale specifico per la selezione dei conservatori fa sì che le raccolte antiche siano spesso affidate a personale privo di competenze specifiche (o comunque oberato da altri compiti) e spinge a esternalizzare le attività di catalogazione, a danno della qualità e della continuità del lavoro.

 

Lei racconta che «nel II secolo d. C., il retore Luciano di Samostata ha reso celebre il topos del collezionista di libri ottuso e narcisista che spera di nascondere la propria ignoranza facendo incetta di volumi ricchi e preziosi». L’accumulo di libri è un modo senz’altro affascinante, ma non necessariamente efficace, di colmare lacune. In questa direzione, ma con strumenti diversi, il 5 febbraio 2020 il Senato ha approvato una legge per la promozione della lettura. Le iniziative sono diverse, la più controversa è la limitazione del tetto massimo di sconto sul prezzo di copertina dei libri (dal 15% al 5 %) per favorire le piccole librerie. Ma ci sono anche misure che hanno portato meno malumori, come per esempio i fondi a sostegno delle biblioteche scolastiche, l’introduzione della Carta della cultura o l’istituzione, ogni anno, di una Capitale italiana del libro. Secondo lei serve il legislatore per alimentare l’amore per i libri e la lettura?

L’operetta lucianea mi è particolarmente cara perché è stata l’argomento della mia tesi di laurea, ma il protagonista non è certo un modello di lettore appassionato. Senza entrare nel merito delle polemiche sollevate dalla legge – che affianca interventi sensati ad altri che considero discutibili – penso che la promozione del libro e della lettura non abbia bisogno di stanziamenti episodici concentrati su singoli progetti: serve piuttosto una strategia complessiva, accompagnata dalle risorse necessarie per rilanciare un servizio bibliotecario nazionale da tempo in crisi per i continui tagli ai bilanci e al personale e ormai giunto allo stremo. La passione per i libri si può senz’altro acquisire sin da piccolissimi, attraverso l’abitudine, l’esempio, l’ascolto (e la scuola ha ovviamente un ruolo essenziale in questo processo), ma la percezione della lettura come sintesi di bisogno e piacere non può prescindere dall’esistenza di biblioteche (statali, locali, scolastiche, universitarie…) funzionanti, accoglienti e aperte, adatte alla fruizione e condivisione di esperienze e conoscenze.


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