08 giugno 2020

Il poeta, la donnissima e il generale. Il grande amore di Giosue Carducci

 

Marco Sterpos

Il poeta, la donnissima e il generale. Il grande amore di Giosue Carducci

Modena, Mucchi, 2020

 

Il «poeta» è il giovane Carducci, la «donnissima» — parola del vate — risponde al nome della milanese Carolina (Lina) Cristofori, celebrata nelle Primavere elleniche e nelle Odi barbare sotto il nome di Lidia, e il «generale» è il costei marito, Domenico Piva garibaldino, preso d’amore e magnanimo al punto di tollerare e perfino accettare di buon grado la liaison di lei col cantore della patria e del mito dell’eroe dei due mondi («Oggi l’Italia t’adora. Invòcati / la nuova Roma novello Romolo: / tu ascendi, o divino: di morte / lunge i silenzii dal tuo capo»).

 

Carduccista appassionato e informatissimo, Marco Sterpos ricostruisce, con un misto manzoniano di storia e invenzione, l’infocata vicenda amorosa del poeta e della donnissima — iniziata nel 1872 e interrotta soltanto dalla morte di lei, avvenuta per tisi il 25 febbraio 1881 —, integrando con l’immaginazione i fatti realmente accaduti, tratti dalle 578 missive di Carducci e dalle poche pervenuteci a firma della «dolce pantera». «In queste lettere così veementi e così travolgenti — scrive Mirella Serri —, Carducci si confida a Lidia senza remore, le confessa tutti i suoi più riposti pensieri, come l’astio verso la famiglia paterna, per suo nonno, un vecchio “iniquo” e un fior di canaglia, per suo padre che ha ereditato dal suo genitore “qualcosa del farabutto, del falso e del convenzionale”, mentre rievoca la morte del fratello Dante per suicidio (ma si disse addirittura che venne ucciso accidentalmente dal padre durante un diverbio)».

 

A ragione Alberto Brambilla ravvisa in questo Carducci epistolare un «desiderio di possesso assoluto», che non può non generare «una gelosia cieca, furiosa, ossessiva», specie nei primi tempi della relazione, quando l’amante si divide tra lui e il critico d’arte Enrico Panzacchi, suscitando scandalo nella comunità letteraria e nel poeta «accessi bestiali»; un Carducci che «cerca in ogni modo di catturare Lina nella sua rete, di incastonarne il profilo in una cornice prestabilita»:

 

E la gelosia, la gelosia del presente e del passato mi avvolge tutto e mi stringe e mi soffoca, come un polipo immenso, informe, senza capo, senza branche, senza occhi; e in quella stretta feroce avrei bisogno d’urlare, di sfogarmi, di far non so che.

 

Che cosa vieni a dirmi di voler essere tutta mia, di voler venire a vivere con me, quando sei per divenir madre di novi figli d’altri?

 

Io mi spavento di te. Tu sei di una cattività ineffabile. Vai, vai bianca donna debole, mi fai spavento, mi metti terrore. Non credo al diavolo, ma credo che tu sei il male, cui Dio da me offeso mi ha condannato a subire. Ma bada che io negli accessi bestiali so ribellarmi a Dio, al fato, a te; e potrei sbranarti.

 

 

Altrettanto intense e di trascinante forza espressiva le lettere dettate da struggente tenerezza:

 

Le memorie di certi momenti d’intero sicuro e amoroso abbandono in cui eri divinamente bella con i tuoi capelli disciolti, con certe forme più nascoste insieme pure e voluttuose, perfette più di qualsiasi altra che abbia visto, la tua voce gemente e tenera come un canto di flauto dei momenti d’estasi, il sensuale languore dei tuoi trasporti, sono memorie che mi assediano e mi consumano l’anima di desiderio.

 

quei ricciolini che contornavano così graziosamente la tenue fronte; ricordo quella treccina che discendeva bruna e lucente per la bianchezza del collo desiderato, e pareva guida gentile e discreta ad altri vezzi [...], io non vedevo e non pensavo che a quella treccia (anzi ciocca) con voluttà straziante, e un fiero desiderio mi sorgeva di coprirti di baci...

 

Del resto io ti amo tanto altamente con lo spirito e col cuore, che non mi vergogno nulla a dire che ti amo anche con i sensi e che son disperato di non averti avuto tra le braccia amorosa e benigna; son disperato perché il tempo passa e le occasioni spesse volte non tornano, e io sento di aver perduto di molto.

 

Ti lascio non pur col più tenero e stretto abbraccio ma con una furia di baci ognuno dei quali vuol dire: Morire per te e presso te, oh anche subito.

 

ti desidero con fiero desiderio, come da qualche tempo non avevo più provato.

 

Addio cara… sono pazzo d’amore per te.

 

 

Non meno energiche e ardenti le lettere di Lina:

 

 

Addio, Caro, prendi l’anima mia, i miei occhi, la mia voce il mio riso, tutto quanto può esserti caro e piacerti prendi tutta me stessa.

 

Povero cuore, debole cuore di donna, quanto ti ha amato e ti ama! […] Anima mia, anima mia, indissolubilmente mia, ti abbraccio con tutta la vita e piango e mi struggo di te e per te.

 

Che colpa ci ho io se ad ogni ora, ad ogni minuto, ad ogni fuggevole atomo mi martello pensando a te sempre? E non so togliermi a questa dolce illusione che tu sia qui che mi ascolti e di quando in quando mi baci. Purtroppo sono impastata di te; mi sei qualche cosa più dei miei occhi che alla notte si chiudono, mentre tu continui a star con me ne’ miei sogni.

 

Ti abbraccio con tutta la vita, desiderandoti, e bacio tutto quello che hai toccato, religiosamente piangendo.

 

 

Un libro da delibare parola dopo parola, sia per l’estremo interesse dei documenti citati sia per la sapiente, accurata mimesi stilistica ottocentesca operata dall’Autore, vivacizzata da una deliziosa patina toscana: «E neppure l’estroversa Lina si sottraeva in questo momento all’onda soverchiante di tristi riflessioni»; «E la scena si chiuse per Giosuè sull’ultima immagine della cara faccia che spariva nelle tenebre, salutando dal brutto finestrino del vagone e fu per lui come se fosse sparita ogni idea di bellezza e di gioia e come essere avvolto da un inverno precoce e perenne»; «su quello squallido treno che la portava via contro la sua volontà, la donna tornava con la fantasia alla sua cameretta celeste, dove su un bianco lettino lei e il poeta si erano perdutamente amati»; «l’imperdonabile sbadataggine di lasciare a giro una minuta di una sua lettera»; «la grafia della perfida tentatrice»; «E come avrebbe potuto resistere lui, lontano tante miglia […] dal pallore roseo del volto più amato in vita sua?»; «l’ineffabile Gigi non mancò additare e commentare via via tutti i luoghi e gli edifici».

 

BIBLIOGRAFIA

 

Amarti è odiarti. Lettere a Lidia (1872 - 1878), a cura di Guido Davico Bonino, Milano, Archinto, 1990.

 

Lettere inedite di Carolina Cristofori Piva a Giosuè Carducci, a cura di Simonetta Santucci (conservatrice di Casa Carducci), «Archivi del nuovo», 10-11, 2002, pp. 69-80.

 

Alberto Brambilla, Il leone e la pantera. Frammenti di un ritratto amoroso, in Carducci e i miti della bellezza, a cura di Marco A. Bazzocchi e Simonetta Santucci, Bologna, Bononia University Press, 2007.

 

Il leone e la pantera. Lettere d’amore a Lidia (1872-1878), a cura di Guido Davico Bonino, Roma, Salerno editrice, 2010.

 

Lidia a Giosue, Frammenti di un epistolario, edizione critica per cura di Francesca Florimbii e Lorenza Miretti, Bologna, Archetipolibri, 2010.

 

Mirella Serri, Il leone e la pantera. Carducci scrive a Carolina Piva, «Tuttolibri La Stampa», 18 settembre 2010.


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