24 agosto 2020

Dal Coronavirus al Covid-19. Storia di un lessico virale

 

Salvatore Claudio Sgroi

Dal Coronavirus al Covid-19. Storia di un lessico virale

Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2020

 

In piena infodemia da Coronavirus, giunge questo instant book di S.C. Sgroi a mettere un po’ d’ordine a proposito dell’impatto che gli anglicismi legati alla pandemia hanno avuto e hanno sugli italiani e sulla loro lingua. Sempre sul pezzo, monitorando continuamente stampa scritta e online, programmi televisivi e social-media dedicati al coronavirus, in questo libro militante, l’A., da linguista “laico”, offre una bussola ai non-linguisti, perché si orientino in mezzo al bombardamento quotidiano di notizie al cui seguito vengono veicolati «anglicismi integrali o adattati come calchi semantico-strutturali, di carattere settoriale (biologia, medicina, genetica economia, sociologia, statistica, psicologia, ecc.)». Non solo anglicismi, come covid-19, lockdown, compound, ma anche parole patrimoniali e neoformazioni, lessemi semplici e complessi dell’italiano sono in questo volume oggetto di analisi descrittive, storico-etimologiche, normative e interlinguistiche.

 

Articolato in 18 capitoli, con un’appendice sul “Dantedì”, i riferimenti bibliografici e gli utilissimi Indici dei “nomi propri”, delle “parole” e dei “tecnicismi”, il libro passa dunque in rassegna il lessico legato all’attuale pandemia, partendo proprio dalle parole usate nel titolo del volume (coronavirus, covid-19, virale), oggetto di studio dei primi tre capitoli. In principio, è il caso di dire, fu il coronavirus con la sua produttiva famiglia lessicale, costituita da composti binominali liberi (emergenza Coronavirus), composti esocentrici (anticoronavirus), endocentrici (il dopo coronavirus), suffissati relazionali (coronavirale), sintagmatici (coronavirus di pippe), blend (sacra-coronavirus) ecc. Tutto ciò non senza una sbirciatina, secondo una prospettiva interlinguistica, in altre lingue (francese, spagnolo, tedesco, portoghese) della parola coronavirus. Con la consueta acribia l’A. mette subito in chiaro che il composto coronavirus è un anglicismo, dal lat. corona ‘corona’ + virus ‘virus’, in considerazione della sua struttura ‘destrorsa’ (in it. sarebbe piuttosto ‘virus a corona’) e della datazione (1970 data di prima attestazione in italiano ma 1968 in inglese).

 

Alla stessa analisi morfologica, sintattica, semantica ed etimologica viene sottoposto un altro tecnicismo inglese, Covid-19, dalla sigla CO[rona] VI[rus] D[isease], che indica la ‘malattia del coronavirus del 2019’, insieme alla numerosa famiglia lessicale che produce: emergenza Covid-19, anti Covid-19, persona Covid, ex Covid, Covid-Bond, choc-Covid, Covindustria ecc.

 

Nonostante l’agg. virale per la dizionaristica settoriale e generalista sia una neoformazione, da virus + -ale, l’A. ci ricorda che, trattandosi di un termine tecnico, prima di dare per scontato un etimo sincronico è bene accertare la sua vitalità in diverse lingue, a partire dall’inglese angloamericano, dove infatti il termine viral (a viral infection) è usato per la prima volta nel 1937, rispetto al 1961 dell’italiano virale. Ora, se è vero che dalla combinazione di virus + -ale si dovrebbe formalmente ottenere *virusale, non solo in italiano ma anche in inglese, francese, spagnolo e portoghese, è possibile che la formazione di viral o di virale sia stata influenzata dal latino scolastico viralis, -e, derivato da vir, -i  ‘dell’uomo, relativo all’uomo’, come nell’esempio: in ejusmodi judiciis Centum viralibus (H.A. Meinders, Dissertatio de Judiciis centenariis et centumviralibus […], 1715, p. 17). E come mi segnala ora Sgroi, viralis, è documentato anche nel Thesaurus formarum totius latinitatis a Plauto usque ad seculum XX a cura di P. Tombeur (1998): una volta nel lat. dell'Antiquitas (A = fino alla fine del II sec. d.C.), e due volte (virales) nel lat. dell'A e dell'Aetas Patrum (P = fino al 735).

 

Sul piano teorico risulta assai interessante l’analisi della struttura morfologica del termine antivirus. Si tratta di un prefissato o di un composto?  La maggior parte dei dizionari, infatti, etichetta anti- ‘contro’ come prefisso, in termini come antiuomo in mina antiuomo, antinebbia, in fari antinebbia, ecc. Ma, obietta l’A., i prefissi «non dovrebbero cambiare la categoria del lessema-base con cui si combinano. Invece antiuomo è agg. ma la base uomo è s.m.» (p. 81). Non solo. Mentre, infatti, i prefissati comportano la presenza della “testa” morfologica a destra (un ex marito è uno che ‘è stato marito’), questa manca nei presunti prefissati con anti-: in antiuomo il componente uomo non è la “testa”, e alla domanda “è un?” non si risponde con è “un uomo” ma è “qualcosa contro l’uomo”. Anti-, dunque, non è un prefisso ma un confisso, e antivirus non è un “prefissato” ma un “composto esocentrico” senza testa morfologica.

 

La viralità lessicale del coronavirus ha contagiato, per usare la metafora dell’A., anche la lingua del Papa, cui sono dedicati i capp. XIII-XVII. La correzione da parte della stampa di un presunto errore di Papa Francesco, scientisti corretto con “scienziati”, dà modo all’A. di riprendere un tema  a lui caro, quello dell’errore, e recentemente trattato in un volume (S.C. Sgroi, Gli Errori ovvero le Verità nascoste, Palermo, CSFLS, 2020). L’A. si chiede, infatti, se la correzione nei confronti del Pontefice non riveli un atteggiamento di purismo xenofobo, di presunzione e di prevaricazione. Scientista ‘scienziato’, piuttosto che un errore del Papa, si configura invece come un calco semantico sullo spagnolo latino-americano cientista ‘id.’.

 

Ma oltre che ai non-linguisti, il libro è ovviamente rivolto anche agli addetti ai lavori («parlando a nuora perché suocera intenda», p. 11) con cui l’A. da anni discute sui temi dell’interferenza linguistica e degli stranierismi.

 

Dato che una conseguenza del coronavirus è stato l’ingresso massiccio di anglicismi “integrali” o “crudi”, cioè fonomorfologicamente non adattati (lockdown, compound, clic day, smart working ecc.),  l’A. si chiede quale sia l’atteggiamento da assumere di fronte a questi termini e agli stranierismi in generale. Se, per sostituire lockdown, il gruppo Incipit propone di usare un traducente come “isolamento interpersonale”, Sgroi, facendo notare come il termine inglese sia polisemico anche in italiano (ad es., se riferito a luoghi, il traducente più appropriato sarebbe ‘chiusura’), dichiara di non condividere la regola ‘neopuristica’ della proibizione tout court degli stranierismi, in quanto essi «costituiscono per il parlante una possibilità in più (una “opportunità”, come ora si dice), a cui far ricorso quando lo si ritenga opportuno» (p. 95). D’altra parte, mentre è piuttosto facile prendere posizione contro gli anglicismi non adattati, i calchi semantici, più difficili da scoprire, passano spesso inosservati agli stessi linguisti. Da questo punto di vista l’A. parla di una “[micro-] fedeltà linguistica” dinanzi alle parole scopertamente straniere di fronte alle quali i neopuristi prendono posizione, mentre, rispetto alla stessa  “[micro-] fedeltà linguistica”, tacciono dinanzi ai calchi, che sono sempre prestiti!

 

Abbiamo accennato alla “[micro-] fedeltà linguistica”, alludendo per antitesi alla “[macro-] fedeltà linguistica”, per fugare un sospetto circa l’attaccamento dell’A. alla lingua italiana, cioè la sua “fedeltà”. Posto, infatti, che il ricorso da parte dei parlanti alle parole di altre lingue, sia come prestiti tout court sia come calchi, rappresenta un’esigenza legittima per soddisfare i propri bisogni espressivi, altro discorso è quello di usare l’inglese nei corsi universitari o nei dottorati in sostituzione dell’italiano, abdicando al ruolo che la nostra lingua ha avuto e, si spera, continuerà ad avere nel mondo della cultura e della scienza. In questo caso si deve parlare di “[macro-] fedeltà linguistica”, alla lingua nazionale, alla cultura e ai parlanti italiani.

 

Proteggersi dunque dal Coronavirus, ma avventurarsi liberamente in questo “lessico virale” è un modo produttivo e ‘salutare’ per riflettere con consapevolezza sugli usi nostri e altrui della lingua e sui processi di cambiamento in atto dell’italiano.

 


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