14 settembre 2020

Decostruzioni dell’Homo Italicus nella poesia italiana del Novecento (Pascoli, Gozzano, Campana, Gobetti, Montale e il secondo Novecento)

 

Carla Chiummo

Decostruzioni dell’Homo Italicus nella poesia italiana del Novecento (Pascoli, Gozzano, Campana, Gobetti, Montale e il secondo Novecento)

Firenze, Franco Cesati Editore, 2020

 

Docente di Letteratura italiana all’università di Bari «Aldo Moro», Carla Chiummo attraversa le demolizioni dell’Homo Italicus in un’indagine non solo letteraria ma lato sensu culturale sul concetto di italianità espresso da alcuni grandi intellettuali e poeti “contro” del secolo scorso, «che hanno proposto un modello di poesia — e di poeta — radicalmente lontano, anzi avverso, al modello poetico canonico [carducciano e dannunziano] in quel determinato momento storico: un modello nuovo quasi mai vincente a breve termine, ma poi per tanti aspetti affermatosi come il più lucido e lungimirante nella storia e nella cultura italiana dei decenni a venire».

 

A cominciare, tutt’altro che paradossalmente, da Pascoli, unanimemente reputato un creatore di bei versi e scarso logos (Croce), un poeta lirico-bucolico, reazionario e piccolo-borghese, legato ai minimi temi del nido e degli affetti famigliari: a torto, date le sue idee niente affatto scontate sull’eredità risorgimentale, sul pacifismo, sull’europeismo mazziniano-garibaldino, sul motivo — anche autobiografico — della questione carceraria (in L’avvento, del 1901, saluta la scomparsa dell’«ultima forma della croce, la forca»), sul profilo anti-lombrosiano del “delinquente” e perfino, ancora in L’avvento, sull’«orrida acconciatura dell’ergastolo», con analisi d’una modernità sconcertante:

 

oh! non si trova nel mondo un delinquente, traditore e squartatore, così feroce come codesta legge che con tanta freddezza, con tanta serenità, con tanta arte eseguisce le sue giustizie esemplari! Bell’esempio! Noi, profondando nella nostra coscienza, giudichiamo a nostra volta, che non c’è delinquente pessimo degno di morte, il quale non patisca peggio di quello che ha fatto! E così i popoli veramente civili hanno abolito questo delitto esemplare che mortifica la coscienza degli onesti.

 

Un tipo di Homo italicus che campeggia sia in poesia, per esempio nei Poemi Italici, sia nelle opere in prosa, come Il fanciullino, in cui — anticarduccianamente non meno che antidannunzianamente — asserisce che il poeta

 

non è lui che sale su una sedia o su un tavolo, ad arringare. Egli non trascina, ma è trascinato; non persuade, ma è persuaso. […] la poesia, costretta a essere poesia sociale, poesia civile, poesia patriottica, intristisce sui libri, avvizzisce nell’aria chiusa della scuola, e finalmente ammala di retorica, e muore.

 

La decostruzione “italica” gozzaniana è realizzata nel poemetto dei Colloqui / Invernale, con l’Ulisse antieroico e pienamente novecentesco: un’antieroicità opposta al mito dannunziano e prossima all’Ulisse dell’Ultimo viaggio dei Poemi conviviali:

 

Il modello nobile, ma ormai del tutto anacronistico, dell’ottocentesco poeta-vate per eccellenza, viene apertamente richiamato da Gozzano solo come polverosa reliquia — il celeberrimo «busto d’Alfieri», colonna portante delle «buone cose di pessimo gusto» (L’amica di nonna Speranza, vv. 1-2) — e come fantasma letterario.

 

L’Ulisse di Dino Campana è il viandante, l’esiliato, lo straniero dal volto tragico perennemente in cerca d’una terra da abitare, ma destinato a restare fino alla fine un senzapatria. Quello del poeta toscano «sarà un mito orfico e insieme destrutturante che saprà ispirare allo stesso tempo i pilastri poetici contrapposti dell’Ermetismo prima e della Neoavanguardia poi» (su quest’ultimo asserto alleveremmo serî dubbî).

 

E si pensi al ruolo centrale di Gobetti e all’«enorme valenza culturale» del suo appello a un nuovo illuminismo, non solo poetico e letterario, nel periodo della «barbarie» seguita alla Marcia su Roma; appello, infatti, immediatamente accolto da poeti come il Montale del «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», ossia della verità destrutturante. È arduo, sostiene l’Autrice,

 

continuare a parlare di un Gobetti critico letterario come semplice appendice di una sua attività genericamente — e spesso riduttivamente — definita “giornalistica”. Sia perché, al di là del singolo caso gobettiano, quella non accademica, espressasi su giornali e riviste non solo letterarie, è stata tra le migliori critiche militanti novecentesche (versante poetico incluso); sia perché, nel caso specifico di Gobetti, è quanto mai improprio pensarlo impegnato su scrittoi separati ed ergere paratie contrarie alla sua stessa idea di cultura. Lo stesso Gobetti, nel 1922, risponde al Prezzolini «apota» [‘chi non se la beve’]: «la nostra cultura, come tale, è azione, è un elemento della vita politica».

 

Montale, dunque. Le idee di Gobetti, suo primo editore, sulla «decenza quotidiana» e sull’«Illuminismo» opposto alla «barbarie» vengono plenariamente accolte non solo nella prima silloge, gli Ossi, ma anche nelle Occasioni e nella Bufera, nei Tempi di Bellosguardo e nella breve prosa Visita a Fadin:

 

Vengono rivendicati gobettianamente il valore e la forza, in pericolo, della civiltà europea contro la barbarie, ma anche l’idea e le parole stesse a favore di una cultura «serena e onesta» e persino di un’«aridità» contro ogni sentimentalismo, come scriveva Gobetti; fino ad arrivare al lascito morale e politico cui Montale si ispira negli anni più bui del fascismo, e poi nelle sue scelte a cavallo tra Liberazione e primi anni della nuova Repubblica in cui sperava — quella di «giustizia e libertà». Questi sono alcuni dei segni gobettiani che lasciano un’impronta profonda nell’idea di Homo Italicus montaliano, ridimensionando una lettura esclusivamente esistenziale e metastorica di quella poesia sin dagli Ossi pre-gobettiani.

 

Il capitolo conclusivo è dedicato all’Homo Italicus nell’invettiva del secondo Novecento (Pasolini e Fortini; Pagliarani e Leonetti; Sanguineti e Giuliani; Bassani; Montale, Saba e la linea lombarda; Volponi, Roversi, Caproni, Zeichen, Zanzotto; Orelli, Delfini e Cattafi; Bellezza, Merini, Valduga, Rosselli; Magrelli, De Signoribus, Raboni):

 

Dalle negazioni montaliane il passo verso lo snodo finale di questo mio percorso è breve: siamo alla forma invettiva, all’Italia ‘del no’, che seguendo le più varie strade — di pensiero e di stile — attraversa in maniera direi esuberante il territorio poetico del secondo Novecento. A partire dagli Epigrammi pasoliniani degli anni Cinquanta per arrivare fino agli anni Novanta e oltre, che, grazie a «sua Emittenza » — cito Sanguineti — riattivano una verve invettivale tuttora ancora vivace.


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