16 settembre 2020

Magic Mountain

 

Alessandro Iovinelli

Magic Mountain

Torino, Robin Edizioni, 2020

 

«La verità è che l’esistenza umana non è soltanto strana, ma pure imprevedibile − questa fu la conclusione provvisoria di Alberto». Sarei quasi d’accordo con la riflessione di questo personaggio, se non fosse che proprio lui, nella terza e ultima novella di Magic Mountain di Alessandro Iovinelli (Robin Edizioni, 2020), chiude un cerchio tematico e linguistico della narrazione. Non è imprevedibile la vita, ma il motore che le permette di intraprendere il suo viaggio più intenso, in una direzione che forse assomiglia a quell'inconfondibile su-e-giù delle montagne russe: l’amore. Ce lo insegnano gli antichi proprio con la parola, a partire dall’organo più misterioso e poetico del nostro corpo, il cuore, che tra le sue consonanti nasconde la radice del sobbalzo − l’indoeuropeo skar/skard, “saltellare”; il sanscrito kùrdati, “saltare”, il greco skàiro, “vibrare” − e, collegato al suo sentimento, l’eros, è capace di far muovere un individuo verso un altro. «Le azioni compiute da uomini e donne non si rappresentano in termini psicologici. La loro dialettica − ammesso che ve ne sia una − è un’altra», afferma la narratrice della prima novella, Cacciatori di polvere di stelle: la storia che racconta, ambientata nella città immaginaria di Sagrana, vive delle chiacchiere e dei ricordi dei due personaggi principali, Ross e Greene, il primo definito dalla stessa «rullo compressore» e «predatore sessuale» nelle sue conquiste, il secondo vittima dell’universo femminile, precisamente delle donne che non condividevano la sua principale passione, il cinema, ma di quelle che accettavano di essere invitate a vedere un film. Per Greene rappresentava un ideale di quando era ragazzo, dal quale non riusciva a separarsi: era la sequenza dell’incontro (il film, la cena e il confronto, la strada verso casa e il casto bacio della buonanotte) a sublimare il suo romanticismo. Quello che gli bastava era un’epifania.

Se l’amore che contraddistingue la vita di Ross rappresenta per la narratrice un materiale narrativo più semplice da modellare e da comprendere, forse − «l’azione di Ross poteva essere finalizzata, sia pur in ultima analisi, a uno scopo pratico, il “rimorchio”» −, quella di Greene «era un’attività di natura puramente estetica, alla Kant». La fascinazione che prova la narratrice nei confronti della visione amorosa dell’amico è forte tanto quanto quella che Greene prova nei confronti dell’universo femminile, di cui è impossibile parlare in modo chiaro. «Quando saremo morti, che cosa resterà di noi? Nulla. E allora per quale motivo saremo vissuti?». Il monologo di Greene rimane sospeso. Mentre Elìs cerca disperatamente di trovare una risposta sull’amore, su come gli uomini vivono l’amore, su come sia possibile vivere l’amore, avverto un’altra voce, messa in bocca a Greene, che sentenzia sul concetto proprio di verità, «un’ossessione» che sembra non avere nulla a che fare con la letteratura. E nemmeno con la vita. Del resto, quale storia narrata o reale è davvero chiara? Quale interpretazione corretta? Se davvero l’unica via possibile è quella di un pellegrinaggio verso «chimere e disincanti», come sostiene Greene, siamo una schiera di cacciatori di polvere di stelle, di un’ossessione irraggiungibile che ci ha trafitto e ci chiama continuamente. «Cosa pensi di ricavare dalla vita?».

 

Nella novella successiva, Come l’amore perduto, alla domanda di Elìs risponde la storia del nuovo narratore, che dichiara fin dalle prime righe di essere un seguace (o una vittima?) dell’ossessione erotica del corpo femminile, in particolare di avere una vera e propria venerazione per la «statua» della moglie, dalla quale, nonostante la crisi matrimoniale, non riesce ad allontanarsi. Fino a quel “ma” di Leo, ritrattista di Mercedes e presunto amante, molto più potente del rumore delle imposte che si chiudono e dei silenzi in casa. Da attento scrittore, il narratore sembra intravedere nella parola una potenza incomprensibile, capace di sconvolgere, di nuovo, la rotta del cacciatore. «Aveva detto “ma”! Allora ero spacciato: il destino umano non è nascosto nei grandi discorsi, nei paroloni e nei voli pindarici, ma si cela nelle congiunzioni, nelle interiezioni, perfino nell’intercalare. [...] Con quel “ma” mi aveva già detto tutto». Il traditore si sente tradito prima ancora di scoprire la verità − un amore fondato sulla stima e sulla fiducia da parte della moglie; una sua vigliaccheria e gelosia esorcizzate con una relazione clandestina −, e nella scrittura ricrea un nuovo destino per il suo amore perduto, che «come la vita di carta ci sfugge di mano, prende la sua strada e raggiunge una terra rimpianta, ma sconosciuta».

 

Anche nell’ultima e terza novella, Un cuore da ragazzo, è ancora il ricordo di un amore che fa vibrare l’esistenza di Alberto Senesi, ex professore giunto nell’età della saggezza, che cerca di non essere distratto dal suo ultimo compito: farla finita. Ma «il suicidio era una soluzione da scartare. [...] prima ancora era necessario sistemare i conti lasciati in sospeso e garantire a quel poco che gli restava un avvenire un po’ più dignitoso dell’abbandono, del naufragio, della dissipazione. Tutti usciamo di scena un giorno o l’altro − lo sapeva perfettamente. Ciò nonostante voleva andarsene soltanto dopo aver portato a compimento la sua parte». Alberto doveva solo essere concentrato sui vari passaggi. A partire dalla donazione del patrimonio librario privato alla sua vecchia scuola, che però non va a buon fine. Le montagne russe risalgono e il protagonista non l’aveva previsto. Forse «c’era ancora tempo per uscire di scena». Toni, la donna gli dava le spalle nella sala d’attesa dell’agenzia immobiliare, è il suo amore ritrovato. Così come ritrovati sono l’inquietudine che l’uomo prova nell’attesa della prima risposta alla sua mail, la difficoltà delle intenzioni di lei al telefono, fino alla bellezza della riscoperta delle sfumature di uno dei simboli dell’amore, il talamo, ovvero «la zattera, perché evoca un oceano in tempesta, i marosi che ci circondano, l’affondamento dell’imbarcazione, il salvataggio temporaneo, la speranza di un approdo, l’attesa della linea di terra all’orizzonte. Non dunque un’isola, dove si può invece sbarcare e, quand’anche vi si faccia scalo in seguito a un naufragio, vi si può sopravvivere». Anche se la loro relazione si consuma in una dimensione che non ha nulla a che vedere con la terraferma, i piedi di Alberto per la prima volta scendono le scale in gran velocità, e la vecchiaia, la malattia, l’insofferenza nei confronti della situazione familiare sembrano avere meno potere sul ricordo di un amore. «Secondo me» riflette Alberto con Toni alla fine della visione di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, «la sua tesi è che il tempo non esiste, ma solo la memoria che se ne ha. E questa non si può cancellare: vi sono infatti ricordi cui non vorremmo rinunciare nemmeno nel momento del disincanto». Scordare, infatti, come la storia etimologica della parola insegna, significherebbe abbandonare il terreno del cuore e dunque non essere connessi con la nostra illusione, che assomiglia alla polvere da cui siamo attratti e che, anche se per poco, rende la nostra terraferma una zattera, e viceversa.


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