23 settembre 2020

In tono minore

 

Evaristo Seghetta Andreoli

In tono minore

Prefazione di Sauro Albisani

Postfazione di Fabia Baldi

Firenze, Passigli, 2020

 

 

Ciò che trovo più toccante nella voce di Evaristo è la capacità di rispettare quello che vorrei definire un foedus poetico, un patto col lettore ancora fondato, nonostante le distruzioni del Novecento, sulla superstite e tenace fiducia nella possibilità di riconoscere e condividere la “poeticità” dell’esperienza esistenziale. Parliamo di una dimensione ontologica che sempre meno oggi assomiglia a una koiné, a fronte dell’indubitabile dilagare dell’impoetico, che mette tutti d’accordo.

 

Così il prefatore. Al che non si può non eccepire che a) il Novecento è stato il secolo non già delle «distruzioni» in campo estetico, ma delle decostruzioni altrettanto imperative che rivoluzionarie, non solo in campo estetico; b) l’«esperienza esistenziale» non può dirsi né poetica né impoetica, essendo nient’altro che sorda bruta materia finché non intervenga a vivificarla ed esaltarla il linguaggio; c) poiché la poesia, nessuno vorrà negarlo, è atto di parola (e non diario, sfogo, confessione, luogo del creaturale, squadernamento di significati), il suo unico contenuto, la sua sola sostanza è la forma; ergo, o consiste in ricerca perpetua, trauma, trasfigurazione del dato esistenziale, negazione dello status quo poetico, antagonismo e avanguardia, o non è.

 

Quanto, dunque, di più diametralmente opposto a questa poetica, programmaticamente aliena da ogni ricerca formale (ovvero, è bene ribadirlo, sostanziale), plenariamente paga di adagiarsi nell’alveo della tradizione cosiddetta antinovecentista a forti tinte e suggestioni crepuscolari (come in primis testimonia il titolo), adoprandone temi e strumenti senza colpo ferire. Parlino versi “lunari” e “celesti” (a ragione la postfatrice discorre di «panteismo dannunziano» e di «sublimazioni leopardiane e cardarelliane») come «Siamo pieni di cose, di case. / Di niente. / Immersi nel tangibile, abbiamo smarrito ogni meraviglia»; «Eppure, torneremo liberi, / lievi, tra le braccia sfilacciate delle nuvole, / sospesi ai cirri»; «Freme la mente, di amaro e di miele, / a questo esordio dell’estate, / nella dolente parobola del sole»; «Nella stanza, tra pavimento e soffitto, / oltre la finestra aperta sul buio del Non-Io, / cerco l’archetipo della notte. / In fondo al nero attendo, a modo mio, / il diradarsi delle nuvole»; «I vecchi, i miei vecchi: mani squarciate / dalla tramontana e dalle mietiture»; «Ora, che sugli occhi tuoi è scesa la sera, / ora che la tua mano fredda / chiede asilo alla porta del cielo, e vana / è la parola, nella tua assenza terrena»; «Intanto, scendevano fiocchi dal cielo, / bianchissimi. // Noi, con i grembiuli neri, tutti lì, i nasi schiacciati ai vetri»; «E io, grembiule nero e fiocco blu, / vagavo nel mio cielo»; «Quanto era pesante la campana / che, nel cielo di novembre, scandiva la notte del mio paese / […] Quali sorrisi, quali lacrime, / a ogni rintocco, dentro le povere case. / Gli ultimi si perdevano / nel fumo dei comignoli stanchi, / di un altro autunno, povero di luce»; «Prendevo il volo: mi trasportavano / le nuvole sopra il ginnasio. / […] lui sa / che son distratto, ancora adesso, che il cielo è un altro cielo / e già discende la sera»; «Le braccia / allargate nel vuoto, a una luna perplessa, / ballo da solo»; «Quando muore un amico, perdi una mano, un braccio, / ti manca metà cuore. / […] E la vita aveva l’odore dei campi arati».

 

Si dirà: toni e motivi uditi e strauditi fino all’insoffribile noia. Eppure questa raccolta sprigiona un fascino cui è arduo sottrarsi, al punto che i principî di cui sopra rischiano di vacillare. Perché il Nostro non lavora di bulino sul micro (il fonema, la parola, il verso), ma sulla struttura, ossia sulla silloge nel suo complesso, esattamente come il prosatore (la narratività è infatti la sua cifra più autentica e mirabile, soprattutto quanto a carica espressiva: «A un tratto, un cane nero / sbucato improvviso dal folto: / difende la sua proprietà. / Lo guardo. Mi preparo alla guerra. / Non arretra la bestia: digrigna, latra, / poi scompare. // Proseguo così, seguendo il sentiero, / fino al guado del fosso, fino al filo spinato, / al passo in salita… Più in alto, / fino al limite estremo con il paradosso»), sicché l’universo che il libro fonda e attraversa conta assai più d’ogni singolo asserto. Un universo, si badi, che si rivela compiuto autonomo persuasivo esclusivamente al lettore tanto sagace da non sostare sul dettaglio, risarcendo le parti in un tutto organico.

 

Di più. Ingenuità e negligenza formale (scilicet sostanziale) sono solo apparenti: le rare, non sistematiche parole-rima (spesso dislocate, interne, al mezzo o interstrofiche) e gli altrettanto isolati provvedimenti sostitutivi pararimici (assonanza e consonanza) non sono che relitti, feticci destituiti di valore tematico, quindi adibiti a mansioni critiche. Inoltre, il prevalere del polimetro e la pressoché totale assenza di segmenti isoritmici e misure canoniche (la stragrande maggioranza dei versi eccede le undici sillabe, sboccando nel prosastico e perfino nell’oralità «rasoterra», come direbbe Mengaldo, ossia nell’antiretorico; i metri minori hanno accenti eslegi) non possono in nessun modo essere preterintenzionali: è rifiuto della musicalità tradizionale, studio e ricerca di nuovi accordi:

 

NEMESI

È il momento di uscire dal barile del pesce,

dalla compressione: colpa del demiurgo del male.

Quel farabutto ha deciso per me,

mi ha tolto anche l’ombra,

dacché manovra la luna e la fortuna.

 

Ora, se ascolto la notte, nel tuono risuona

l’impeto di un temporale che non scoppierà.

 

 

SEDICI GENNAIO

Sarà da ricordare questo sedici gennaio,

mentre piove su Firenze, piove su San Miniato,

che severo attende la mia conversione

a lungo rimandata, forse incipiente.

 

Sul ponte sfilano i lampioni: tra poco accesi,

faranno luce sulla giusta direzione.

Io resto qui, in attesa, al riparo in un caffè.

La barista filippina mi lancia occhiate ostili:

non tollera che scriva su un taccuino per ore,

al prezzo semplice di un tè.

 

E mi domanda muta che cosa mai si potrà dire

della serata grigia di un sedici gennaio,

con un solo avventore seduto a questo tavolo:

la tazza vuota, una teiera fredda, senza tè.

 

La sfida di dir molto con poco può dirsi vinta.

 


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