21 settembre 2020

L’italiano delle traduzioni

 

Stefano Ondelli

L’italiano delle traduzioni

Roma, Carocci, 2020

 

Il neologismo traduttese (datato 2013) identifica genericamente la lingua usata dai traduttori che cercano di imitare lo stile dell’originale senza la dovuta e necessaria rielaborazione. Come altre neoformazioni simili (giornalese, politichese oppure aziendalese), acquista inevitabilmente una sfumatura negativa (e ironica) indicando un insieme di tratti stereotipati che caratterizzano la lingua usata da un determinato gruppo di persone: nel caso del traduttese si tratta di solito di semplificazione sintattica, di lessico ripetitivo e generico, ricco di calchi prevalentemente dall’inglese.

Chi non riconosce l’ombra dell’inglese in espressioni come “chiudi quella cazzo di bocca!” oppure “la tua fottuta idea” o “hai realizzato?” (nel senso di “hai capito?)”? o, ancora, l’uso diffuso di assolutamente, di dannato e così via? Sono espressioni che ricorrono anche, e soprattutto, nella lingua del doppiaggio (il doppiaggese) e nelle traduzioni di generi letterari molto diffusi, come il noir: la lingua tradotta non è solo quella della letteratura “alta” e di quella “di consumo”, ma anche quella degli audiovisivi e dei fumetti, dei tanti testi funzionali, quali, per esempio le (terribili) traduzioni dei manuali di istruzione di elettrodomestici con le quali combattiamo quotidianamente. Per questo è la lingua alla quale siamo più esposti, che interagisce e influenza i nostri comportamenti linguistici e la percezione stessa che abbiamo della norma linguistica.

Ma com’è l’italiano delle traduzioni? E soprattutto come si può descriverlo in senso ampio senza cadere in una descrizione di singoli casi, inevitabilmente legati alle contingenze specifiche in cui avviene la traduzione? A questi interrogativi, affrontati fino ad ora in modo saltuario ed episodico, si propone di dare una risposta sistematica l’agile libro L’italiano delle traduzioni di Stefano Ondelli, docente di Linguistica italiana presso il Dipartimento di scienze giuridiche, del linguaggio, dell’interpretazione e della traduzione dell’Università di Trieste, pubblicato nella collana Le Bussole dell’editore Carocci.

Il percorso dell’autore muove da quella che definisce “la civiltà della traduzione”, ovvero il convulso mondo globale e postbabelico in cui la velocità della comunicazione e le nuove esigenze nate e proliferate grazie al web (si pensi alle piattaforme che distribuiscono prodotti audiovisivi) cambiano probabilmente lo stesso concetto di traduzione, facendo passare in secondo piano il tradizionale punto di vista legato alla dialettica testo originale e testo tradotto. I numeri delle traduzioni nel mercato librario, giornalistico e audiovisivo che l’autore fornisce (numero di libri, di serie televisive, di articoli di giornale tradotti rispetto alla produzione italiana) documentano concretamente la presenza capillare del fenomeno e giustificano l’interesse per la lingua tradotta, non solo per delineare l’eventuale distanza dall’italiano, ma anche per capire come questa possa influenzare i nostri usi linguistici. In questa prospettiva di indagine le traduzioni sono considerate come un insieme di testi autonomi e la descrizione dell’italiano delle traduzioni si basa teoricamente, oltre che sulla linguistica dei corpora, sugli “universali traduttivi”. 

Il concetto di universali traduttivi è il punto di approdo degli studi teorici sulla traduzione, sinteticamente richiamati da Ondelli; con essi si intendono delle costanti, delle regolarità che appartengono ai testi tradotti in generale, a prescindere dalla lingua dalla quale si traduce, dovute a comportamenti ricorrenti dei traduttori, quali la tendenza all’esplicitazione (cioè l’aggiunta di informazioni di vario genere che possano aiutare il lettore non a conoscenza di determinati aspetti culturali e una maggiore esplicitazione sintattico-testuale, quindi con l’introduzione di connettivi e congiunzioni e così via), alla semplificazione (il traduttore tende a semplificare sia lessico sia costrutti sintattici), alla normalizzazione (cioè il maggiore conservatorismo della lingua tradotta), e la convergenza (vale a dire il maggiore avvicinamento dei testi tradotti alla lingua di origine). Vista la finalità dello studio di Ondelli, degli universali traduttivi si prendono in considerazione solo quei tratti che possono essere chiaramente rilevabili in un confronto fra italiano tradotto e italiano: l’obiettivo cioè non è tanto di confrontare e “misurare” la maggiore presenza di connettivi nel testo d’arrivo rispetto all’originale, quanto di vedere se un corpus di traduzioni confrontato con un corpus di testi analoghi non tradotti presenta differenze significative per quanto riguarda l’uso dei connettivi.

La descrizione dell’italiano delle traduzioni è condotta sugli studi disponibili, dedicati a diversi generi testuali, ripresi e ripercorsi alla ricerca di ricorrenze e regolarità riconducibili agli universali traduttivi. Per quanto riguarda la morfologia pronominale, per esempio, gli studi mostrano una tendenza costante nella lingua tradotta all’esplicitazione dei pronomi soggetto, anche nei casi in cui non sarebbe necessario, e dell’uso ricorrente di dimostrativi e di sostantivi con questa funzione. Per quanto riguarda invece il conservatorismo dei traduttori, da un confronto fra articoli di giornale tradotti e non tradotti emerge come negli articoli tradotti affiorino forme più ricercate, come debbono invece di devono, il maggiore uso del condizionale, e l’uso di congiunzioni come affinché e sebbene, un uso maggiore del passato remoto, e così via. Significativa anche la tendenza trasversale dei traduttori a utilizzare meno prestiti integrali e ad un uso meno disinvolto di calchi semantici; da notare, inoltre, che – per influenza del testo originale – gli articoli tradotti mostrano una maggiore sensibilità di genere (“diritti umani e della persona” invece di “diritti dell’uomo”; donne parlamentari; ragazzi e ragazze, e così via). Ampia anche la descrizione della lingua doppiata e della traduzione dei fumetti, la cui importanza è stata da tempo sottolineata dai linguisti per la funzione modellizzante offerta alla comunità dei parlanti.

Al di là della preziosa sintesi complessiva dell’italiano tradotto, preme sottolineare il punto di vista sull’argomento proposto da Ondelli, un punto di vista che tiene conto dei più recenti orientamenti teorici e che fornisce strumenti e metodi per descrivere la traduzione in un contesto composito e sfuggente come quello attuale, in cui il concetto stesso di originale sbiadisce, non solo nel mondo fluido del web, ma anche all’interno della più grande agenzia di traduzione del mondo, cioè l’Unione Europea (a cui Ondelli dedica un esaustivo capitolo), dove i documenti ufficiali sono co-redatti simultaneamente nelle 24 lingue ufficiali della Comunità (come impone la condivisibile scelta del multilinguismo) facendo così venire a meno il rapporto gerarchico fra originale e traduzione.


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