14 ottobre 2020

Retorica e narrazione del viaggio. Diari, relazioni, itinerari fra Quattro e Cinquecento

 

Sergio Bozzola

Retorica e narrazione del viaggio. Diari, relazioni, itinerari fra Quattro e Cinquecento

Roma, Salerno Editrice, 2020

 

Affascinano, nella loro diversità e fluidità testuale, le carte che Sergio Bozzola esamina nel suo saggio Retorica e narrazione del viaggio. Diari, relazioni, itinerari fra Quattro e Cinquecento, pubblicato dalla Salerno, nella Collana Forma e stili del testo, che dirige con Chiara De Caprio. Quello di Bozzola è un lavoro che ci guida con sicurezza e perizia tra le trame di uno «stato testuale fluido, oscillante nelle forme e nelle intenzioni» (p. 86), tra le pagine, cioè, della letteratura di viaggio, esaminando lingua e stile di alcune di queste, tra le quali: le celebri Navigazioni atlantiche di Alvise Da Mosto, il Diario de a bordo di Colombo, la Relazione del primo viaggio attorno al mondo di Pigafetta e, ancora, le lettere di Vespucci, il Mundus novus, la Histoire d’un voyage fait en la terre du Bresil di Jean de Léry.

 

È un viaggio di carta e retorica, di lingua e forme discorsive, della meraviglia di chi ha visto  e ha cercato di raccontare, scontrandosi con la propria lingua, rivelatasi povera e insufficiente («Il viaggiatore privo di strumenti lessicali e di categorie interpretative adeguate, doveva cioè ricorrere all’orizzonte noto per descrivere l’orizzonte ignoto, all’oggetto endotico per restituire l’oggetto esotico», p. 9), un viaggio in cui Bozzola definisce le figure, individua le risorse retoriche, descrittive e narrative con le quali «lo scrivente cerca di afferrare e rendere comunicabile l’alterità» (p. 10).

 

Non erano viaggi di piacere, certo, quelli qui esaminati ed erano – purtroppo, come la storia ci ha dimostrato – anche lontani, nei risultati, da quel desiderio di conoscenza e perfezionamento che aveva mosso chi li aveva compiuti, ma erano dei viaggi e – poi – dei testi da sottoporre ai propri signori, lettori, committenti interessati alle possibilità di sviluppo dei mercati, a mire politiche ed espansionistiche, testi in cui – anche e soprattutto per tale ragione – alla meraviglia e allo stupore («segondo mi, che pur ò navigado in molti luogi e in levante e in Ponente, mai non vidi la più bella costa de quel che me parse questa», Alvise da Mosto) si accompagnava il bisogno di esattezza («una temporalità cioè sentita economicamente come profitto e investimento e dunque da sottoporre a misurazione precisa, ad uso dei viaggiatori e commercianti futuri», p. 76) in una trasformazione, quindi, della testimonianza in documento, dello stupore in inventario, calcolo e misura («La isla Española tiene de longitud […] más de ciento y cincuenta leguas. Está la propria ciudad en diez y nueve grados a la parte del mediodía», Oviedo), mostrando così l’anima pragmatica di queste scritture che individuano, descrivono, quantificano, misurano con la finalità di «avvicinare il più possibile le parole alle cose». «Il dettaglio mensurale è», infatti, «parte di una strategia complessiva di credibilità e di efficacia» (p. 83).

 

Tra queste pagine, Bozzola si fa strada seguendo la segnaletica inappuntabile della stilistica, individuando costanti formali e accompagnandole con esempi tratti dal corpus di riferimento che possano tracciare dei caratteri ricorrenti e rintracciare significati nascosti tra le trame del testo. Tra figure di accrescimento («El paexe suo è tuto campagna e de pascholi con moltitudine de albori, e in algune parte albori bellissimi e grandi ma non per nui cognosudi», Da Mosto) e comparazioni, «luogo dell’incontro fra l’alterità e l’orizzonte culturale noto allo scrivente e al lettore» (p. 25); perimetri tematici della meraviglia (la natura, il paesaggio, il viaggio stesso: di terra e di mare, tra deserti e tempeste); persone, ambienti, città, osservati e raccontati con stupore, ma riportati all’oggettività dalla necessità di una descrizione puntuale (da sottoporre, come si diceva ai committenti) e da un dato di realtà che possa far credere anche a chi non ha visto, magari ricorrendo al motivo dell’incredibile visu: «anticipando l’obiezione di inverosimiglianza del lettore, lo scrivente in un certo senso, retoricamente lo disarma» («Molte altre cose simili potrei contare con verità, che paiono incredibili, […] è impossibile imaginarselo, e meraviglioso a chi lo vede», Barberini), in un messaggio che passa dalla molteplicità e varietà all’esattezza, ma che si fa, anche, narrazione efficace come dimostrano le tre letture che seguono la trattazione e «che restituiscono al lettore la dimensione straordinaria e l’impatto emotivo dell’esperienza odeporica» (p. 10), mostrando quel fascino narrativo che si accompagna alla pragmaticità di questi testi, come testimoniano, per esempio, i diari di Marin Sanudo, in un passo che descrive il Collegio dei Savi di fronte alle parole del Pigafetta («Vene in Collegio uno vicentino nominato il Cavalier errante, ferier di Rhodi, qual è stato 3 anni in India per veder, et riferite a bocha di quelle cosse, che tutto il Collegio stete con gran atention ad aldirlo, et disse mezo il viazo: et dapoi disnar etiam fo al Doxe, et referite zercha queste cosse lungamente; siché Soa Serenità e tutti chi l’aldite rimasero stupefati di quelle cosse in India», p. 117).


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