19 ottobre 2020

Sullo scetticismo di Hume

 

Antonio Pizzuto

Sullo scetticismo di Hume

a cura di Antonio Pane

Palermo, University Press, 2019

 

Curatore di capi d’opera come Sul ponte di Avignone, Signorina Rosina, Ravenna, Paginette, Sinfonia, Testamento, Antonio Pane pubblica la tesi della seconda laurea conseguita dal prosatore palermitano in Filosofia il 7 aprile 1922 dopo quella in Giurisprudenza (19 giugno 1915). L’iscrizione alla Facoltà di Lettere avviene il 31 agosto 1915 sia per passione sia al fine di evitare la chiamata alle armi. Così nel romanzo autobiografico Sul ponte di Avignone: «l’Università si vuotava. Ed io seppi restare. Non feci nulla di illecito per sottrarmi. Approfittai di leggi al cui beneficio avrei dovuto rinunciare. E mentre essi morivano restai solitario nella biblioteca; i maestri entrando mi sorridevano. Lessi rapito tutto quanto Platone e gli altri».

 

Il 1° settembre 1918 Antonio (all’anagrafe Antonino) Pizzuto è nominato vice-commissario di 5a classe con assegnazione alla Questura di Palermo. Anche di questo si legge un rapido resoconto in Avignone: «conseguii un impiego. Era la negazione di quanto mi si confaceva; ma coltivai l’illusione che un giorno o l’altro avrei potuto riprendere la vita di prima tal quale e divenni uno spostato così insensibilmente da accorgermene soltanto dopo anni». E nel fraterno Si riparano bambole: «Il guaio essere capitato in un tale ufficio. E dire che nell’adolescenza, pur di scansarlo imboccava strade più lunghe o, se era necessario transitare da lì, si serviva del marciapiede opposto, mai sbirciando il bigio edificio».

 

Si tratta, avverte Pane, d’un lavoro privo d’interesse e originalità, «interamente esemplato» sul pensiero del suo amatissimo maestro, il filosofo fenomenista Cosmo Guastella. Un saccheggio sostanziale oltreché lessicale (ma escluderemmo senz’altro i segnalati cangiare, cangiamento, quistione, all’epoca assolutamente normali). La paziente, esaustiva collazione con l’opera guastelliana merita una citazione pressoché integrale:

 

Quando Pizzuto parla della fallacia delle «verità assiomatiche ed intuitive, che si presentano al nostro spirito con estrema frequenza ed irresistibilmente» e le paragona a «certi titoli di credito che inspirano una fiducia internazionale tanto grande quanto ingiustificabile in maniera concreta e che talvolta ritornano ad essere dei semplici pezzi di carta, ai quali non viene attribuito più alcun valore», declina a suo modo un’immagine di Guastella: «I simboli sono la carta moneta del pensiero: dei simboli che non possono scambiarsi in niun modo in rappresentazioni sono come della carta moneta che non ha più corso, parole e niente più, che hanno l’aria di avere un significato misterioso e profondo, perché non hanno in realtà nessun significato». E quando denuncia il postulato scettico che «l’esperienza non può dar luogo a proposizioni universali», ripete quasi alla lettera il Guastella che allo scetticismo rimprovera «la pretesa che l’esperienza non può dar luogo a proposizioni rigorosamente universali». A proposito della gravitazione universale, e in genere delle leggi della natura, Guastella scrive: «Lungi di sembrarci necessari, questi legami ci sembrano arbitrari; lungi di sembrarci evidenti, ci sembrano misteriosi; lungi di sembrarci naturali, ci sembrano, per usare le espressioni di Bacone, strani e inverisimili e come altrettanti articoli di fede». E Pizzuto, a specchio: «Ma perché i corpi si attirano in ragione inversa del quadrato della loro distanza? Questo fenomeno ci sembra arbitrario e misterioso e lo ammettiamo, per ripetere la famosa espressione di Bacone, come un articolo di fede rivelatoci dall’esperienza, ma non desistiamo per questo dal cercarne una spiegazione».

 

Guastella presenta così i fondamenti del fenomenismo: «Le due ultime forme del realismo si fondano ciascuna sulle rovine della forma anteriore. Il realismo dei fisici si stabilisce facendo la critica del realismo naturale; il realismo dei metafisici, facendo la critica del realismo dei fisici. Il fenomenismo poi si fonda sulle rovine del realismo dei metafisici, come questo su quelle del realismo dei fisici, e il realismo dei fisici su quelle del realismo naturale». Cui fa eco Pizzuto: «la concezione realistica che subentra alla volgare sia per parte della scienza che per parte della filosofia sorge come una modificazione di quella volgare dopo che se ne è riconosciuta la natura illusoria, perché la distruzione del realismo volgare non implica la distruzione della credenza nella cosa in sé; ma questa persiste dopo che la concezione realistica volgare è rimasta distrutta e le sostituisce un altro modello di realismo che è quello che abbiamo studiato tutti in fisica e quello che, distrutto anche quest’ultimo, le sostituisce la metafisica».

 

Ma è a proposito di Stuart Mill che il Questore si macchia di plagio. Guastella: «com’è stato segnalato dal Mill, è un sofisma naturale, anzi il sofisma naturale per eccellenza, del nostro spirito, credere che ai legami necessari o molto intimi tra le nostre idee devono corrispondere dei legami tra le cose corrispondenti a queste idee: le cose che non si possono pensare l’una senza l’altra devono coesistere; le cose che non si possono pensare insieme non possono coesistere». Pizzuto: «Il sofisma naturale per eccellenza del nostro spirito è, dice John Stuart Mill, di credere che ai legami necessari o molto intimi fra le nostre idee devono corrispondere dei legami fra le cose corrispondenti a queste idee: le cose che non si possono pensare l’una senza l’altra devono coesistere; le cose che non si possono pensare insieme non possono coesistere».

 

Insomma, conclude Pane, «il vice-commissario Pizzuto si è arrangiato, anzi ha dovuto arrangiarsi: i casi della vita […] non gli hanno permesso di produrre qualcosa più di un ‘compitino’, di fornire un contributo scientifico di qualche pregio», benché «affiori di quando in quando lo scrittore»:

 

Così, parlando dello Hume che smaschera il concetto di causa ma esita ad accertarne le conseguenze, Pizzuto intravede «lo sconforto che dovette accompagnare in lui la capitale scoperta», divina «l’irrequietezza che non sapeva trovare riposo», dipinge la sua controversia con la ragione che «si dissolve come nebbia non appena egli la guarda», illustra il conflitto teoretico con la potenza di un’immagine («parrebbe che in certi momenti egli consideri il pensiero come composto di due grandi provincie, l’immaginazione e la ragione, ciascuna delle quali avrebbe la sua giurisdizione, indipendente da quella dell’altra») da cui germina una elegante variazione: «Se ci fu lecito paragonare la seconda forma a due Provincie di uno stesso Stato, potremmo dire della terza che essa ci presenta la ragione, nei suoi rapporti con l’immaginazione, come uno stato indipendente entro un altro stato».

 

Se bastino questi e altri colpi d’ala a riscattare il «compitino» sarà il lettore a giudicare.

 


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