25 novembre 2020

Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole

 

Vera Gheno

Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole

Firenze, effequ, 2020

 

Il 13 novembre 2020 è cambiato il vento alla Sapienza – Università di Roma. La professoressa Antonella Polimeni è stata chiamata a ricoprire la massima carica accademica del prestigioso ateneo romano, entrando così nel novero ristretto delle rettrici italiane.

Dopo essermi rallegrata per il fatto in sé, ho osservato incuriosita la reazione dei media e ho notato che, nella maggior parte dei casi, è stata utilizzata con naturalezza la parola rettrice, anche se non sono mancati equilibrismi linguistici del tipo «donna rettore», «rettore donna» o «magnifico rettore donna».

Mi è capitato anche di ascoltare o leggere interviste alla neorettrice, in cui la questione terminologica veniva addirittura collocata al primo posto. Prima ancora di indagare sensazioni, emozioni o progetti futuri, si parlava di parole e di definizioni, come in questo caso:

«Antonella Polimeni: rettore o rettrice?

Rettrice, la Crusca ci dice rettrice.

E il cuore?

Rettrice, rettrice, decliniamo così»

(Alessandra Arachi, Corriere.it, 14 novembre 2020)

 

Questo è solo uno dei segnali che evidenziano quanto la questione femminile non sia affatto secondaria nella nostra lingua. E di questo si occupa Vera Gheno, sociolinguista e social-linguista molto esperta, nel bel libro Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole.

La studiosa parte dal dibattito pubblico presente nei social network per parlare di femminile (soprattutto professionale), attraverso un confronto pacato («la migliore arma contro la supponenza è l’informazione, la quieta assertività»), costruttivo e rigoroso.

Mi piace sottolineare questo aspetto perché in molti degli interventi raccolti nel libro emergono rabbia e talvolta odio, a testimonianza di quanto la lingua non sia asettica né avulsa dal mondo che descrive. Al contrario, è intimamente collegata a questioni sociali, culturali e politiche.

Con il consueto piglio brillante, Vera Gheno raccoglie dai social network un gran numero di opinioni di italiane e italiani che si infervorano sull’opportunità di usare questa o quella parola, e ne fa materia di studio.

L’universo dei social diventa così osservatorio privilegiato per parlare di lingua italiana. Gli strumenti di una studiosa, che non urla ma spiega, che non si mette in cattedra ma argomenta, servono anche a far comprendere che se certe parole non possono essere usate o inventate tout court non per è un capriccio ideologico ma perché semplicemente non è corretto (per esempio, da un punto di vista grammaticale).

 

C’è un certo margine di movimento all’interno della nostra lingua. Perché una donna preferisce essere chiamata direttore generale? Forse perché il maschile di questa locuzione nominale la fa sentire maggiormente autorevole? La grammatica non lo impedisce, di per sé non è sbagliato, così come tuttavia non sarebbe sbagliato usare direttrice generale. Il punto è: che cosa porta ad una scelta del genere?

Altro discorso è sostenere, battendo i piedi come i bambini, qualcosa del tipo “se si può dire sindaca, ministra o assessora allora io dico *giornalisto e *pediatro. L’autrice pubblica molti interventi che hanno dell’incredibile, che però è capace di sgonfiare poco a poco, riconducendo pazientemente il discorso nei confini del buon uso della grammatica italiana e della buona educazione, anche quando i toni si fanno sgradevoli («Non è che perché la signora maraschio, presidente emerito dell’Accademia della Crusca sia ignorante come la signora boldrini, dobbiamo essere “tutti” ignoranti!» p. 146).

 

«Nei capitoli che seguono cercherò di smontare le obiezioni mosse, prendendo comunque sul serio il dissenso, ignorando la parte offensiva e rispondendo nel merito, in modo da rimanere sempre sull’argomento. Per chi fosse già d’accordo con l’uso dei femminili professionali, può essere una buona palestra per avere la risposta pronta davanti a chi gli dovesse sbraitare addosso. Chi, invece, non li sopporta, forse può cercare di capire meglio da dove derivi tale malsopportazione, magari riflettendo su come comunicare la propria diversa opinione in maniera meno distruttiva» (p. 76).

 

Sorge spontanea la domanda: ha senso condurre una battaglia per trasformare l’uso della lingua?

«La lingua è una democrazia in cui la maggioranza governa, i grammatici prendono atto delle innovazioni e cercano di farle andare d’accordo con la tradizione, e le minoranze, anche ribelli, hanno pur diritto di esistere, senza dover temere l’eliminazione fisica o la cosiddetta gogna mediatica».

Lo scrive Claudio Marazzini e lo riporta Vera Gheno nelle prime pagine (p. 47) del volume, a sottolineare, ancora una volta, che la lingua non può essere imposta dall’alto. Una giusta premessa per comprendere il modo più corretto ed equilibrato per affrontare un tema appuntito e delicato al contempo, che, non a caso, suscita irritazione e indignazione (niente di meno).

Quindi sì, una battaglia (o un’attenta vigilanza) ha senso, se non altro perché è espressione di qualcosa che sta cambiando, di una mutata sensibilità sociale che deve trovare uno spazio nella lingua di ognuno di noi.

Le parole non solo descrivono la realtà ma la creano. Ciò che non viene nominato spesso non esiste.

L’universo femminile si sta svelando e la presenza delle donne in certi àmbiti professionali o posizioni di rilievo è, come abbiamo visto, sempre più frequente. Che piaccia o meno, non è più possibile voltarsi dall’altra parte.

«[…] il problema non si pone tanto per lavori medi, percepiti come normali, come potrebbero essere il/la estetista o il motivatore/la motivatrice, quanto per incarichi di prestigio oppure cariche istituzionali: danno dunque ‘scandalo’ forme come ministra, sindaca, ingegnera, assessora, magistrata eccetera. E questo è un primo segnale interessante del fatto che la questione, nella percezione comune, non è esclusivamente linguistica, quanto sociale: perché un nuotatore e una nuotatrice vanno bene, ma un rettore e una rettrice no? O perché sindaca sarebbe sbagliato, laddove esistono cariche femminili da sempre per le quali non c’è nessun dubbio, come regina o imperatrice? Ce la immaginiamo Vittoria d’Inghilterra a farsi chiamare re?» (p. 54)

 

La nostra lingua non è di per sé sessista, è l’uso che ne facciamo che può renderla poco inclusiva. Le possibilità per esprimersi in modo rispettoso esistono. Si tratta di elevare la nostra sensibilità linguistica, accettando che non tutto ruota intorno ad un unico asse.

 

Il dibattito travalica le frontiere nazionali ed è molto vivo e vivace.

In spagnolo, per esempio, è stato inventato da alcuni collettivi il pronome neutro elle (plurale elles) per sostituire i pronomi di terza persona, i femminili ella (s.) ed ellas (pl.) e i maschili él (s.) ed ellos (pl.), con l’intento di attenuare atteggiamenti discriminatori o addirittuta penalizzanti nei confronti delle donne e della comunità LGBTQ. Alle fine del passato mese di ottobre, l’austera Real Academia Española - RAE aveva inizialmente “ospitato” e descritto il pronome elle nella sezione Observatorio de palabras del suo portale, affrettandosi però ad eliminarlo dopo pochi giorni a causa della risonanza mediatica che aveva avuto. La presenza di quel pronome nel sito istituzionale della RAE poteva essere interpretata come una tacita approvazione, nonostante sia ben evidenziato nella pagina dedicata che «la presencia de un término en este observatorio no implica que la RAE acepte su uso», cioè se una parola è presente nell’osservatorio non significa che la Real Academia ne accetti l’uso.

Proposte, tentativi, ritrosie.

In inglese, uno sforzo analogo si sta facendo con l’utilizzo di they come pronome singolare: «They è la parola dell’anno per il vocabolario Merriam-Webster. Cioè “loro”, usato però come pronome singolare per riferirsi alle persone che non si identificano nel binarismo di genere maschio/femmina» (ilpost.it, 11 dicembre 2019). E la notizia di questi giorni va in una direzione analoga: «L'Oxford English Dictionary, il prestigioso vocabolario di lingua inglese redatto dalla Oxford University Press, aggiorna la definizione della parola donna, e corregge altri termini sessisti, dopo la petizione lanciata da Maria Beatrice Giovanardi» (D.it – Repubblica, 9 novembre 2020).

 

Segnali di mutamenti e di lingue in movimento. Anche se molto lentamente, le lingue si spostano nella direzione tracciata dall’uso che ne fanno i parlanti, tutti i parlanti.

C’è posto per tutti, ci tiene a sottolineare Vera Gheno: «quella dei femminili professionali o, più in generale, dell’attenzione alle discriminazioni linguistiche, non è una guerra in cui ci sono vincitori e vinti; giudico profondamente sbagliato, fuorviante e controproducente ridurre la questione a una polarizzazione tra pro-f(emminili) e no-f¸ tanto per ispirarci alla questione dei vaccini». La ricetta dell’autrice dovrebbe valere sempre: niente spropositi, castronerie o insulti, che si dialoghi e che il dissenso sia sempre informato!

 

 


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