04 gennaio 2021

Il dannato caso del Signor Emme

 

Massimo Roscia

Il dannato caso del Signor Emme

Roma, Exòrma Edizioni, 2020

 

Mai come in questo momento si percepisce nelle persone il desiderio di muoversi, di spostarsi, di percorrere distanze, brevi o lunghe che siano; mai come in questo momento, anche nel più stanziale degli esseri umani si manifesta un’urgente voglia di viaggiare, quindi di sapere.

Ciò a cui si poteva rinunciare senza troppo sacrificio diventa prepotentemente indifferibile: uscire di casa, camminare, correre, inforcare la bicicletta o la moto, montare in macchina, prendere un treno, salire su un aereo, salpare da un porto, varcare confini, superare barriere, conoscere.

Con un talento narrativo fuori dal comune, Massimo Roscia ha raccontato con Il dannato caso del Signor Emme un’avventura letteraria di cui avevamo bisogno. Ha saputo mantenere il lettore incollato alle pagine del libro, e allo stesso tempo lo ha fatto volare, sorridere, riflettere, talvolta commuovere, trasportandolo attraverso un itinerario geografico all’interno della vita di un importante quanto poco conosciuto intellettuale del Novecento.

Il signor Emme è Paolo Monelli. Studiando il Fondo a lui intitolato, composto da 347 scatole (dal 1868 al 1997) e conservato presso la Biblioteca statale “Antonio Baldini” di Roma, Massimo Roscia ha potuto immergersi nel corpus dei documenti, testimonianza unica delle complesse peripezie culturali di un caleidoscopico personaggio.

Di quest’uomo ci ha fatto toccare con mano l’amore smisurato per la lingua italiana, nella quale si muoveva con devozione, eleganza e maestria, e che, come un amante geloso, difese strenuamente da tutto ciò che, a suo avviso, ne intaccava la purezza e da tutti coloro che, secondo lui, la maltrattavano.

 

«Alcuni mi ammoniscono che la lingua è un organismo vivente, in continuo mutamento, ed è assurdo pretendere di arrestarne l’evoluzione. Grande scoperta. Aspiro forse io a scrivere come il Guerrazzi o il D’Annunzio? Ma è altrettanto assurdo confondere un naturale fenomeno di evoluzione con uno sbrigativo e avventato danno commesso senza motivo o necessità alcuna, per capriccio, snobismo di bassa lega o semplice ignoranza, per cui potremo trovarci fra mezzo secolo senza più una lingua italiana e senza esserci fatto un altro idioma altrettanto organico, coerente, logico, armonioso e nobile. E io conosco già il finale: tutti noi diventeremo come quei nostri vecchi parenti emigrati negli Stati Uniti che hanno dimenticato l’italiano senza avere ancora imparato l’inglese. Un popolo senza lingua e senza futuro». (p. 216)

 

Massimo Roscia ha così delineato la figura di un uomo curioso e affamato di sapere e saperi, scrittore abile, giornalista dagli interessi sconfinati, enogastromono raffinato, cronista di viaggio e di guerra. E per far questo si è affidato alla concretezza dei documenti che, a mano a mano, i protagonisti del romanzo scoprono, catalogano e interpretano insieme al lettore. Emerge un ritratto composito e vivido, a tratti romanzato, ma sempre rigoroso, brillante, ironico e sorprendente.

Non bisogna tuttavia dimenticare che ci muoviamo nell’àmbito di un romanzo, in cui convivono finzione e realtà, personaggi veri e inventati.

E proprio l’attenta costruzione dei personaggi e l’accurato dispositivo narrativo permettono al lettore di sentirsi a proprio agio nella rocambolesca trama del libro, compartecipe di un’avventura incredibile. Senza che mai si creino zone d’ombra, il Signor Emme si disvela un po’ alla volta grazie ai reperti disseminati qua e là, come in una grande caccia al tesoro. Si tratta di cartine geografiche, appunti, disegni, poesie amorose, sonetti, ricette, etichette di vini, e altro ancora. I commenti nelle note a margine offrono osservazioni raffinate e acute per comprendere appieno l’identità del Signor Emme.

Una «insolita microstruttura sociale itinerante», composta da Carla (filantropa, ambientalista e dalla natura profondamente generosa e solidale), dai suoi due undicenni figli monozigoti e dall’amico Giordano, si sposta con uno scuolabus trasformato in camper all’interno di un continente frantumato, un’Europa parcellizzata, dove muri troppo alti hanno finito col ridisegnare confini che sembravano superati e superabili.

Tra Regni, Protettorati, Imperi e Stati dai nomi nuovi e antichi, la sfida è quella di collezionare prove documentali, portarle a Roma, capitale dello Stato Pontificio, e sottoporle alla Congregazione dell’Indice delle vite cancellate e delle opere proibite, affinché il Signor Emme non venga ingoiato dalla sostanza scura e appiccicaticcia di cui è fatto il buio dell’oblio.

«Avremmo viaggiato in lungo e in largo, barattato il qui con l’altrove e l’ordinario con lo straordinario. Avremmo scandagliato il tempo e misurato lo spazio, alla ricerca di carte e di fili e di impronte e di segni e di vita. Avremmo sfidato la sorte, varcato i confini, inseguito le ombre, ascoltato i sussurri, posato gli sguardi, raccolto le prove e unito gli eventi. Avremmo fatto di tutto per ricostruire da zero un’esistenza e per porre fine a un’ingiustizia». (pp. 73-74)

Oltre a Carla e al suo amico («bravissimo a ipostatizzare un Dio Tutto Infinito e l’inscindibile unità panenteistica di pensiero e materia, ma non sa andare neanche in bicicletta» p. 13), ci sono le voci narranti, i due figli di Carla, gemello 1 e gemello 2 (non hanno nome) e Buf (acronimo di un lunghissimo composto chimico), un essere pensante in forma di massa gelatinosa contenuta in un vaso di vetro, che cataloga i documenti.

 

Entrambi geniali, disposti come in un Giano Bifronte, il gemello 1 e il gemello 2 esprimono lo stesso mondo con sguardi differenti e con registri linguistici in taluni casi opposti ma sempre caratterizzati da uno stile ricco di grazia e poesia.

 

«Non c’è dubbio che, da Savona in poi, la parola che più di altre riassume il senso del nostro viaggio è “peripezia”, parola che nella tragedia greca indicava l’improvviso e inatteso evento che faceva mutare radicalmente una situazione, solitamente in peggio. E noi, in poco meno di quattro mesi, siamo riusciti a dare concretezza a ogni singola sfumatura che questo termine ha assunto nell’uso comune, spaziando dagli avvenimenti imprevisti ai colpi di scena, dalle avventure pericolose alle vicende rischiose, dalle semplici traversie alle vere disgrazie» (gemello 1, p. 106).

 

«È bello quando mi fanno i complimenti o mi dicono le parole belle e non come a scuola o al campeggio quando mi dicevano deficiente e ritardato e mongoloide e io sentivo un dolore forte dentro alla testa perché certe volte le parole brutte fanno più male dei pugni e delle bastonate e dei calcinculo. Ora però non perdo altro tempo e anche se non sono bravo a usare i verbi e gli avverbi e i proverbi come fanno mio fratello e zio Giordano racconto il resto della storia» (gemello 2, p. 113).

 

Alla fine di un bel libro, si rimane per un po’ in uno stato di beato stordimento. Soddisfatta e arricchita dalle nuove strade percorse, ho voluto rivolgere qualche domanda all’autore per approfondire aspetti che mi incuriosivano.

 

 

A piè di pagina. Quattro domande a Massimo Roscia

 

Come presenterebbe Paolo Monelli a chi non ne avesse mai sentito parlare?

Con una lunga sequela di aggettivi, sgranati a mo’ di laico rosario ed elencati in rigoroso ordine alfabetico: abile (nel maneggiare il repertorio lessicale), acuto, affascinante, ambizioso, callido, cinico, colto, cordiale, curioso, devoto (parole sue: «alla lingua e allo stile»), disincantato, dotto, eccentrico, elegante (un vero arbiter elegantiarum), eristico, facondo, fumino, galante, gaudente, ghiotto (anzi, ghiottone errante), intelligente, insofferente (ai conformismi di massa e alle ovvietà), ironico, iperattivo, libero, mordace, narcisista, ossessionato (dalla ricerca della parola giusta), portentoso, precursore, profondo, proteiforme, raffinato, romantico, spavaldo, tagliente, trasgressivo, umoristico, unico (per abilità descrittiva ed evocativa), vissuto, zelante.

Paolo Monelli e Massimo Roscia: quanto avete in comune?

Tanto, forse troppo. Considerando le comuni occupazioni e talune presunte affinità, potrei essere definito come una versione contemporanea o una riproduzione in scala minore – 1:10, 1:20, 1:50… decidete voi il rapporto – di Paolo Monelli. Entrambi scrittori e giornalisti, entrambi specializzati nella narrazione odeporica e nella critica enogastronomica, entrambi piuttosto versatili e capaci di spaziare tra ambiti culturali diversi e di ibridare i saperi, entrambi impegnati nella salvaguardia della lingua italiana, entrambi ossessionati dalla cura della parola, entrambi amanti dell’ironia, dei motti di spirito e delle arguzie dettate dall’intelligenza, entrambi amanti del piacere (in tutte le sue declinazioni), entrambi esageratamente narcisi, sempre pronti a piacersi, compiacersi e battersi le mani da soli.

Secondo lei, Paolo Monelli era un purista?

Purista, a tratti anche duro e intransigente, della lingua italiana, Paolo Monelli è stato – e prendo in prestito l’espressione dal titolo di un suo celebre articolo – un “guerrigliero della grammatica”. Oltre alle guerre vere, Monelli ha infatti combattuto una lunga battaglia in difesa dell’integrità dell’italiano e sull’argomento ci ha lasciato una ricca eredità. Dai suoi scritti taglienti emerge un’afflizione quasi fisica nel vedere che «la lingua di Dante, di Petrarca, dell’Ariosto, del Leopardi e giù fino al Tommaseo, al Carducci e al D’Annunzio, figlia primogenita del latino e più illustre monumento della cultura italiana», è quotidianamente corrotta, ferita da storture e deformazioni, profanata, offesa, saccheggiata nel garbo e nella misura, imbastardita da esotismi (che egli stesso ha definito «l’improvvido e vertiginoso passare di forestiero intonaco sul parlare dei nostri nonni»), neologismi arbitrari, tecnicismi incomprensibili ai più, locuzioni sguaiate, sigle ermetiche, vocaboli affetti da elefantiasi, espressioni gergali e altre orrende invenzioni lessicali.

Qual è invece il suo lo sguardo verso la lingua italiana? È preoccupato (per esempio per l’uso eccessivo di forestierismi, per i troppi neologismi o per le invadenti neoformazioni giornalistiche spesso facili e meccaniche), è compiaciuto (perché la lingua oggi è veramente viva ed è per tutti) o si limita a osservare (perché non abbiamo alcun potere di modificare la lingua)?

Pur conducendo da circa un decennio una crociata a tutela della lingua italiana, avendo scritto sull’argomento romanzi, saggi, articoli e persino uno spettacolo teatrale, essendomi lungamente battuto a difesa del congiuntivo e dei più deboli (accenti, apostrofi e segni di interpunzione), essendo convinto assertore del rispetto delle regole (grammaticali e non), sono decisamente meno fondamentalista e manicheo di Monelli. So distinguere i contesti, formali e informali, e i relativi registri linguistici (da cui il diverso grado di tolleranza rispetto a eventuali errori) e sono convinto che la lingua non sia un reperto custodito in una teca di cristallo all’interno di un museo, ma un organismo vivente che abbraccia, accoglie, integra, scambia, prende in prestito, si contamina, muta. Sull’avanzata dei neologismi non oppongo grosse resistenze; anche se alcuni, più per motivi di natura estetica e acustica che linguistica, non riesco proprio a metabolizzarli e farli miei. Sulle frasi fatte, sui plastismi, sugli enunciati preconfezionati, sulle espressioni consumate dalla continua reiterazione, ho scritto un libro dal titolo più che eloquente, “Peste e corna”. Quanto alla mission, alla vision, alla location e all’attualissima governance, la questione si fa più complessa. Sono infastidito dall’abuso che facciamo di anglicismi, il più delle volte inutili, per sudditanza psicologica, provincialismo, ostentazione, moda, snobismo, cosmopolitismo di facciata, scarso senso di identità e pigrizia. Ai tanti vocaboli inglesi (che peraltro scriviamo male, pronunciamo peggio e dei quali spesso ignoriamo il significato), contrappongo una riappropriazione consapevole e amorevole dei tantissimi e bellissimi vocaboli contenuti nel libro dei libri: il dizionario della lingua italiana.


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