18 gennaio 2021

«L’alitare di questa terestre machina». Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci. Edizione e studio linguistico

 

Andrea Felici

«L’alitare di questa terestre machina». Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci. Edizione e studio linguistico

Prefazione di Fabio Frosini

Firenze, Accademia della Crusca, 2020

 

La recente edizione del Codice Leicester curata da Andrea Felici nel 2020 restituisce il testo e la storia di uno dei codici più affascinanti tra quelli che tramandano gli scritti di Leonardo da Vinci. La sua unicità tra gli autografi vinciani giustifica l’attenzione che, a più riprese, ha spinto gli studiosi a pubblicarlo e a commentarlo: nel 1909 fu edito da Gerolamo Calvi e nel 1987 da Carlo Pedretti; nel 2019, grazie a Domenico Laurenza e a Martin Kemp, ha visto la luce il primo di quattro volumi che riproduce il codice anche in fac-simile. La novità e il merito dell’edizione di Andrea Felici stanno nell’offrire un’accurata analisi linguistica che consente di conoscere meglio il modo in cui Leonardo scriveva. Il lavoro di Felici si inserisce da un lato all’interno della cornice di studi di storia della lingua italiana che negli ultimi anni hanno contribuito in modo decisivo alle indagini sul lessico vinciano, si vedano i glossari sulla meccanica (Manni-Biffi 2011 e Fanini i.c.s.), sull’ottica (Quaglino 2014) e sull’anatomia (Piro 2019); dall’altro questa nuova edizione del Leicester costituisce il primo studio linguistico sistematico di un autografo vinciano, a partire dalla scrupolosa trascrizione che consente al lettore contemporaneo di comprendere, pur non avendo mai visto l’originale, il modo in cui ogni foglio doveva essere organizzato, fino ad arrivare alla testualità, passando per una attenta ricognizione degli usi morfologici, sintattici e lessicali.

 

L’impresa «ordinata» di Leonardo

 

A un certo punto della sua vita Leonardo si guarda indietro e scorge quanto, nell’arco di un ventennio, ha prodotto. Ha dinanzi a sé uno scrittoio disorganico: fogli sciolti del periodo fiorentino, quaderni del primo periodo milanese, note scritte, disegni, schemi e diagrammi appuntati su ogni tipo di supporto, corretti, rivisti, cancellati; si rende conto, inoltre, di aver toccato una impressionante eterogeneità di contenuti difficilmente gestibili, che spaziano dalla matematica alla geometria, dall’ottica alla fisica, dall’architettura alla pittura, all’ingegneria civile e militare. Avverte perciò forte un “richiamo all’ordine” e concepisce quello che oggi conosciamo come Codice di Leicester, già noto come Codice Hammer dal 1980 al 1994, dal nome dei proprietari che si sono avvicendati nel tempo. Così tra il 1504 e il 1508 Leonardo mette mano alla sua «opera ordinata» (almeno nella sua mente, cfr. c. 2v 41-44, in Felici 2020, p. 242). Il desiderio di una simile impresa, tuttavia, coglie Leonardo in un periodo cruciale della sua vita movimentata, che sarà di non poco ostacolo alla piena realizzazione del suo progetto: rientrato, infatti, a Firenze agli inizi del Cinquecento, dopo aver vissuto presso la corte di Ludovico il Moro e aver soggiornato a Modena e a Verona, la sua vita è profondamente stravolta. Anzitutto è provato nelle sue ambizioni e nelle certezze acquisite con gli anni di studio. La Battaglia di Anghiari per esempio, concepita per il Salone dei Cinquecento a Firenze, è un vero e proprio smacco: la tecnica di colorazione indicata da Leonardo non sortisce l’effetto sperato ed egli è costretto ad abbandonare il lavoro nel 1506. Da un punto di vista affettivo, la morte del padre prima (1504) e quella dello zio Francesco poi (1507), seguite da problemi sull’eredità, lo spingono a lasciare ancora una volta Firenze nel 1508, per stabilirsi nuovamente a Milano al servizio del governatore Charles d’Amboise. Negli stessi anni, insieme alla redazione dell’«opera ordinata», Leonardo annota sul Manoscritto L, sul Codice di Madrid I, sul Manoscritto K, sul Codice Forster I, trattando aspetti e temi diversi.

 

L’articolazione del Codice

 

L’opera che ci resta del progetto vinciano è un codice composto da 18 bifogli, per un totale di 36 carte, da cui emerge l’attenzione di Leonardo per lo studio del macrocosmo e dei principi che governano la Natura e la Terra. Numerose sono le osservazioni e i casi «già registrati in studi pregressi e ora elencati e riformulati in funzione di un futuribile “Libro delle acque”, di cui il Leicester rappresenta una sorta di canovaccio preparatorio» (Felici 2020, p. 4). Inoltre, grazie alla recente interpretazione di Martin Kemp e Domenico Laurenza, è possibile distinguere nel manoscritto una «serie interna» e una «serie esterna»: la prima, di 11 bifogli, tramanda le riflessioni vinciane sui moti dei fluidi, con riferimenti a opere di ingegneria idraulica e digressioni sull’impatto dell’acqua nella storia della geologia terrestre; la «serie esterna», di 7 bifogli e forse aggiunta dopo, presenta osservazioni frammentate su questioni teoriche quali la natura del Terra, la rifrazione della luce solare e lunare sulla superficie dell’acqua (cfr. Kemp-Laurenza i.c.s; Kemp 2018; Felici 2020: p. 12).

 

La scrittura del Leicester

 

Il desiderio di ordine emerge anche nella scrittura del codice e corrisponde alla volontà di Leonardo di rendere migliore la lingua in cui si esprime per poter dare definizioni sempre più precise. Se da un punto di vista fono-morfologico e sintattico lo studio di Felici «conferma il forte legame maturato dalla scrittura vinciana con i moduli tipici della lingua parlata» (Felici 2020, p. 8), tanto che gli scritti vinciani costituiscono «una riserva di eccezionale valore ai fini della rappresentazione dell’oralità» (Manni 2008, p. 44), dal punto di vista delle scelte lessicali riscontriamo la spinta di Leonardo a superare la condizione di «illetterato», che «lo porta a raccogliere ampi repertori di latinismi, utili a colmare le mancanze della sua formazione (le cosiddette “liste lessicali” dei Codici Trivulziano e Atlantico)» (Felici 2020, p. 7) e a ricorrere a fonti eterogenee. Tuttavia, come rileva Felici, è senz’altro nell’argomentazione, ovvero «nell’organizzazione testuale che il criterio ordinativo sembra radicarsi anche nell’uso della lingua, specificamente nella generale tendenza all’impostazione degli enunciati in forma schematica e raziocinante» (ivi, p. 8).

Il Codice Leicester presenta una disposizione più strutturata rispetto agli altri scritti vinciani per via dello scopo che Leonardo ha di mettere ordine. Il testo si presenta con numerose articolazioni al suo interno, comuni agli altri scritti vinciani (cfr. Manni 2008, pp. 44-45; e anche Vecce 1993, pp. 109-10), che danno in qualche caso l’impressione di un lavoro “in divenire” (Felici 2020, p. 271) e che incidono «nella scelta di alcuni schemi di argomentazione (ad es. negli elenchi di potenziali argomenti da sviluppare, o nell’impiego di determinate formule e di richiami intratestuali)» (Felici 2020: pp. 272-271). Nel ricco e articolato capitolo della testualità (pp. 271-326), tuttavia, Felici illustra le numerose modalità con cui Leonardo argomenta, grazie alle quali emergono i tratti di una prosa «che pur nelle sue incertezze articolatorie, dimostra una forte tendenza alla trasposizione del pensiero in forma calcolata e raziocinante, mirando costantemente alla sintesi e alla concretezza dell’osservazione diretta» (p. 272). I frequenti moduli dilemmatici ed enumerativi, le variegate modalità espositive ricorrenti (come le dimostrazioni per obiezioni fittizie, il vaglio di ipotesi, le anafore e i parallelismi), i principali schemi di ragionamento adottati da Leonardo nelle sue argomentazioni, come il metodo empirico, la riflessione sillogistica e la confutazione diretta, l’uso sequenziale dei connettivi e dei marcatori di coesione, rappresentano gli aspetti principali della scansione logico-sintattica della sua prosa, documentati nell’edizione con esempi efficaci.

 

L’edizione e lo studio linguistico di Andrea Felici, dunque, ci offrono un prezioso spaccato dell’attività scrittoria di Leonardo (che, nel suo corpo a corpo con la scrittura, ci racconta molto della sua crescita e del desiderio di volersi esprimere in modo sempre più preciso per poter descrivere la realtà) e sono uno stimolo a continuare a lavorare sulla facies linguistica degli scritti vinciani per arricchire di contributi sempre più approfonditi le indagini sulla lingua del genio fiorentino.

 

Bibliografia

 

Calvi 1909 = Il codice di Leonardo da Vinci della Biblioteca di Lord Leicester in Holkham Hall, pubblicato sotto gli auspici del R. Istituto lombardo di scienze e lettere, a cura di Gerolamo Calvi, Milano, Cogliati [poi, in ripr. facs., Firenze, Giunti, 1980].

 

Fanini i.c.s. = Barbara Fanini, Glossario leonardiano. Nomenclatura della meccanica nel corpus degli autografi, Firenze, Olschki.

 

Kemp 2018 = Martin Kemp, “E questo fia un racolto sanza ordine”. Compilazione e caos nel Codice Leicester, in Galluzzi 2018a, pp. 23-41.

 

Kemp-Laurenza 2019 = Martin Kemp - Domenico Laurenza, Leonardo da Vinci’s Codex Leicester. A New Edition, 4 voll. (I: The Codex; II: Interpretative Essays And The History Of The Codex Leicester; III: Transcription And Translation; IV: Paraphrase And Commentary), Oxford, University Press.

 

Manni 2008 = Paola Manni, Riconsiderando la lingua di Leonardo, in «Studi linguistici italiani», XXXIV, pp. 11-51.

 

Manni-Biffi 2011 = Glossario leonardiano. Nomenclatura delle macchine nei codici di Madrid e Atlantico, a cura di Paola Manni e Marco Biffi, Firenze, Olschki.

 

Pedretti 1987 = The Codex Hammer of Leonardo da Vinci, translated into English and edited by Carlo Pedretti, Firenze, Giunti Editore.

 

Piro 2019 = Rosa Piro, Glossario leonardiano. Nomenclatura dell’anatomia nei disegni della Collezione Reale di Windsor, Firenze, Olschki.

 

Quaglino 2013 = Margherita Quaglino, Glossario leonardiano. Nomenclatura dell’ottica e della prospettiva nei codici di Francia, Firenze, Olschki.

 

Vecce 1993 = Carlo Vecce, Scritti di Leonardo da Vinci, in Letteratura Italiana, diretta da Alberto Asor Rosa, II: Le Opere. Dal Cinquecento al Settecento, Torino, Einaudi, pp. 95-124.


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